Salute 29 Settembre 2026 09:40

Acufene, il cervello fatica di più a capire le parole quando c’è rumore

Uno studio dell’Università di Zurigo ha analizzato 49 adulti con udito normale, 26 dei quali con acufene cronico. Alcuni suoni del linguaggio vengono elaborati più lentamente in presenza di rumore, senza una perdita significativa di accuratezza

di Viviana Franzellitti
Acufene, il cervello fatica di più a capire le parole quando c’è rumore

Avere un acufene cronico può rendere più lento il riconoscimento di alcuni suoni del linguaggio quando intorno c’è rumore, anche in persone che hanno soglie uditive normali ai comuni test audiometrici. È quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori dell’University Hospital Zurich e dell’Università di Zurigo, pubblicato il 23 settembre 2026 sul  Journal of the Acoustical Society of America. La ricerca ha coinvolto 49 adulti di lingua tedesca, 26 con acufene soggettivo cronico e 23 controlli senza acufene, abbinati per età e capacità uditiva. I partecipanti hanno dovuto riconoscere diversi fonemi, cioè le più piccole unità sonore del linguaggio, ascoltandoli sia in silenzio sia in condizioni di rumore. L’obiettivo era capire se l’acufene interferisse con l’elaborazione di specifici suoni del parlato e non soltanto con la comprensione generale delle parole. Il risultato più rilevante riguarda i suoni esplosivi, come “p” e “t”: in presenza di rumore le persone con acufene hanno impiegato in media 89 millisecondi in più per identificarli, pur ottenendo un’accuratezza non significativamente diversa dai controlli.

Acufene e difficoltà a capire il parlato nel rumore

L’acufene è la percezione di un suono, come un fischio o un ronzio, in assenza di una sorgente sonora esterna. È una condizione frequente e può presentarsi anche in persone che non mostrano una perdita uditiva evidente all’esame audiometrico. Proprio questo aspetto ha interessato i ricercatori zurighesi: capire se, a parità di capacità uditiva misurata, l’acufene possa comunque modificare il modo in cui il sistema uditivo elabora il linguaggio. Per farlo, gli autori hanno selezionato persone con acufene soggettivo bilaterale presente da almeno 12 mesi e le hanno confrontate con partecipanti senza acufene. I due gruppi erano comparabili per età e soglie uditive; sono state inoltre valutate alcune funzioni cognitive per ridurre la possibilità che eventuali differenze nella prestazione dipendessero semplicemente da attenzione, memoria di lavoro o capacità psicomotorie.

Cosa succede quando le parole vengono ascoltate nel rumore

Il test utilizzato dai ricercatori non chiedeva semplicemente ai partecipanti di ripetere una parola. Dovevano distinguere specifici fonemi, concentrandosi su due categorie di consonanti: le fricative, come “s” e “sc”, e le occlusive o esplosive, come “p” e “t”. Gli stimoli venivano presentati sia in condizioni tranquille sia insieme a un rumore calibrato individualmente.

Il risultato non è stato un peggioramento generalizzato. Per le fricative, le persone con acufene hanno ottenuto prestazioni sostanzialmente sovrapponibili ai controlli, anche in presenza di rumore. L’accuratezza osservata nella condizione rumorosa era del 69% nel gruppo con acufene e del 73% nei controlli, senza una differenza statisticamente significativa. Anche i tempi di risposta non mostravano differenze rilevanti.

La situazione cambiava invece con i suoni esplosivi. Nel rumore, il gruppo con acufene rispondeva più lentamente: 720,57 millisecondi contro 631,48 millisecondi nei controlli, con una differenza stimata di 89,10 millisecondi, statisticamente significativa. La percentuale di risposte corrette, però, non era significativamente diversa tra i due gruppi. Questo significa che il problema osservato nello studio riguarda soprattutto la velocità di elaborazione, non una dimostrata incapacità di riconoscere correttamente il suono.

Non tutti i suoni del linguaggio vengono elaborati allo stesso modo

Perché proprio “p” e “t” sembrano essere più vulnerabili? Secondo gli autori, questi suoni dipendono in misura importante da informazioni temporali molto rapide, come i brevi segnali acustici che caratterizzano l’esplosione consonantica. Le fricative, invece, presentano caratteristiche spettrali più stabili e prolungate.

I risultati suggeriscono quindi una possibile dissociazione: l’elaborazione delle caratteristiche spettrali del linguaggio appare preservata, mentre quella dei segnali temporali rapidi può essere più vulnerabile nell’acufene, soprattutto quando il segnale deve essere estratto da un ambiente rumoroso. Non significa, tuttavia, che lo studio dimostri che tutte le persone con acufene abbiano difficoltà a comprendere il parlato o che l’acufene provochi una perdita delle capacità linguistiche.

L’udito normale non esclude difficoltà più sottili

Un elemento particolarmente interessante della ricerca è che i partecipanti con acufene avevano soglie audiometriche comparabili a quelle dei controlli. Il risultato suggerisce quindi che il normale esame dell’udito non necessariamente intercetta tutte le possibili differenze nel modo in cui il sistema uditivo elabora segnali complessi. Gli autori sottolineano però anche i limiti del lavoro. Lo studio ha riguardato 49 persone, tutte di lingua tedesca, con acufene cronico prevalentemente tonale, e ha utilizzato un compito sperimentale focalizzato sulla discriminazione di singoli fonemi. I risultati dovranno quindi essere verificati in campioni più ampi e con compiti più vicini alle situazioni quotidiane, come la comprensione di frasi e conversazioni in ambienti affollati.

Cosa aggiunge lo studio alla ricerca sull’acufene

Il lavoro dell’Università di Zurigo sposta l’attenzione da una domanda generale — se le persone con acufene sentano peggio il parlato nel rumore — a una questione più precisa: quali componenti del linguaggio possono essere più difficili da elaborare e in quali condizioni. Gli autori concludono che l’acufene non sembra semplicemente “coprire” tutti i suoni esterni. Al contrario, potrebbe essere associato a una alterazione selettiva dell’elaborazione temporale, che diventa evidente soprattutto quando il cervello deve distinguere rapidamente determinati segnali in presenza di rumore. Serviranno ulteriori studi per capire quanto questo meccanismo contribuisca alle difficoltà riferite nella vita quotidiana e se possa avere implicazioni per la valutazione clinica delle persone con acufene.

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