Salute 29 Settembre 2026 10:59

Musica e cervello, nei bambini la pratica è associata a migliori abilità cognitive

La ricerca pubblicata su Developmental Cognitive Neuroscience associa la pratica musicale a migliori prestazioni cognitive e a differenze nel fascicolo arcuato del cervello in bambini di 7-9 anni.

di Arnaldo Iodice
Musica e cervello, nei bambini la pratica è associata a migliori abilità cognitive

La pratica musicale regolare potrebbe essere associata a differenze nella struttura della sostanza bianca del cervello e a migliori prestazioni in alcune abilità cognitive già durante la media infanzia. È quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori della Northeastern University e pubblicato su Developmental Cognitive Neuroscience, dal titolo “La formazione musicale è associata a risultati cognitivi e alla microstruttura della materia bianca nella media infanzia”.

La ricerca ha analizzato dati relativi a 76 bambini tra i 7 e i 9 anni, 38 dei quali praticavano uno strumento per almeno 30 minuti alla settimana e 38 che non ricevevano una formazione musicale. La maggior parte dei giovani musicisti suonava il pianoforte o uno strumento a corda. I bambini sono stati sottoposti a test per valutare intelligenza generale, linguaggio, ragionamento spaziale, apprendimento visivo e uditivo, memoria di lavoro, lettura, ortografia e matematica. I musicisti hanno ottenuto risultati migliori in diversi parametri rispetto ai coetanei senza formazione musicale.

Dall’“effetto Mozart” alla formazione musicale

L’idea che la musica possa rendere più intelligenti ha una lunga storia nella ricerca scientifica. Psyche Loui, professoressa di musica alla Northeastern University e direttrice del laboratorio MIND (Music, Imaging, and Neural Dynamics), ricorda come questa convinzione abbia contribuito alla nascita di quello che è stato definito “effetto Mozart”.

Negli anni successivi, la promessa di migliorare le capacità cognitive dei bambini attraverso l’ascolto della musica ha alimentato anche la diffusione di registrazioni musicali destinate all’infanzia e persino di prodotti pensati per l’ascolto durante la gravidanza. La ricerca scientifica successiva ha però spostato l’attenzione dall’ascolto passivo alla pratica musicale. Diversi studi hanno associato la formazione con uno strumento a migliori capacità cognitive e ad alcune differenze nella struttura cerebrale. Il gruppo guidato da Loui ha cercato di mettere in relazione questi due aspetti, osservandoli negli stessi bambini.

“Stavamo cercando di capire come la formazione musicale modella il cervello”, ha affermato la ricercatrice. I risultati dei test hanno mostrato prestazioni più elevate nei bambini che praticavano uno strumento, suggerendo che le associazioni con le capacità cognitive siano osservabili già dopo pochi anni di vita. “Stiamo osservando questi benefici anche in una fase così precoce”, ha affermato Kelsie Lopez, ricercatrice post-dottorato in psicologia alla Northeastern University e co-prima autrice dello studio. “Non è che servano 20 anni di esperienza”.

Le scansioni mostrano differenze nella sostanza bianca

Per approfondire il possibile legame tra pratica musicale, prestazioni cognitive e struttura cerebrale, i ricercatori hanno analizzato anche le scansioni cerebrali di 50 dei bambini coinvolti nello studio. È stata utilizzata l’imaging a tensore di diffusione, o DTI, una tecnica che consente di studiare il movimento dell’acqua attraverso i tessuti cerebrali e di ricostruire l’organizzazione della sostanza bianca.

Quest’ultima è costituita da fasci di fibre nervose che collegano differenti aree del cervello e permettono la trasmissione dei segnali. La mielina, il rivestimento lipidico che avvolge le fibre nervose, contribuisce alla rapida propagazione di questi segnali. Poiché l’acqua tende a muoversi più facilmente lungo le fibre che in direzione trasversale, la sua diffusione può fornire informazioni sulla direzione e sull’organizzazione dei percorsi della sostanza bianca.

Il gruppo di ricerca si è concentrato in particolare sul fascicolo arcuato, un insieme di fibre che collega regioni cerebrali coinvolte nell’elaborazione dei suoni con aree che partecipano alla produzione del linguaggio e al controllo dei movimenti. Le analisi hanno evidenziato una possibile differenza nel fascicolo arcuato destro. Nei bambini che praticavano musica, la diffusione dell’acqua seguiva un percorso più lineare e con una forma maggiormente tubolare, mentre nei coetanei senza formazione musicale appariva più appiattita. Secondo Lopez, il risultato è compatibile con una connessione più forte tra le regioni coinvolte nell’elaborazione dei suoni e quelle che partecipano al linguaggio e alla coordinazione dei movimenti muscolari. Si tratta tuttavia di un’associazione e non dimostra che la formazione musicale abbia provocato direttamente le differenze osservate.

Attenzione, memoria e funzioni esecutive

La pratica di uno strumento musicale richiede contemporaneamente diverse attività mentali. Durante l’apprendimento, il bambino deve mantenere l’attenzione, ricordare istruzioni e sequenze, pianificare i movimenti, controllare le proprie azioni, ascoltare e adattarsi agli errori o alle variazioni dell’esecuzione. Molte di queste capacità rientrano nelle cosiddette funzioni esecutive, cioè i processi cognitivi che consentono di concentrarsi, mantenere informazioni nella memoria di lavoro, organizzare le attività e passare da un compito all’altro.

Secondo Anita Collins, fondatrice dell’organizzazione Bigger Better Brains, queste abilità vengono utilizzate dai bambini anche durante la giornata scolastica. L’esecuzione musicale può quindi rappresentare un contesto nel quale tali capacità vengono esercitate ripetutamente. “Imparare la musica ripetutamente esercita l’attenzione, la memoria di lavoro, la pianificazione, l’autogestione, l’ascolto e l’adattamento”, ha dichiarato Collins.

Anche Loui sottolinea il ruolo delle richieste cognitive imposte dalla pratica musicale, che coinvolge contemporaneamente diverse funzioni necessarie per coordinare ascolto, memoria e movimento.

Suonare insieme e imparare a collaborare

La formazione musicale può coinvolgere anche una dimensione sociale, soprattutto quando i bambini suonano all’interno di un ensemble. In questo contesto, l’esecuzione individuale deve coordinarsi con quella degli altri componenti del gruppo, creando una situazione nella quale ciascun partecipante è responsabile della propria parte e, allo stesso tempo, dipende dal lavoro degli altri. Jessica Zweig, direttrice esecutiva di Play On Philly, organizzazione impegnata nell’educazione musicale, sottolinea proprio questo aspetto. “Suonare in una formazione musicale è un ottimo esercizio per imparare a far parte di una comunità positiva”, ha dichiarato. I ragazzi devono infatti arrivare preparati, rispettare il proprio ruolo e fare affidamento sugli altri membri della sezione affinché facciano altrettanto.

La dimensione collettiva aggiunge quindi alla pratica delle abilità musicali anche occasioni di coordinamento, responsabilità condivisa e collaborazione. I ricercatori sottolineano tuttavia che lo studio non consente di stabilire un rapporto causale tra formazione musicale e differenze cognitive o cerebrali. Per dimostrarlo sarebbero necessari studi longitudinali e interventi nei quali i bambini vengano assegnati casualmente a percorsi di formazione musicale e confrontati nel tempo.

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