Prevenzione 1 Ottobre 2026 15:15

A 60 anni la memoria può segnalare un futuro rischio più alto di ictus

Uno studio svedese suggerisce un’associazione tra prestazioni cognitive più basse e maggiore rischio di primo ictus, soprattutto tra i 60 e i 69 anni. La ricerca ha analizzato memoria, velocità di elaborazione, fluenza verbale e funzioni esecutive

di Viviana Franzellitti
A 60 anni la memoria può segnalare un futuro rischio più alto di ictus

Il funzionamento cognitivo potrebbe offrire un ulteriore indizio sul rischio cerebrovascolare già a partire dai 60 anni. È quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori della Lund University e dello Skåne University Hospital di Malmö, in Svezia, nell’ambito del progetto Good Aging in Skåne. L’analisi, pubblicata il 30 settembre 2026 sul Journal of the American Heart Association, ha esaminato 4.912 persone di almeno 60 anni, inizialmente senza demenza, ictus o TIA, seguite per una media di 12,3 anni.

Lo studio svedese sulla funzione cognitiva

L’obiettivo dei ricercatori era capire se diverse componenti della funzione cognitiva misurate in età avanzata fossero associate al rischio di sviluppare un primo ictus negli anni successivi. I partecipanti, il 46% dei quali uomini, erano suddivisi in tre fasce d’età: 60-69 anni, 70-79 anni e 80 anni o più. Al momento dell’inclusione non avevano una diagnosi di demenza né una storia di ictus o attacco ischemico transitorio. Le capacità cognitive sono state valutate attraverso test standardizzati che prendevano in esame memoria episodica, velocità di elaborazione delle informazioni, fluenza verbale e funzioni esecutive. I ricercatori hanno poi classificato i risultati in livelli basso, intermedio e alto, tenendo conto dell’età, e hanno verificato quanti partecipanti avessero avuto un primo ictus durante il periodo di osservazione. Nel complesso, sono stati registrati 572 primi ictus.

Il legame più evidente tra i 60 e i 69 anni

Il risultato più significativo è emerso proprio nella fascia più giovane dello studio. Tra le persone di 60-69 anni, chi aveva ottenuto i punteggi più bassi nella funzione cognitiva generale presentava un rischio di primo ictus dell’86% più alto rispetto a chi aveva ottenuto i punteggi più elevati. L’associazione riguardava anche specifiche capacità cognitive: per i partecipanti con i punteggi più bassi nella memoria episodica, il rischio risultava superiore del 68%, mentre per quelli con una più bassa velocità di elaborazione delle informazioni era superiore del 66%. Il dato, tuttavia, non si è ripetuto nello stesso modo nelle persone più anziane. Dopo aver tenuto conto di altri fattori di salute e stile di vita, l’associazione tra prestazioni cognitive e rischio di ictus non è risultata analoga nei gruppi di 70-79 anni e negli over 80. I ricercatori sottolineano che le diverse fasce d’età possono avere caratteristiche mediche molto differenti, con un numero maggiore di patologie e farmaci nelle età più avanzate.

Perché memoria e ictus potrebbero essere collegati

Lo studio non dimostra che avere una memoria peggiore causi un ictus. La ricerca è infatti osservazionale e rileva un’associazione tra i risultati dei test cognitivi e il successivo verificarsi dell’evento cerebrovascolare. Gli stessi autori sottolineano quindi la necessità di ulteriori studi per comprendere il rapporto tra i due fenomeni. Una possibile spiegazione è che una riduzione delle prestazioni cognitive già a 60-69 anni possa, in alcuni casi, riflettere alterazioni cerebrali o vascolari già presenti ma non ancora diagnosticate. Tra i possibili fattori citati dai ricercatori ci sono lesioni cerebrali silenti, alterazioni della sostanza bianca, microemorragie e altri danni cerebrovascolari che possono influenzare sia le capacità cognitive sia il successivo rischio di ictus.

Un possibile indicatore da studiare

Per gli autori, il risultato apre alla possibilità che la valutazione delle capacità cognitive possa contribuire, insieme ad altri indicatori, all’identificazione delle persone con un maggiore rischio cerebrovascolare. Non si tratta quindi di utilizzare un singolo test di memoria per prevedere individualmente un ictus, ma di capire se le informazioni ottenute dalla valutazione cognitiva possano aggiungere elementi utili alla valutazione complessiva del rischio. Saranno necessari ulteriori studi per chiarire soprattutto che cosa viene prima tra alterazioni cognitive, danno cerebrovascolare e rischio di ictus. I ricercatori indicano anche la necessità di approfondire il rapporto attraverso studi che combinino test cognitivi e tecniche di imaging cerebrale, come la risonanza magnetica.

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