Uno studio dell’UNSW Sydney su 365 ragazzi tra 10 e 15 anni rileva un’associazione tra l’età del primo utilizzo dei social e la presenza di sintomi di ansia e depressione.
Iniziare a utilizzare i social media in età molto giovane potrebbe essere associato a una maggiore presenza di sintomi di ansia e depressione durante l’adolescenza. A suggerirlo è una nuova ricerca dell’UNSW Sydney, pubblicata su JAMA Network Open, che ha coinvolto 365 adolescenti australiani tra i 10 e i 15 anni e uno dei loro genitori. Lo studio è stato condotto nelle sei settimane precedenti all’introduzione, nel dicembre 2025, del divieto australiano di utilizzo dei social media per i minori. Ai partecipanti è stato chiesto se avessero mai utilizzato i social, a quale età avessero iniziato e se disponessero di un account. Sono stati inoltre valutati i sintomi di ansia e depressione.
Il 70% dei ragazzi aveva già utilizzato i social media, mentre circa la metà possedeva un account. L’età media del primo utilizzo era di 11 anni. Il dato più significativo riguarda proprio questo aspetto: i ragazzi che avevano iniziato a utilizzare i social in età più precoce riferivano un numero maggiore di sintomi di ansia e depressione. Il semplice possesso di un account, invece, mostrava una correlazione più debole con il disagio psicologico.
Non conta solo avere un account
Secondo Susanne Schweizer, professoressa associata dell’UNSW e responsabile della ricerca, il risultato più sorprendente è stato proprio il peso attribuito all’età del primo contatto con i social. L’analisi suggerisce infatti che non sarebbe sufficiente chiedersi se un adolescente abbia o meno un account: anche il momento in cui avviene la prima esposizione potrebbe avere un ruolo importante.
Per i ricercatori, questo elemento apre una prospettiva diversa anche sul piano delle politiche pubbliche. Ritardare l’accesso ai social potrebbe rappresentare una strategia promettente per ridurre alcuni rischi, soprattutto se il periodo di attesa venisse accompagnato da educazione all’igiene digitale e alla cittadinanza digitale. L’obiettivo non sarebbe quindi soltanto impedire l’accesso, ma utilizzare gli anni precedenti all’ingresso nel mondo dei social per insegnare ai ragazzi come gestire contenuti, relazioni e pressioni online.
Il divieto australiano non basta a spiegare la salute mentale dei giovani
La ricerca si inserisce nel dibattito seguito all’introduzione in Australia del divieto di utilizzo dei social media per gli under 16. La misura è stata adottata sullo sfondo delle crescenti preoccupazioni per la salute mentale degli adolescenti e per la diffusione sempre maggiore delle piattaforme digitali. Tuttavia, secondo Anna Bilston, autrice principale e dottoranda all’UNSW, limitare semplicemente l’accesso potrebbe non essere sufficiente. Per proteggere il benessere psicologico dei giovani, sostengono i ricercatori, occorre considerare anche quando iniziano a utilizzare i social e quali competenze hanno sviluppato per affrontarne i rischi.
Anche le intenzioni dichiarate dai ragazzi mostrano quanto sia complesso intervenire sul fenomeno. Solo un quarto degli adolescenti intervistati ha detto di voler smettere di utilizzare i social dopo il divieto. Il 34% ha dichiarato di voler continuare a usarli senza possedere un account, mentre il 35% ha affermato di voler cercare un modo per aggirare le restrizioni e continuare a utilizzare i propri account. Secondo Schweizer, quindi, la maggior parte dei giovani che intendono restare sui social sembra orientata a cercare soluzioni alternative piuttosto che semplicemente aspettare il compimento dei 16 anni.
Questo, però, non significa necessariamente che la politica sia destinata a fallire. I ricercatori sottolineano che un cambiamento nei comportamenti può essere preceduto da un cambiamento negli atteggiamenti. Il divieto potrebbe inoltre aver favorito conversazioni tra genitori e figli, insegnanti e studenti sui rischi legati all’uso dei social. Sarà il monitoraggio nel tempo a stabilire se le nuove restrizioni produrranno effetti sulla salute mentale, sui comportamenti e sull’esposizione ai pericoli online.
Le relazioni faccia a faccia restano importanti
Un secondo studio condotto dallo stesso gruppo di ricerca, pubblicato su JMIR Mental Health, ha aggiunto un altro elemento al quadro. Gli studiosi hanno seguito nel tempo adolescenti più grandi e giovani adulti, chiedendo loro di registrare le proprie interazioni sociali e di indicare se fossero avvenute online oppure faccia a faccia, oltre alle emozioni provate dopo ciascuna esperienza.
Nel complesso, gli incontri di persona lasciavano i giovani con una sensazione più positiva e di maggiore inclusione rispetto alle interazioni online. Il risultato, tuttavia, non implica che le relazioni digitali siano sempre negative. I giovani più sensibili dal punto di vista sociale sembravano infatti trovare più semplici le interazioni online. Una possibile spiegazione è che la comunicazione digitale lasci loro più tempo per pensare alle risposte e gestire le situazioni sociali.
Secondo Schweizer, però, potrebbe trattarsi soprattutto di un beneficio immediato: nel lungo periodo, sarebbero le interazioni faccia a faccia a contribuire maggiormente alla costruzione e al consolidamento di relazioni positive. Si tratta comunque, sottolineano i ricercatori, di un’ipotesi che dovrà essere verificata.
I dati complessivi mostrano quindi che il rapporto tra social media e salute mentale è più complesso di una semplice contrapposizione tra attività online “utile” o “dannosa”. Alcune interazioni digitali possono avere una funzione positiva, soprattutto per determinati adolescenti, mentre le relazioni nella vita reale continuano ad avere un ruolo centrale.
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