Salute 23 Settembre 2026 14:34

Paracetamolo in gravidanza, nessuna prova solida di un legame con autismo e ADHD

Una nuova revisione delle evidenze disponibili non trova prove epidemiologiche robuste di un rapporto causale tra l'esposizione prenatale al paracetamolo e autismo o ADHD

di Isabella Faggiano
Paracetamolo in gravidanza, nessuna prova solida di un legame con autismo e ADHD

Il paracetamolo in gravidanza torna al centro del dibattito scientifico, questa volta con una revisione che invita a leggere con cautela le associazioni emerse negli anni tra l’esposizione al farmaco durante la gestazione e alcuni disturbi del neurosviluppo nei bambini, in particolare autismo e disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD). Il nuovo lavoro, appena pubblicato su Developmental Medicine & Child Neurology, ha messo insieme e analizzato le revisioni sistematiche e le meta-analisi disponibili sull’argomento. Nel complesso, sono state considerate sette meta-analisi, che hanno raccolto dati relativi a oltre 3 milioni di partecipanti. Il risultato principale è chiaro: le evidenze epidemiologiche attualmente disponibili non supportano una relazione causale robusta tra l’assunzione di paracetamolo in gravidanza e autismo o ADHD.

Le associazioni osservate si indeboliscono quando aumenta la qualità degli studi

Negli anni diversi studi osservazionali avevano segnalato una possibile associazione tra esposizione prenatale al paracetamolo e disturbi del neurosviluppo. È proprio questo il punto da cui parte la nuova revisione. Quando i ricercatori hanno considerato complessivamente gli studi disponibili, sono emerse piccole associazioni sia con l’autismo sia con l’ADHD. Ma il quadro cambia quando vengono esclusi progressivamente gli studi e le revisioni con maggiori problemi metodologici. Le associazioni, infatti, si attenuano in modo sostanziale e in diversi casi si avvicinano all’assenza di effetto. Gli autori interpretano questo risultato come un’indicazione del fatto che una parte delle associazioni osservate in precedenza potrebbe essere spiegata dai limiti degli studi, piuttosto che da un effetto causale del farmaco.

Il problema del confondimento: perché è difficile stabilire un nesso

Uno degli aspetti più importanti evidenziati dalla revisione riguarda il cosiddetto confondimento. Il paracetamolo viene assunto durante la gravidanza soprattutto per trattare dolore, febbre, infezioni o condizioni infiammatorie. Ma sono proprio queste condizioni materne, indipendentemente dal farmaco, a poter essere associate a diversi esiti della gravidanza e dello sviluppo del bambino. Di conseguenza, quando uno studio osserva una maggiore frequenza di un determinato disturbo tra i bambini esposti al paracetamolo, non è sempre possibile stabilire quanto dipenda dal farmaco e quanto, invece, dalla condizione per cui il medicinale è stato assunto. A questo si aggiungono altri possibili fattori, come età materna, fumo, sovrappeso, ipertensione, preeclampsia e uso di antidepressivi. Anche ricostruire con precisione quanto paracetamolo sia stato assunto durante la gravidanza non è semplice. In molti studi le informazioni vengono raccolte attraverso questionari o dichiarazioni delle donne, con dati che possono essere incompleti rispetto a dose, frequenza e durata dell’assunzione.

Quando entrano in gioco studi più robusti, il quadro cambia

Un elemento particolarmente rilevante della revisione riguarda gli studi che hanno cercato di ridurre l’influenza dei fattori familiari e genetici. Tra questi, gli autori citano una grande ricerca condotta in Svezia su oltre 2,4 milioni di bambini. Attraverso il confronto tra fratelli, i ricercatori non hanno osservato un aumento del rischio di autismo, ADHD o disabilità intellettiva associato all’esposizione prenatale al paracetamolo. Questo tipo di confronto è particolarmente utile perché consente di tenere maggiormente conto di alcuni fattori condivisi all’interno della stessa famiglia, riducendo il rischio che questi vengano erroneamente attribuiti all’esposizione al farmaco. La nuova revisione sottolinea proprio questo aspetto: le associazioni riportate negli studi precedenti tendono ad attenuarsi quando vengono considerati con maggiore rigore i possibili fattori di confondimento.

Nessuna evidenza di causalità

Il punto non è stabilire che il paracetamolo sia “senza rischi” in qualsiasi circostanza. La revisione affronta una domanda molto più precisa: esiste una solida evidenza che l’esposizione al paracetamolo durante la gravidanza provochi autismo o ADHD nel bambino? La risposta degli autori è negativa. “Le associazioni osservate tra esposizione prenatale al paracetamolo e disturbi del neurosviluppo sono probabilmente influenzate da limitazioni metodologiche”, scrivono i ricercatori, indicando in particolare il confondimento residuo e la difficoltà di misurare con precisione l’esposizione. Per gli autori, quindi, le evidenze epidemiologiche disponibili non dimostrano un rapporto causale robusto.

Il paracetamolo resta un’opzione terapeutica in gravidanza

Le conclusioni della revisione hanno anche una ricaduta pratica. Secondo gli autori, alla luce delle evidenze disponibili, il paracetamolo rimane un trattamento di prima scelta durante la gravidanza quando esiste una precisa indicazione clinica, utilizzato alle dosi raccomandate e per il minor tempo necessario. Il motivo è anche legato alla necessità di non sottovalutare le conseguenze di febbre e dolore non trattati durante la gravidanza, mentre le alternative farmacologiche disponibili possono essere limitate. Questo non significa, naturalmente, che il farmaco debba essere assunto senza indicazione o in modo prolungato. La stessa revisione evidenzia la necessità di ulteriori studi capaci di distinguere meglio il ruolo della dose, della durata e del momento della gravidanza in cui avviene l’esposizione.

Una questione che richiede più ricerca, non conclusioni affrettate

Il dibattito sul paracetamolo in gravidanza è destinato probabilmente a proseguire. Gli studi osservazionali hanno prodotto nel tempo risultati non sempre concordanti e la qualità delle evidenze rappresenta un elemento decisivo per interpretarli. La nuova revisione suggerisce quindi una lettura prudente: un’associazione statistica osservata in uno studio non è automaticamente la prova che un farmaco abbia causato quell’esito. Per arrivare a una conclusione affidabile occorre tenere conto delle condizioni che hanno portato all’assunzione del farmaco, delle caratteristiche della gestante, della quantità e della durata dell’esposizione e dei numerosi fattori familiari e ambientali che possono influenzare lo sviluppo del bambino. La conclusione degli autori è che l’associazione tra esposizione prenatale al paracetamolo e rischio di autismo o ADHD potrebbe essere stata sovrastimata proprio a causa dei limiti metodologici degli studi osservazionali. Le evidenze disponibili, concludono, non giustificano al momento una modifica delle raccomandazioni esistenti.

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