Uno studio su 46.448 persone trova un'associazione tra minore esposizione precoce allo zucchero e rischio più basso di ansia in età adulta
I primi 1.000 giorni di vita, dalla gravidanza ai due anni dopo la nascita, potrebbero lasciare una traccia sulla salute mentale che arriva fino all’età adulta. È l’ipotesi che emerge da uno studio della University of Surrey, pubblicato su Translational Psychiatry, che ha utilizzato un particolare “esperimento naturale”: il razionamento dello zucchero introdotto nel Regno Unito nel secondo dopoguerra e progressivamente abolito negli anni Cinquanta. I ricercatori hanno analizzato i dati di 46.448 partecipanti alla UK Biobank, nati tra il 1951 e il 1956, suddividendoli in base alla durata dell’esposizione al razionamento: dalla sola vita intrauterina fino ai primi 6, 12, 18 o 24 mesi dopo la nascita. Un ulteriore gruppo comprendeva persone nate dopo la fine del razionamento alimentare.
Il dato più consistente riguarda l’ansia. Nel gruppo che aveva vissuto il periodo di razionamento dalla gravidanza fino ai 24 mesi di età, la durata dell’esposizione era associata a un rischio più basso di sviluppare ansia in età adulta. Un’associazione analoga è stata osservata anche nei gruppi esposti al razionamento fino ai 18 e ai 12 mesi. L’analisi ha inoltre evidenziato una possibile differenza tra i sessi. L’associazione è risultata più forte nelle donne, mentre la direzione del risultato era comunque coerente nei due sessi. Un elemento che rafforza l’interesse del risultato è arrivato dalle analisi di sensibilità: anche tenendo conto dell’assunzione di zuccheri in età adulta, l’associazione con l’ansia è rimasta significativa.
I ricercatori hanno osservato un’associazione anche con la depressione. Quando nell’analisi è stato considerato anche il consumo di zuccheri in età adulta, l’associazione con la depressione si è attenuata fino a perdere la significatività statistica. Questo suggerisce che le abitudini alimentari sviluppate nel corso della vita possano avere un ruolo nella relazione osservata con la depressione. Lo studio, dunque, non consente di attribuire allo zucchero assunto nelle prime fasi della vita un effetto indipendente sul rischio depressivo.
Non è stato invece osservato un effetto significativo sul consumo effettivo di zuccheri in età adulta. Nei diversi gruppi l’assunzione media di zuccheri liberi era compresa tra 58,1 e 59,2 grammi al giorno, mentre quella di zuccheri totali variava tra 122,4 e 123,5 grammi. È emersa però una piccola differenza nella preferenza per gli alimenti dolci. Gli autori considerano comunque la differenza modesta. È un risultato interessante perché suggerisce che le condizioni nutrizionali della prima infanzia possano essere associate non tanto alla quantità di zucchero consumata decenni dopo, quanto alla relazione con il gusto dolce.
Una parte dello studio ha analizzato anche le immagini di risonanza magnetica cerebrale disponibili per 5.990 partecipanti. Su 139 regioni della materia grigia analizzate, sono emerse differenze statisticamente significative in 80 regioni considerando i diversi gruppi di esposizione. Un’analisi successiva ha individuato 11 regioni con differenze rispetto al gruppo di riferimento. Tra queste figurano il tronco encefalico, il giro fusiforme occipitale e diverse aree del cervelletto. Si tratta però di un elemento da interpretare con cautela. Gli stessi autori definiscono questa parte dell’analisi esplorativa: le differenze di volume della materia grigia possono rappresentare un indizio di possibili effetti dell’ambiente nutrizionale precoce sullo sviluppo cerebrale, ma non dimostrano che siano state provocate direttamente dal consumo di zucchero né che siano responsabili del diverso rischio di ansia.
La forza e, allo stesso tempo, il limite dello studio risiedono proprio nel suo disegno. I ricercatori non hanno potuto sapere quanto zucchero ogni singola persona avesse effettivamente consumato durante la gravidanza o nei primi due anni di vita. Hanno utilizzato invece la diversa durata del razionamento come indicatore dell’esposizione. Il confronto è stato possibile grazie alle diverse coorti di nascita e anche a un gruppo di persone nate in Irlanda, dove il calendario del razionamento dello zucchero era differente. Nel gruppo irlandese utilizzato come controllo non sono emerse associazioni significative con ansia o depressione. Gli autori considerano questo risultato un elemento di supporto, ma precisano che il campione irlandese era piccolo e gli intervalli di confidenza ampi. Nello stesso periodo, inoltre, non era razionato soltanto lo zucchero. La durata della restrizione alimentare potrebbe quindi riflettere anche altre caratteristiche dell’ambiente in cui sono cresciute queste persone.
È proprio la particolarità della UK Biobank a consentire questo tipo di analisi. Come osserva Nophar Geifman, tra gli autori dello studio, il database offre l’opportunità di osservare persone che hanno vissuto una fase di disponibilità limitata dello zucchero seguita, negli anni successivi, da un progressivo aumento dei consumi. L’autore sottolinea che il lavoro ha rilevato un’associazione tra il razionamento nelle prime fasi della vita, una minore preferenza per i cibi dolci e un minor rischio di ansia. Ma il messaggio deve essere letto alla luce dei limiti dello studio: non è possibile ricavare una quantità di zucchero individuale “sicura” né concludere che ridurre lo zucchero nei primi 1.000 giorni prevenga l’ansia.
Lo studio si inserisce in un filone di ricerca che guarda sempre più alla gravidanza e ai primi due anni come a una finestra particolarmente sensibile dello sviluppo. Ricerche precedenti avevano già collegato il razionamento dello zucchero nei primi 1.000 giorni con alcuni esiti metabolici e cardiovascolari. Il nuovo lavoro aggiunge alla discussione la salute mentale, con un’associazione più consistente per l’ansia rispetto alla depressione. Resta però da chiarire attraverso quali meccanismi possano emergere queste associazioni. Nel modello utilizzato dagli autori non sono state trovate evidenze sufficienti per attribuire il risultato a un percorso specifico attraverso l’infiammazione o le modificazioni cerebrali.
Il dato più interessante dello studio è dunque anche quello che richiede maggiore prudenza: un’esposizione più lunga al razionamento dello zucchero nei primi 1.000 giorni è risultata associata a un minor rischio di ansia decenni dopo, ma questo non significa che lo zucchero sia la causa diretta del disturbo. Tra i possibili fattori di confondimento gli autori citano anche lo stress materno durante la gravidanza, le condizioni socioeconomiche, le modificazioni dell’assistenza sanitaria e altri aspetti dell’ambiente precoce. Inoltre, la diagnosi dei disturbi di salute mentale potrebbe essere stata sottostimata nelle generazioni più anziane. Per arrivare a conclusioni più solide saranno quindi necessari studi che combinino dati nutrizionali più precisi con informazioni genetiche ed epigenetiche, marcatori infiammatori e neuroimaging. Il lavoro suggerisce, in definitiva, che ciò che accade nei primi 1.000 giorni potrebbe avere una rilevanza molto più lunga nel tempo di quanto si riesca oggi a misurare. Ma indica soprattutto una direzione di ricerca, non una prescrizione individuale sul consumo di zucchero.
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