Dall’attività fisica al sonno, dalla frequenza cardiaca alla glicemia: l’iniziativa italiana DARE studia il potenziale degli wearable nella prevenzione
Lo smartwatch al polso potrebbe diventare qualcosa di più di uno strumento per contare i passi o controllare quanto si è dormito. Potrebbe contribuire a intercettare precocemente alcuni segnali di rischio, seguire nel tempo i cambiamenti dello stato di salute e sostenere interventi di prevenzione più personalizzati. È questa la prospettiva al centro di DARE – DigitAl lifelong pREvention, iniziativa nazionale italiana dedicata allo sviluppo di strumenti e servizi digitali per la promozione della salute e la prevenzione delle malattie. Un lavoro pubblicato su npj Digital Medicine fa il punto sui progetti che utilizzano dispositivi indossabili nell’ambito dell’iniziativa: 16 studi, oltre 8mila partecipanti e 18 dispositivi di 12 produttori diversi.
L’idea è quella di spostare progressivamente il baricentro dell’assistenza da un modello prevalentemente reattivo, che interviene quando la malattia si manifesta, a un modello più proattivo, capace di osservare nel tempo alcuni indicatori di salute. I dispositivi indossabili permettono infatti di raccogliere informazioni mentre la persona svolge le proprie normali attività quotidiane. Nei progetti DARE vengono monitorati, tra gli altri, attività fisica, sonno, frequenza cardiaca, mobilità, alimentazione e glicemia. Dei 13 studi pilota che prevedono l’utilizzo di wearable, 9 sono dedicati alla prevenzione primaria, mentre 4 riguardano la prevenzione secondaria o terziaria. La maggior parte, 11 su 13, raccoglie dati nella vita reale e non in ambienti controllati. È proprio questo uno degli aspetti più interessanti: non osservare soltanto ciò che accade durante una visita o un test, ma provare a capire come cambiano i comportamenti e alcuni parametri fisiologici nella quotidianità.
Il programma coinvolge popolazioni molto diverse. Ci sono studi dedicati ai bambini con disturbi dello sviluppo, altri al diabete di tipo 1, alla salute muscoloscheletrica, all’alimentazione, all’invecchiamento e alle malattie neurologiche. Un filone riguarda, per esempio, la prevenzione delle cadute negli anziani: i dispositivi possono raccogliere informazioni sulla mobilità, sulla deambulazione, sul sonno e sulla frequenza cardiaca per contribuire alla costruzione di modelli di rischio. Un altro progetto studia le persone con sindrome di Down per cercare marcatori multimodali che possano aiutare a prevedere l’insorgenza e la progressione della demenza associata alla malattia di Alzheimer. Nel diabete di tipo 1 pediatrico, invece, l’obiettivo è integrare i dati sull’attività fisica in un sistema di supporto decisionale clinico. Altri studi guardano all’alimentazione, alla qualità del sonno, allo stile di vita e all’invecchiamento sano. L’ambizione, dunque, non è utilizzare un unico dispositivo per tutto, ma individuare per ogni contesto lo strumento e il tipo di monitoraggio più appropriati.
Ed è proprio qui che emerge uno dei nodi più importanti del lavoro. Avere un dispositivo capace di raccogliere dati non significa automaticamente avere informazioni utilizzabili in ambito sanitario. I 18 dispositivi analizzati presentano caratteristiche molto diverse. Solo 7 su 18 consentono il download diretto dei dati grezzi, mentre soltanto 6 sono certificati CE come dispositivi medici. Molti dispositivi commerciali utilizzano inoltre metriche proprietarie. Questo significa che due strumenti diversi possono misurare apparentemente la stessa variabile, come attività fisica o sonno, ma restituire dati difficili da confrontare. Per la ricerca, spiegano gli autori, l’accesso ai dati grezzi è particolarmente importante: consente di applicare algoritmi diversi, rianalizzare i dati nel tempo e confrontare risultati provenienti da studi differenti.
C’è poi una questione ancora più delicata: dove finiscono i dati raccolti dal dispositivo? Alcuni wearable trasferiscono automaticamente le informazioni a piattaforme cloud proprietarie. La certificazione come dispositivo medico, inoltre, non garantisce di per sé la conformità alle norme sulla privacy. L’esperienza di DARE ha mostrato quanto questo aspetto possa diventare concreto: in uno degli studi pilota, il protocollo è stato respinto dal comitato etico proprio a causa del dispositivo selezionato, che non era certificato come dispositivo medico e utilizzava un sistema di archiviazione dei dati ritenuto non conforme al GDPR. La prevenzione digitale, quindi, non può essere costruita soltanto sulla capacità di raccogliere sempre più informazioni. Deve fare i conti con chi può accedere a quei dati, come vengono conservati, come vengono elaborati e per quanto tempo rimangono disponibili.
Il monitoraggio nella vita reale offre un vantaggio importante, ma porta con sé nuove difficoltà. Un sensore può essere tolto, posizionato male, scaricarsi oppure perdere la connessione. Possono mancare dati, cambiare le impostazioni del dispositivo o essere modificati nel tempo gli algoritmi utilizzati dal produttore. Anche l’aderenza della persona diventa un elemento determinante. Nel lavoro DARE emerge l’importanza di fornire istruzioni pratiche, dimostrare concretamente come utilizzare il dispositivo e garantire un supporto tempestivo in caso di problemi. “Più dati” non significa quindi necessariamente “dati migliori”. Per interpretare correttamente ciò che viene registrato occorre conoscere anche il contesto: un diario, un questionario, informazioni sull’attività svolta o sulle condizioni della persona possono essere indispensabili per dare significato al segnale raccolto.
L’esperienza italiana porta così a una conclusione che va oltre il singolo smartwatch. Per gli autori, il futuro della prevenzione digitale richiede un passaggio da una visione centrata sul dispositivo a una visione centrata sull’ecosistema. Servono standard comuni, dati interoperabili, infrastrutture sicure, criteri condivisi per valutare l’accuratezza delle misurazioni e regole chiare per la gestione delle informazioni. Anche la ricerca deve muoversi nella stessa direzione. Posizione del sensore, frequenza di campionamento, durata del monitoraggio e principali outcome dovrebbero essere armonizzati già nella fase di progettazione, perché cercare di rendere confrontabili i dati solo a posteriori può essere molto più complesso, o addirittura impossibile.
Il potenziale dei dispositivi indossabili è dunque significativo, ma il lavoro DARE mostra anche perché il loro ingresso nella sanità non possa essere affidato soltanto all’innovazione tecnologica. La vera sfida è trasformare una grande quantità di segnali raccolti nella vita quotidiana in informazioni affidabili, interpretabili e clinicamente utili, senza aumentare il carico sulle persone e proteggendo i loro dati. Se questo passaggio sarà realizzato, lo wearable potrebbe diventare uno degli strumenti della prevenzione lungo tutto l’arco della vita: non semplicemente un dispositivo che misura ciò che facciamo, ma una tecnologia capace di contribuire, insieme ai professionisti sanitari e agli altri strumenti della sanità digitale, a riconoscere prima i segnali di rischio e a intervenire quando è ancora possibile modificare il percorso di salute.
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