Salute 16 Aprile 2026 17:26

Tumore dell’esofago: scoperta la lesione precancerosa chiave

Ricercatori di Cambridge identificano nell’esofago di Barrett l’origine comune dell’adenocarcinoma esofageo. I biomarcatori genetici potrebbero rivoluzionare screening e diagnosi anticipata.

di Arnaldo Iodice
Tumore dell’esofago: scoperta la lesione precancerosa chiave

Uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Nature Medicine ha fornito la prova più solida finora che l’esofago di Barrett rappresenti la condizione precursore universale dell’adenocarcinoma esofageo, la forma più comune di tumore dell’esofago nei Paesi sviluppati. La ricerca, guidata dalla professoressa Rebecca Fitzgerald del Li Ka Shing Early Cancer Institute dell’Università di Cambridge, ha analizzato dati clinici ed epidemiologici di 3.100 pazienti operati per adenocarcinoma esofageo reclutati in 25 centri del Regno Unito. Il team ha inoltre studiato il sequenziamento dell’intero genoma di 710 pazienti e l’analisi dell’intero esoma su campioni multipli provenienti da 87 casi, ricostruendo l’evoluzione genetica dei tumori. I risultati aprono nuove prospettive per diagnosi precoce, screening mirato e strategie di prevenzione più efficaci.

Un tumore in crescita e un legame clinico discusso

Il cancro dell’esofago rappresenta oggi una delle neoplasie più difficili da trattare, nonostante i progressi terapeutici degli ultimi anni. L’adenocarcinoma esofageo è infatti in aumento nei Paesi occidentali e viene spesso diagnosticato quando la malattia è già in fase avanzata, riducendo drasticamente le possibilità di cura. Da tempo la comunità scientifica sospettava un legame diretto con l’esofago di Barrett, una condizione in cui il rivestimento dell’esofago viene alterato dal reflusso gastroesofageo cronico e appare, durante l’endoscopia, come una tipica placca rosata.

Questa condizione interessa circa una persona ogni 100-200 nel Regno Unito e tra il 3% e il 13% dei pazienti sviluppa nel corso della vita un adenocarcinoma esofageo. Tuttavia, circa metà dei malati di tumore non presenta segni evidenti di esofago di Barrett al momento della diagnosi, generando dubbi sull’esistenza di percorsi alternativi di sviluppo del cancro. Dimostrare con certezza l’esistenza di una lesione precancerosa comune è fondamentale per costruire programmi di screening efficaci. Come ha sottolineato Fitzgerald, il cancro impiega spesso anni prima di manifestarsi clinicamente: individuare la fase iniziale significa intervenire quando la malattia è ancora prevenibile, evitando al tempo stesso screening inutili o potenzialmente dannosi.

Le prove genetiche indicano un unico percorso biologico

L’analisi genomica ha fornito l’elemento decisivo dello studio. Sebbene solo il 35% dei pazienti presentasse un esofago di Barrett identificabile all’endoscopia o all’esame istologico, i ricercatori hanno scoperto che DNA tumorale, mutazioni genetiche, identità cellulare e modelli evolutivi erano praticamente indistinguibili tra i pazienti con e senza Barrett visibile. L’unica differenza significativa riguardava lo stadio della malattia: nei casi privi di segni evidenti, il tumore risultava generalmente più avanzato.

Il risultato suggerisce che il tessuto di Barrett possa essere distrutto dalla crescita tumorale, rendendolo invisibile al momento della diagnosi. L’individuazione di biomarcatori molecolari come le proteine TFF3 e REG4, presenti anche nelle fasi precoci della trasformazione cellulare, rafforza l’idea di un’unica traiettoria biologica verso il tumore e offre nuovi strumenti per identificare precocemente le persone a rischio.

Verso nuovi test di screening meno invasivi

Secondo gli autori, l’assenza di percorsi alternativi rafforza l’importanza della diagnosi precoce dell’esofago di Barrett come strategia di prevenzione oncologica. I ricercatori chiedono ora test più sensibili e minimamente invasivi capaci di individuare marcatori molecolari prima che compaiano alterazioni visibili all’endoscopia. Studi futuri potrebbero portare a screening basati su semplici esami ambulatoriali, come il test con capsula e spugna già sviluppato dal gruppo di Cambridge. Identificare i segnali biologici nascosti della malattia significherebbe intervenire prima della trasformazione tumorale, migliorando significativamente prognosi e sopravvivenza dei pazienti.

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