Salute 1 Settembre 2026 17:02

Social media, il feed personalizzato può amplificare gli stati d’animo negativi

Uno studio dell’Università del Texas a Dallas ha utilizzato l’EEG per osservare in tempo reale le reazioni cerebrali ai contenuti consigliati dagli algoritmi. Nei giovani con più sintomi depressivi emerge un’associazione con feed più negativi.

di Arnaldo Iodice
Social media, il feed personalizzato può amplificare gli stati d’animo negativi

Un feed costruito su misura per i propri gusti potrebbe non essere neutrale rispetto all’umore. È l’ipotesi che emerge da uno studio preliminare dell’Università del Texas a Dallas, pubblicato su Computers in Human Behavior, che ha analizzato il rapporto tra contenuti raccomandati dagli algoritmi, attività cerebrale e sintomi depressivi. La ricerca ha coinvolto 60 giovani adulti, con un’età media di 20 anni, valutati attraverso scale validate per ansia e depressione. I partecipanti hanno poi guardato due tipi di video: quelli consigliati personalmente dai loro account Instagram o TikTok e una selezione di video di tendenza, non personalizzati.

Durante la visione, l’attività cerebrale è stata registrata tramite EEG, una tecnica capace di rilevare l’attività elettrica del cervello in tempo reale. I ricercatori hanno esaminato in particolare l’asimmetria alfa frontale, un indicatore utilizzato per studiare elaborazione emotiva e motivazione. Il dato centrale è che i contenuti personalizzati sembrano riflettere lo stato emotivo degli utenti, mostrando un’associazione con sintomi depressivi e risposte cerebrali coerenti con essi.

L’approccio è innovativo perché permette di osservare le reazioni mentre i partecipanti vengono esposti ai contenuti, invece di ricostruirle soltanto attraverso questionari successivi. Lo studio offre così una prima indicazione sul possibile legame tra personalizzazione dei feed ed esperienza emotiva.

Non conta soltanto il tempo davanti allo schermo

Secondo i ricercatori, il risultato invita a spostare l’attenzione dal semplice tempo trascorso davanti allo schermo a ciò che viene effettivamente mostrato nel feed. Nell’analisi, infatti, il tempo complessivo passato davanti agli schermi è stato considerato un possibile fattore confondente. La sua relazione con la salute mentale può essere debole proprio perché non tutte le attività digitali hanno lo stesso significato. “Non si tratta solo di quanto tempo si trascorre sui social media”, ha spiegato Carole Leung, prima autrice. “Anche ciò che l’algoritmo raccomanda è importante”.

L’EEG ha consentito inoltre di osservare le risposte emotive mentre i partecipanti guardavano i video, anziché affidarsi esclusivamente a ricordi e questionari compilati successivamente. Per Stacie Warren, coautrice dello studio, combinare l’attività cerebrale con la valutazione dei sintomi depressivi offre una misura più oggettiva delle reazioni ai contenuti selezionati dagli algoritmi. Il tipo di contenuto, dunque, potrebbe essere importante quanto la quantità di tempo trascorsa sulle piattaforme.

Quando il feed riflette e può rafforzare l’umore negativo

I partecipanti con una maggiore presenza di sintomi depressivi ricevevano suggerimenti caratterizzati da una quota più elevata di contenuti depressivi. La loro attività cerebrale mostrava inoltre un profilo associato a un’elaborazione più negativa. Il modello osservato non era identico durante la visione dei video di tendenza generali. Per i ricercatori, questo risultato solleva l’ipotesi di un possibile circolo vizioso: una persona già depressa potrebbe essere maggiormente attratta da determinati contenuti, mentre il sistema di raccomandazione, imparando dalle sue interazioni, potrebbe continuare a proporre materiali simili.

I video più frequentemente suggeriti riguardavano le relazioni sociali, comprese amicizie e relazioni sentimentali. In presenza di sintomi depressivi, spiegano gli studiosi, possono comparire più spesso contenuti relativi a discussioni, conflitti o esperienze negative. Potrebbero invece essere meno rappresentati i video sulle relazioni positive. Anche questo è stato associato a una maggiore asimmetria alfa frontale destra.

Secondo i ricercatori, le persone depresse possono tendere a concentrarsi maggiormente sugli elementi negativi e a trascurare quelli positivi. L’algoritmo potrebbe quindi apprendere proprio da queste preferenze e rafforzare ulteriormente il tipo di contenuti già ricercato o con cui l’utente interagisce. In questo modo, ciò che inizialmente è una preferenza individuale potrebbe contribuire a costruire un ambiente digitale sempre più coerente con quello stato emotivo.

È importante, però, non interpretare i risultati come la dimostrazione che gli algoritmi causino depressione. Lo studio è preliminare e rileva associazioni tra caratteristiche dei feed, attività cerebrale e sintomi. Serviranno ricerche più ampie e longitudinali per capire se l’esposizione ripetuta a contenuti negativi peggiori davvero l’umore nel tempo. Resta comunque l’indicazione che studiare soltanto il numero di ore trascorse sui social potrebbe non essere sufficiente per comprendere i loro effetti psicologici.

Insegnare a modificare il proprio feed

L’obiettivo dei ricercatori è ora capire se sia possibile interrompere questo meccanismo insegnando agli utenti a intervenire consapevolmente sul proprio feed. Il gruppo dell’UT Dallas sta sperimentando strategie rivolte agli adolescenti: seguire creator che propongono contenuti positivi, interagire maggiormente con quelli ritenuti utili e limitare l’esposizione ai materiali negativi. In caso di feed diventato particolarmente problematico, gli studiosi ricordano anche la possibilità di ripristinare l’account alle impostazioni predefinite.

L’idea è quindi passare da un approccio basato esclusivamente sulla riduzione del tempo online a uno che tenga conto della qualità e della natura delle esperienze digitali. Per Alva Tang, autore corrispondente dello studio, dire semplicemente a un adolescente di non usare il telefono rischia di essere poco realistico. Più utile potrebbe essere insegnare come funzionano gli algoritmi e come modificare ciò che propongono.

I ricercatori stanno intanto raccogliendo dati su adolescenti tra 13 e 16 anni, con l’obiettivo di realizzare un possibile studio longitudinale. Seguire i partecipanti nel tempo permetterà di verificare se le raccomandazioni personalizzate siano associate a cambiamenti duraturi dell’umore e se determinati comportamenti possano ridurre l’esposizione ai contenuti negativi. Gli algoritmi apprendono dalle scelte dell’utente e adattano progressivamente il feed. Per questo la prevenzione potrebbe includere la capacità di riconoscere un feed troppo sbilanciato e intervenire prima che l’esperienza digitale alimenti un ciclo negativo. Il prossimo passo sarà capire se modificare consapevolmente le proprie interazioni possa produrre effetti misurabili anche sul benessere psicologico.

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