La pratica regolare di attività aerobica per circa 30 anni è associata a una maggiore capacità fisiologica di mantenere le funzioni dell’organismo con l’avanzare dell’età.
Decenni di esercizio aerobico regolare possono essere associati a una maggiore capacità dell’organismo di adattarsi all’invecchiamento. È quanto emerge da uno studio pubblicato su GeroScience, che ha analizzato la relazione tra attività fisica praticata nel lungo periodo e capacità di vitalità negli adulti anziani. I ricercatori hanno confrontato 39 persone sane di età superiore ai 55 anni, 19 delle quali avevano praticato esercizio aerobico strutturato almeno tre volte alla settimana per circa 30 anni e 20 con uno stile di vita prevalentemente sedentario. La capacità di vitalità è stata valutata attraverso 12 biomarcatori distribuiti in tre ambiti: risposta immunitaria e allo stress, energia e metabolismo, funzione neuromuscolare. I partecipanti provenivano dall’area metropolitana di Nizza, in Francia, e non presentavano malattie croniche, infiammazioni acute né assumevano regolarmente farmaci. L’obiettivo era valutare se l’attività aerobica protratta nel tempo fosse associata a una maggiore riserva fisiologica.
Il concetto di capacità di vitalità si inserisce nella definizione di invecchiamento sano sviluppata nel quadro del Decennio dell’invecchiamento sano 2021 2030 delle Nazioni Unite. L’attenzione non è rivolta esclusivamente alla presenza o all’assenza di malattie, ma alla capacità della persona anziana di mantenere le funzioni necessarie per svolgere le attività considerate importanti. La capacità di vitalità rappresenta, in questo contesto, una misura della riserva fisiologica dell’organismo e viene valutata attraverso biomarcatori relativi alla risposta immunitaria e allo stress, all’energia e al metabolismo e alla funzione neuromuscolare.
Per costruire il punteggio, i ricercatori hanno attribuito lo stesso peso ai tre domini e utilizzato tutti i 12 biomarcatori raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità. Nel corso di tre visite sono state raccolte informazioni sulle abitudini di esercizio fisico e sulla salute dei partecipanti. Sono stati inoltre analizzati campioni di sangue, parametri cardiovascolari e composizione corporea mediante densitometria a raggi X a doppia energia. I partecipanti hanno eseguito anche test di resistenza e forza muscolare. L’insieme dei dati ha permesso di calcolare per ciascun individuo un punteggio di capacità di vitalità, consentendo il confronto tra il gruppo che aveva mantenuto una regolare attività aerobica e quello sedentario.
Il gruppo che aveva praticato esercizio aerobico per oltre 30 anni ha ottenuto un punteggio complessivo di capacità di vitalità superiore rispetto al gruppo sedentario, con una differenza di 0,2 z score. La capacità di vitalità diminuiva comunque con l’aumentare dell’età, anche tra le persone fisicamente attive, indicando che l’esercizio non eliminava gli effetti fisiologici dell’invecchiamento.
La differenza più marcata tra i gruppi è emersa nell’ambito della risposta immunitaria e allo stress. Le persone attive presentavano inoltre livelli più elevati di ossigeno nel sangue a riposo e una maggiore variabilità della frequenza cardiaca, parametri associati alla capacità del sistema cardiovascolare e nervoso di adattarsi alle variazioni delle richieste dell’organismo. Per i singoli indicatori di infiammazione e per la salute immunitaria riferita dai partecipanti, invece, non sono state osservate differenze significative. Anche il dominio neuromuscolare non ha mostrato differenze significative a livello di gruppo, sebbene forza di presa, forza delle gambe e capacità polmonare abbiano contribuito in misura rilevante alla variabilità individuale del punteggio.
I risultati suggeriscono quindi un’associazione tra la pratica prolungata di esercizio aerobico e una maggiore capacità di vitalità negli anziani, ma non dimostrano che l’attività fisica sia direttamente responsabile della conservazione della riserva fisiologica. Lo studio ha infatti un disegno trasversale ed esplorativo e ha coinvolto un campione molto ridotto, composto da 39 persone selezionate tra adulti sani della stessa area geografica. Queste caratteristiche limitano la possibilità di estendere i risultati alla popolazione generale e di stabilire una relazione causale.
Il confronto ha comunque evidenziato alcune differenze anche nella composizione corporea. Tra le donne fisicamente attive è stata rilevata una quantità significativamente maggiore di massa muscolare magra e una minore massa grassa rispetto alle donne sedentarie. Nel complesso, invece, i punteggi relativi a energia e metabolismo sono risultati simili nei due gruppi.
Gli autori sottolineano che saranno necessari studi con campioni più numerosi e popolazioni più diversificate per verificare la solidità dell’associazione osservata e stabilire se il punteggio di capacità di vitalità possa rappresentare uno strumento utile per valutare l’invecchiamento sano in differenti contesti.
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