Uno studio finlandese su 5.679 persone seguite per 12 anni rileva un’associazione tra cronotipo serale, salute più fragile e maggiore difficoltà a proseguire l’attività lavorativa.
Una ricerca pubblicata online sulla rivista Occupational & Environmental Medicine suggerisce che le persone con un cronotipo serale possano incontrare maggiori difficoltà nel mantenere l’attività lavorativa con l’avanzare dell’età rispetto a quelle con cronotipo mattutino. Il cronotipo descrive la naturale propensione dell’organismo verso determinati orari di sonno, veglia e massima attenzione. In base a queste caratteristiche, le persone vengono generalmente distinte in cronotipi mattutini, intermedi e serali. Per analizzare il rapporto tra cronotipo e capacità di rimanere al lavoro nel lungo periodo, i ricercatori hanno utilizzato i dati di uno studio demografico finlandese avviato nel 1966, che comprende il 96% delle persone nate in due province settentrionali della Finlandia. Nel 2012, quando i partecipanti avevano 46 anni, il cronotipo è stato valutato attraverso domande sulla facilità del risveglio, sulla stanchezza mattutina, sugli orari preferiti per lavorare e sull’autopercezione come persone mattiniere o serali. Il campione comprendeva 5.679 partecipanti, 2.597 uomini e 3.082 donne.
Tra i partecipanti, i ricercatori hanno identificato 253 uomini, pari al 9,7%, e 381 donne, pari al 12,4%, come appartenenti al cronotipo serale, indicato come tipo E. Il cronotipo mattutino, o tipo M, riguardava invece 1.182 uomini, il 46%, e 1.355 donne, il 44%. Tutti gli altri partecipanti sono stati classificati nel gruppo intermedio. La valutazione non si è basata esclusivamente sulla preferenza dichiarata per andare a letto tardi o alzarsi presto, ma ha considerato diversi aspetti della relazione individuale con il ciclo sonno-veglia.
Successivamente, le informazioni raccolte attraverso i questionari sono state collegate ai registri nazionali finlandesi relativi alla storia lavorativa e previdenziale dei partecipanti. I ricercatori hanno quindi osservato gli esiti verificatisi nei 12 anni successivi alla valutazione iniziale del cronotipo. Durante questo periodo, 135 uomini, pari al 5,2%, e 249 donne, pari all’8,1%, hanno ottenuto per la prima volta una pensione di invalidità.
L’analisi ha evidenziato che, rispetto al cronotipo mattutino, quello serale era associato a una probabilità 1,7 volte maggiore di arrivare a questo esito. L’associazione è rimasta significativa anche considerando livello di istruzione e tipo di occupazione.
Secondo i ricercatori, il rapporto osservato potrebbe essere spiegato soprattutto dalle condizioni di salute associate al cronotipo serale. In Finlandia, l’accesso alla pensione di invalidità richiede infatti un deterioramento della salute grave e prolungato, tale da compromettere la capacità lavorativa. L’associazione individuata dallo studio, quindi, non indica semplicemente che andare a dormire tardi renda più difficile lavorare, ma potrebbe riflettere un insieme più ampio di caratteristiche biologiche e comportamentali.
Precedenti ricerche hanno infatti collegato il cronotipo serale a condizioni di salute meno favorevoli e a una maggiore difficoltà nel contesto lavorativo rispetto al cronotipo mattutino. Tra le possibili spiegazioni viene considerata anche una maggiore esposizione a disturbi del sonno. Il disallineamento tra l’orologio biologico individuale e gli orari imposti dagli impegni quotidiani può rendere più difficile ottenere un sonno regolare e adeguato. I ricercatori sottolineano inoltre che il cronotipo presenta una componente biologica e genetica rilevante ed è considerato relativamente stabile durante l’età adulta. Nell’analisi sono state utilizzate anche informazioni genetiche, contribuendo a sostenere l’ipotesi che non si tratti semplicemente di un’abitudine acquisita. Allo stesso tempo, il cronotipo serale non deve essere interpretato come una condizione patologica: rappresenta una caratteristica individuale della regolazione dei ritmi circadiani.
La durata del follow-up e l’ampiezza della popolazione rappresentano alcuni degli elementi di forza dell’analisi. I partecipanti provenivano da diversi settori dell’economia e da differenti professioni, consentendo ai ricercatori di osservare il rapporto tra cronotipo e successiva uscita dal lavoro in una popolazione ampia e diversificata. L’associazione è inoltre rimasta dopo l’aggiustamento per alcune caratteristiche socioeconomiche, tra cui istruzione e occupazione.
Tuttavia, i risultati non dimostrano che il cronotipo serale sia la causa delle difficoltà lavorative osservate. Lo studio ha infatti natura osservazionale e non consente di stabilire un rapporto di causa-effetto. Inoltre, il cronotipo è stato valutato in un singolo momento, quando i partecipanti avevano 46 anni, mentre nei 12 anni successivi possono essere intervenuti cambiamenti nello stato di salute, nelle condizioni di lavoro e nelle circostanze personali. Questi elementi potrebbero aver influenzato gli esiti senza essere completamente rilevati dall’analisi.
Gli autori ritengono comunque che i risultati meritino attenzione, considerando che una parte consistente della popolazione appartiene al cronotipo serale. Secondo i ricercatori, comprendere meglio l’interazione tra ritmi circadiani, sonno, salute e organizzazione del lavoro potrebbe contribuire a chiarire perché alcune persone con questo profilo incontrino maggiori difficoltà nel proseguire l’attività lavorativa con l’avanzare dell’età.
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