Tutto Diabete 29 Ottobre 2026 11:51

Diabete e gravidanza, dal pancreas artificiale ai farmaci GLP-1: le nuove sfide per mamma e bambino

In Italia circa il 6-7% delle gravidanze è complicato da una forma di diabete. La SID richiama l’attenzione sulla programmazione preconcezionale e sulle nuove tecnologie per il controllo della glicemia

di I.F.
Diabete e gravidanza, dal pancreas artificiale ai farmaci GLP-1: le nuove sfide per mamma e bambino

La gestione del diabete in gravidanza comincia prima del concepimento e non si conclude con la nascita del bambino. Il controllo della glicemia, la scelta delle terapie, il monitoraggio continuo del glucosio e l’assistenza specialistica sono elementi fondamentali per ridurre i rischi per la madre e il bambino. A queste sfide si aggiungono le nuove opportunità offerte dai sistemi automatizzati di somministrazione dell’insulina, le questioni ancora aperte sull’impiego dei farmaci per il diabete e l’obesità e i possibili effetti del cambiamento climatico sul metabolismo materno. A fare il punto è la Società italiana di diabetologia (SID), in occasione del congresso nazionale in programma a Rimini dal 28 al 31 ottobre. Secondo i dati richiamati dalla Società, in Italia circa il 6-7% delle gravidanze è complicato da una forma di diabete. Nel mondo, invece, la condizione interessa circa una gravidanza su sei, considerando sia il diabete preesistente sia quello gestazionale: un fenomeno che coinvolge ogni anno circa 21 milioni di donne. Il nodo centrale è garantire un percorso assistenziale strutturato, capace di accompagnare la donna nelle diverse fasi della maternità. Un obiettivo che richiede una stretta collaborazione tra diabetologi, ginecologi, medicina territoriale e altri professionisti sanitari.

La prevenzione comincia prima del concepimento

Uno degli aspetti più critici riguarda la programmazione della gravidanza. Secondo le stime internazionali citate dalla SID, soltanto il 30-40% delle donne con diabete pianifica il concepimento. Eppure, arrivare alla gravidanza con un controllo metabolico adeguato permette di intervenire sui fattori di rischio modificabili e di ridurre le possibili complicanze associate all’iperglicemia, soprattutto nelle prime fasi dello sviluppo embrionale. “Programmare una gravidanza significa non solo raggiungere valori glicemici adeguati, ma anche preparare la donna ad affrontare i profondi cambiamenti metabolici che caratterizzano la gestazione”, spiega Elena Succurro, ordinaria di Endocrinologia all’Università Magna Graecia di Catanzaro e componente del Consiglio direttivo della SID. La fase preconcezionale consente di valutare l’andamento della glicemia, rivedere le terapie e pianificare il monitoraggio. È il momento in cui il team diabetologico può verificare se gli obiettivi metabolici siano raggiungibili in sicurezza e se sia necessario modificare il trattamento prima dell’inizio della gravidanza. Tra i parametri di riferimento c’è l’emoglobina glicata, o HbA1c, che riflette l’andamento medio della glicemia nei mesi precedenti. Secondo le raccomandazioni dell’American Diabetes Association richiamate dalla SID, prima del concepimento l’obiettivo ideale è un valore inferiore al 6,5%, quando raggiungibile senza rischi eccessivi. Durante la gestazione si punta generalmente a un’HbA1c inferiore al 6%, con la possibilità di arrivare a meno del 7% quando sia necessario per prevenire ipoglicemie significative. Questi obiettivi devono comunque essere individualizzati sulla base delle condizioni cliniche della donna, del tipo di diabete e della terapia utilizzata. Un controllo glicemico intensivo, infatti, deve essere accompagnato da un’attenta prevenzione delle ipoglicemie.

Diabete di tipo 1, il contributo del pancreas artificiale

Le innovazioni tecnologiche stanno modificando le possibilità di gestione del diabete di tipo 1 durante la gravidanza. Tra gli strumenti più promettenti ci sono i sistemi automatizzati di somministrazione dell’insulina, comunemente chiamati pancreas artificiale. Questi dispositivi integrano un sensore per il monitoraggio continuo del glucosio, un microinfusore per l’erogazione dell’insulina e un algoritmo che utilizza i dati raccolti per adattare la somministrazione del farmaco. L’obiettivo è aiutare a mantenere la glicemia nell’intervallo raccomandato, riducendo il carico quotidiano richiesto alla donna per la gestione della terapia. Durante la gravidanza, infatti, il fabbisogno insulinico cambia rapidamente a causa delle modificazioni ormonali. Raggiungere e mantenere gli obiettivi glicemici può quindi diventare particolarmente impegnativo, soprattutto nelle fasi in cui la sensibilità all’insulina varia in modo significativo. Gli studi citati dalla SID mostrano risultati incoraggianti. Nel trial AiDapt, l’utilizzo di un sistema automatizzato ha aumentato di circa due ore e mezza al giorno il tempo trascorso nell’intervallo glicemico raccomandato in gravidanza, compreso tra 63 e 140 mg/dL. Nello studio Circuit il vantaggio è stato di circa tre ore al giorno. Lo studio Cristal ha documentato benefici soprattutto sul controllo notturno e sulla riduzione degli episodi di ipoglicemia. “In gravidanza gli obiettivi glicemici sono particolarmente stringenti e il fabbisogno insulinico cambia rapidamente per effetto delle modificazioni ormonali. Raggiungere e mantenere questi obiettivi richiede un impegno quotidiano intenso”, sottolinea Succurro. L’automazione può quindi offrire un supporto concreto, ma non elimina la necessità di una gestione specialistica. La scelta del dispositivo deve tenere conto della sua idoneità all’utilizzo in gravidanza e deve essere effettuata con il supporto di un’équipe esperta, possibilmente già prima del concepimento. Anche il monitoraggio continuo del glucosio rappresenta uno strumento importante. L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda di utilizzarlo nelle gestanti con diabete di tipo 1 quando fattibile, per disporre di informazioni più complete sull’andamento della glicemia e facilitare gli eventuali aggiustamenti terapeutici.

Farmaci GLP-1, attenzione alla programmazione della gravidanza

Un altro tema rilevante riguarda i farmaci incretinici, tra cui gli agonisti del recettore del GLP-1, utilizzati per il trattamento del diabete di tipo 2 e, per alcune molecole e indicazioni, dell’obesità. Questi medicinali possono contribuire a migliorare il controllo metabolico e a ridurre il peso corporeo prima del concepimento. Il loro utilizzo richiede però una pianificazione attenta quando una donna desidera una gravidanza, perché le evidenze disponibili non sono sufficienti a stabilirne la sicurezza durante la gestazione. Un consenso internazionale pubblicato nel settembre 2026 sulla rivista The Lancet Obstetrics, Gynaecology & Women’s Health, richiamato dalla SID, ha esaminato le conoscenze relative all’esposizione alle terapie incretiniche prima e nelle prime fasi della gravidanza. Secondo quanto riportato dalla Società, una metanalisi su oltre 42.000 gravidanze esposte a questi farmaci non ha rilevato un aumento statisticamente significativo delle malformazioni congenite. Il risultato può essere rassicurante per le donne che abbiano assunto inconsapevolmente questi medicinali nelle primissime fasi della gestazione, ma non dimostra che siano sicuri durante la gravidanza. “Questi farmaci possono contribuire a migliorare le condizioni metaboliche della donna prima della gravidanza, ma il loro utilizzo richiede una programmazione preconcezionale accurata e una gestione specialistica personalizzata”, osserva Succurro. Le attuali indicazioni non raccomandano semaglutide, tirzepatide e gli altri agonisti recettoriali del GLP-1 durante la gravidanza, in ragione dell’insufficienza dei dati sulla sicurezza materno-fetale. In caso di concepimento programmato, le indicazioni richiamate dalla SID prevedono di sospendere semaglutide almeno due mesi prima e tirzepatide almeno un mese prima. La revisione della terapia deve essere concordata con il medico, per evitare che l’interruzione del trattamento determini un peggioramento del controllo glicemico o metabolico. La fase preconcezionale diventa quindi essenziale per valutare le alternative terapeutiche e raggiungere gli obiettivi di salute prima della gravidanza. Particolare cautela è necessaria anche durante l’allattamento. Gli studi disponibili sul passaggio di alcune molecole nel latte materno sono ancora limitati e non consentono di stabilire con certezza la sicurezza per il bambino né gli eventuali effetti a lungo termine. Anche in questo caso, la gestione deve essere personalizzata e condivisa con gli specialisti.

Dopo il parto non finisce il rischio di diabete

Il diabete gestazionale viene spesso considerato una condizione circoscritta ai nove mesi di gravidanza. In realtà, anche quando la glicemia torna nella norma dopo il parto, il rischio metabolico può persistere nel tempo. Secondo i dati richiamati dalla SID, una donna su cinque tra quelle che hanno avuto un diabete gestazionale presenta un rischio aumentato di sviluppare diabete di tipo 2 entro dieci anni dalla nascita del bambino. La diagnosi durante la gravidanza deve quindi rappresentare l’inizio di un percorso di prevenzione a lungo termine. Il ritorno a valori glicemici normali dopo il parto non esclude, infatti, una futura alterazione del metabolismo del glucosio. “Il diabete gestazionale non deve essere considerato un problema limitato ai nove mesi della gravidanza”, avverte Succurro. Per questo, la specialista richiama l’importanza di eseguire una curva da carico orale di glucosio, generalmente tra le 4 e le 12 settimane dopo il parto, e di proseguire con controlli periodici negli anni successivi. Il monitoraggio consente di identificare precocemente eventuali alterazioni glicemiche e di intervenire sui fattori di rischio modificabili. Alimentazione equilibrata, attività fisica adeguata e controlli clinici regolari sono componenti essenziali della prevenzione. Il percorso deve essere adattato alle condizioni della donna e proseguire anche quando l’attenzione sanitaria tende a concentrarsi soprattutto sulle esigenze del neonato. La continuità assistenziale è importante per evitare che la neomamma perda il contatto con i servizi sanitari dopo la conclusione del percorso ostetrico. Il follow-up rappresenta infatti un’occasione concreta per ridurre il rischio di diabete di tipo 2 e promuovere la salute metabolica nel lungo periodo.

Caldo estremo e diabete gestazionale, un nuovo fronte di ricerca

Tra i fattori ambientali che potrebbero influenzare il metabolismo durante la gravidanza c’è anche l’esposizione alle temperature elevate. La SID richiama l’attenzione sulle evidenze osservazionali che suggeriscono un’associazione tra caldo estremo e maggiore rischio di diabete gestazionale. Alcuni studi indicano un possibile aumento del rischio del 28% nelle donne esposte a temperature elevate, soprattutto in determinate fasi della gravidanza. Il dato deve essere interpretato con cautela: non è stato ancora dimostrato un rapporto causale e sono necessarie ulteriori ricerche per chiarire i meccanismi coinvolti. “Studi recenti hanno dimostrato un’associazione tra l’esposizione prolungata al caldo estremo durante la gravidanza e un aumento del rischio di diabete gestazionale”, afferma Succurro, richiamando in particolare il periodo compreso tra l’undicesima e la diciottesima settimana di gestazione come possibile finestra di maggiore vulnerabilità. Il caldo rappresenta una criticità anche per le donne che convivono già con il diabete. La disidratazione può rendere più complessa la gestione della glicemia e aumentare le difficoltà nel mantenere un equilibrio metabolico adeguato. Proteggersi dalle temperature estreme, curare l’idratazione e seguire le indicazioni del team sanitario sono quindi accorgimenti importanti, soprattutto durante le ondate di calore. Queste misure non sostituiscono il monitoraggio clinico, ma possono contribuire a ridurre i rischi legati alle condizioni ambientali. Il tema amplia la prospettiva della prevenzione, che deve considerare non soltanto le caratteristiche individuali e la storia clinica, ma anche le condizioni di vita e l’esposizione ai fattori ambientali.

Epigenetica, verso una prevenzione più personalizzata

La ricerca sta approfondendo anche il possibile ruolo dell’epigenetica nello sviluppo del diabete gestazionale. Si tratta dei meccanismi che regolano l’attività dei geni senza modificarne la sequenza e che potrebbero contribuire a spiegare perché alcune donne sviluppino alterazioni del metabolismo del glucosio durante la gravidanza. Nel corso della gestazione, l’organismo materno deve adattarsi a una progressiva riduzione della sensibilità all’insulina. Quando la produzione di questo ormone non riesce a compensare la maggiore richiesta, può comparire il diabete gestazionale. Secondo la SID, alcune modificazioni epigenetiche sono state osservate anche prima della diagnosi e potrebbero contribuire, in futuro, a individuare precocemente le donne più vulnerabili. Non è però ancora chiaro se queste modificazioni siano una causa delle alterazioni metaboliche o una loro conseguenza. Al momento non esistono test epigenetici validati per lo screening clinico del diabete gestazionale. La prevenzione deve quindi continuare a basarsi sulla valutazione dei fattori di rischio riconosciuti, sull’adesione agli screening raccomandati e sulla promozione di stili di vita salutari. Il consiglio di Succurro resta concreto: prendersi cura della salute metabolica prima del concepimento, seguire un’alimentazione equilibrata, praticare attività fisica adeguata alla gravidanza e rispettare i controlli previsti. Le nuove conoscenze scientifiche potranno contribuire a rendere la prevenzione più personalizzata, ma non sostituiscono gli strumenti clinici attualmente disponibili.

Percorsi integrati per ridurre le disuguaglianze

Le innovazioni tecnologiche e farmacologiche stanno ampliando le possibilità di gestione del diabete in gravidanza, ma il loro potenziale dipende anche dall’effettiva accessibilità delle cure. Non tutte le donne hanno le stesse opportunità di essere seguite da équipe specializzate o di utilizzare dispositivi appropriati alle proprie esigenze. “La gravidanza nelle donne con diabete deve essere preparata, accompagnata e seguita nel tempo”, dichiara Raffaella Buzzetti, presidente della SID. La priorità, secondo la Società, è tradurre le indicazioni delle linee guida in percorsi assistenziali strutturati e accessibili, omogenei nelle diverse Regioni italiane. La collaborazione tra diabetologi, ginecologi e medicina territoriale deve accompagnare la donna dalla fase preconcezionale al periodo successivo al parto. È inoltre necessario rafforzare la raccolta dei dati per valutare l’effettiva adesione agli screening e ai controlli successivi alla gravidanza, individuando eventuali disuguaglianze nell’accesso all’assistenza.

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