Lo screening di comunità PreVasc ha coinvolto oltre 2.600 over 65 nei centri anziani, nelle parrocchie e nei luoghi di aggregazione del VI Municipio di Roma
Non è soltanto l’età a influenzare la salute cardiovascolare. Anche le condizioni sociali e il livello di istruzione sembrano avere un ruolo importante nel profilo di rischio degli anziani. È quanto emerge dai risultati di PreVasc (Prevenzione Cardiovascolare), progetto di screening cardiovascolare di comunità che ha coinvolto oltre 2.600 persone con più di 65 anni nel VI Municipio di Roma. I risultati sono stati presentati il 1° ottobre alla Camera dei Deputati, nell’ambito della conferenza stampa “Comunità che si prendono cura. Il progetto PreVasc e le alleanze territoriali per la salute del cuore”, promossa dall’Intergruppo parlamentare sulla prevenzione e riduzione del rischio. Il progetto è stato promosso dalla Società Italiana di Cardiologia Geriatrica (SICGe), in collaborazione con il Dipartimento Cardiotoracovascolare di Careggi-Firenze, la Fondazione Longevitas ETS e l’Associazione Salute e Società, con il coinvolgimento dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e dell’Università UniCamillus.
L’indagine ha portato la prevenzione direttamente nei luoghi di aggregazione della comunità: centri anziani, parrocchie e altri spazi frequentati quotidianamente dalla popolazione over 65. L’età media delle persone coinvolte è stata di 74,7 anni.
I risultati restituiscono un quadro significativo dei principali fattori di rischio cardiovascolare:
Particolare attenzione merita il dato relativo alla funzionalità cardiaca. Nel 9,2% del campione, pari a 241 persone, è stata rilevata una frazione di eiezione inferiore al 50%. In tre casi il valore è risultato addirittura inferiore al 30%. Lo screening ha inoltre individuato malattie valvolari cardiache di grado moderato o severo: la stenosi aortica è stata riscontrata nell’1,07% delle persone esaminate, l’insufficienza mitralica nel 4,69% e quella tricuspidalica nel 5%.
Il peso delle disuguaglianze sociali
Uno degli elementi più rilevanti emersi dal progetto riguarda il rapporto tra salute cardiovascolare e livello di istruzione. “Le patologie cardiache infatti interessano il 38,6% delle persone con istruzione elementare, a fronte del 16% dei laureati”, spiega Alessandro Boccanelli, coordinatore del progetto per la Società Italiana di Cardiologia Geriatrica e presidente dell’Associazione Salute e Società. Un divario che si accompagna anche a una diversa presenza di patologie. Secondo i dati presentati, il numero medio di patologie passa da circa tre nelle persone con minore vulnerabilità a quasi quattro in quelle con maggiore vulnerabilità. “Questi numeri mostrano quanto sia decisivo intercettare precocemente condizioni cardiovascolari e fattori di rischio, soprattutto nella popolazione anziana, portando la prevenzione direttamente nei luoghi della vita quotidiana”, sottolinea Boccanelli. L’ipotesi avanzata dagli esperti è che un livello di istruzione più basso possa associarsi, tra gli altri fattori, a una minore capacità di riconoscere l’importanza della prevenzione e dei fattori di rischio spesso silenziosi, oltre che a un possibile ritardo nell’accesso alla diagnosi e alle cure. Si tratta di un’interpretazione che il gruppo di ricerca sta approfondendo attraverso l’integrazione tra approccio clinico e sociologico.
Reddito, obesità e fattori di rischio
Il livello di reddito familiare sembra avere un’associazione meno marcata rispetto all’istruzione. I dati mostrano comunque un andamento complessivamente meno favorevole nelle fasce di reddito più basse, soprattutto per quanto riguarda l’obesità. La prevalenza dell’obesità raggiunge infatti il 27,5% tra le persone con un reddito familiare inferiore a 10mila euro, rispetto al 15,9% nella fascia compresa tra 30.001 e 50mila euro. La differenza tra le quattro fasce di reddito considerate risulta però appena al di sopra della soglia di significatività statistica (p=0,058). Anche fumo e ipertensione mostrano una distribuzione nella stessa direzione, ma senza differenze statisticamente significative.
I risultati di PreVasc alimentano così la riflessione sulla necessità di un modello di prevenzione cardiovascolare più vicino alle comunità. “I dati di PreVasc dimostrano che la prevenzione cardiovascolare non può fermarsi alla soglia dell’ambulatorio: deve raggiungere le persone dove vivono, soprattutto quelle più fragili dal punto di vista sociale ed economico”, afferma Gian Antonio Girelli, presidente dell’Intergruppo parlamentare sulla prevenzione e riduzione del rischio. Secondo Girelli, il divario associato al livello di istruzione rappresenta un elemento da considerare nelle strategie di prevenzione, con l’obiettivo di raggiungere anche le fasce di popolazione maggiormente esposte ai fattori di rischio.
Per Francesco Vetta, presidente della SICGe e docente di Malattie dell’Apparato Cardiovascolare presso UniCamillus, è necessario aumentare l’attenzione sulle malattie cardiovascolari che si manifestano in età avanzata. “La Società Italiana di Cardiologia Geriatrica ha tra i suoi obiettivi principali quello di aumentare la sensibilità della popolazione e della classe medica nei confronti delle malattie cardiovascolari che si presentano in età avanzata”, sottolinea. Tra le condizioni citate figurano le malattie valvolari cardiache, lo scompenso cardiaco e la fibrillazione atriale. L’obiettivo è evitare che l’aumento dell’aspettativa di vita non sia accompagnato da un’adeguata attenzione alla diagnosi e alla gestione delle patologie cardiovascolari dell’anziano.
Un altro elemento caratterizzante di PreVasc è stato il coinvolgimento delle università. L’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, attraverso il Dipartimento di Scienze infermieristiche diretto da Rosaria Alvaro, ha messo a disposizione personale infermieristico in formazione, attribuendo all’attività anche crediti formativi. “Si è trattato di un’esperienza formativa molto importante per il personale, in quanto i giovani hanno potuto verificare l’importanza della prevenzione”, afferma il rettore Nathan Levialdi Ghiron. L’esperienza, aggiunge, rappresenta il passaggio “da un’Università nel territorio a un’Università con il territorio fino ad Università del territorio”, capace di unire formazione e produzione di salute per la comunità. Anche UniCamillus ha sottolineato il valore della collaborazione tra formazione, ricerca e territorio. “Attraverso la Terza Missione e la Sociologia della Salute, competenze scientifiche, ricerca e formazione vengono portate nei territori”, osserva il rettore Gianni Profita.
L’esperienza di PreVasc apre infine una riflessione sulla possibilità di trasformare iniziative territoriali di questo tipo in modelli più strutturati di prevenzione. “L’esperienza di PreVasc pone quindi una questione che va oltre il singolo progetto: trasformare la prevenzione di comunità da esperienza territoriale a modello più strutturato”, conclude Eleonora Selvi, presidente della Fondazione Longevitas ETS. La sfida, dunque, è intercettare i fattori di rischio prima che si trasformino in malattia e portare la prevenzione nei luoghi in cui le persone vivono, soprattutto quando età avanzata e vulnerabilità sociale possono sommarsi. Un approccio che mette in relazione sanità, università, istituzioni, società scientifiche e terzo settore e che punta a ridurre le distanze nell’accesso alla prevenzione cardiovascolare.
Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiorna