Advocacy e Associazioni 23 Settembre 2026 11:52

Trapianti, i pazienti dentro le decisioni: “Aprire la scatola nera” dei comitati di selezione

Uno studio qualitativo pubblicato su JAMA Network Open esplora cosa accadrebbe se le persone candidate al trapianto potessero partecipare alle riunioni in cui viene discussa la loro candidatura

di Isabella Faggiano
Trapianti, i pazienti dentro le decisioni: “Aprire la scatola nera” dei comitati di selezione

Essere presenti nel luogo in cui si decide il proprio futuro clinico. Ascoltare cosa viene detto, comprendere quali elementi vengono valutati, poter chiarire un’informazione e, soprattutto, capire perché una decisione viene presa. È questa la domanda al centro di uno studio qualitativo pubblicato su JAMA Network Open: le persone candidate a un trapianto dovrebbero poter partecipare alla riunione del comitato che discute la loro candidatura? La risposta che arriva dalle 41 persone intervistate non è un sì o un no netto. È, piuttosto, una richiesta di ripensare il processo decisionale affinché possa diventare più trasparente, comprensibile e partecipato, senza compromettere la libertà di discussione dei professionisti e la tutela della persona assistita. Lo studio, condotto negli Stati Uniti tra novembre 2023 e aprile 2025, ha coinvolto 19 persone assistite, 13 professionisti sanitari e 9 persone con una doppia esperienza, sia come professionisti sia come riceventi di trapianto. Dalle interviste sono emersi quattro temi principali: il riequilibrio del potere e dell’autonomia, la comprensione del processo come forma di empowerment, la vulnerabilità reciproca e la gestione dell’incertezza.

La “scatola nera” delle decisioni

Le riunioni dei comitati di selezione hanno un ruolo decisivo. Dopo le valutazioni cliniche, medici, chirurghi, coordinatori dei trapianti, assistenti sociali, farmacisti, dietisti e altri professionisti si confrontano sulle condizioni mediche e psicosociali della persona e decidono se proporne l’inserimento nella lista per il trapianto. Un processo multidisciplinare nel quale entrano in gioco rischio clinico, prognosi, supporto sociale, aderenza e altri elementi. Ma la persona direttamente interessata, nella pratica, resta generalmente fuori dalla stanza. È proprio questa distanza a generare quella che alcuni partecipanti definiscono una “black box”, una scatola nera: un luogo nel quale vengono prese decisioni che hanno conseguenze enormi sulla vita della persona, ma del cui funzionamento quest’ultima conosce poco. Per le persone intervistate, poter partecipare significherebbe anche avere la possibilità di verificare che la propria storia sia stata rappresentata correttamente, chiarire eventuali incomprensioni e comprendere il ragionamento alla base della decisione. Non si tratta necessariamente di avere l’ultima parola. L’autonomia, spiegano i risultati dello studio, viene interpretata soprattutto come possibilità di prendere parte al processo, fornire il proprio punto di vista e comprendere le ragioni della decisione.

Più trasparenza, ma non senza rischi

È qui che emergono le differenze tra le prospettive. I professionisti sanitari riconoscono che la presenza della persona potrebbe aumentare trasparenza e fiducia. Ma allo stesso tempo temono che possa condizionare la discussione, soprattutto quando entrano in gioco aspetti delicati come prognosi, aderenza o uso di sostanze. Una riunione nella quale i professionisti sanno di avere davanti la persona direttamente coinvolta potrebbe, secondo alcuni intervistati, rendere più difficile affrontare apertamente determinate questioni. C’è poi un’altra dimensione: quella emotiva. Per alcune persone assistite partecipare potrebbe essere un’esperienza di empowerment; per altre potrebbe significare sentirsi giudicate, esposte o addirittura vivere la riunione come una sorta di “processo”. Anche i professionisti si sentono vulnerabili: vengono richiamati il peso emotivo delle discussioni, il timore di conseguenze medico-legali e il rischio che la relazione con la persona assistita possa risentire di ciò che viene detto durante la deliberazione.

Capire il processo è già empowerment

Un altro elemento interessante riguarda la comprensione. La trasparenza, da sola, non basta. Se una persona viene ammessa a una riunione nella quale si parla rapidamente utilizzando termini medici e ragionamenti clinici impliciti, il rischio è che la partecipazione rimanga soltanto formale. I professionisti intervistati sottolineano proprio questo problema: molte discussioni potrebbero essere difficili da comprendere per chi non possiede conoscenze mediche. Ma anche le persone assistite riconoscono la difficoltà. Per partecipare davvero, non basta “esserci”: occorre capire quali criteri vengono utilizzati, quali informazioni vengono considerate e come si arriva alla decisione. La partecipazione, dunque, richiede preparazione e strumenti di comunicazione adeguati. Altrimenti potrebbe persino aumentare la confusione o accentuare le disuguaglianze tra chi possiede maggiori competenze comunicative e di alfabetizzazione sanitaria e chi ne possiede meno.

Il rischio di una nuova disuguaglianza

È uno dei nodi più delicati dello studio. Dare a tutti la possibilità di partecipare non significa necessariamente garantire a tutti la stessa capacità di farlo. Una persona con maggiore health literacy, più familiarità con il linguaggio sanitario o migliori capacità comunicative potrebbe riuscire a intervenire in modo più efficace rispetto a chi ha maggiori difficoltà nel comprendere le informazioni. Per questo gli autori sottolineano che l’accesso, da solo, non è sufficiente. Servono condizioni che permettano una partecipazione realmente informata ed equa. La questione diventa quindi come costruire il processo, più che semplicemente decidere se aprire o meno la porta della riunione.

Non una scelta binaria

È proprio questa la conclusione più interessante dello studio. I partecipanti non hanno individuato un unico modello di partecipazione. Piuttosto, hanno proposto una serie di possibili strumenti: ruoli strutturati di osservazione, partecipazione facilitata, preparazione prima della riunione, sintesi delle discussioni e framework standardizzati per la comunicazione. L’idea è quella di procedere per gradi, sperimentando modelli capaci di proteggere contemporaneamente trasparenza, autonomia, equità e qualità della deliberazione clinica. Gli autori parlano quindi della partecipazione come di un processo “stepwise”, graduale e iterativo, non come di un intervento unico. Prima di introdurla sarebbero necessarie regole chiare, preparazione della persona assistita, definizione delle aspettative e strumenti per facilitare la comunicazione. Anche dopo la decisione, viene considerata importante una comunicazione strutturata.

Il potere resta al comitato, ma cambia la relazione

Il punto non è trasferire alla persona assistita il potere decisionale sull’accesso al trapianto. Il comitato mantiene la responsabilità della decisione. Ma consentire alla persona di conoscere e, in determinate modalità, partecipare al processo può modificare la distribuzione della voce e della visibilità all’interno della decisione. È un passaggio che riguarda non soltanto il trapianto, ma una questione più ampia della medicina contemporanea: quanto deve essere trasparente una decisione clinica che incide profondamente sulla vita di una persona? Nel caso dei trapianti, la domanda è ancora più delicata perché non si tratta semplicemente di scegliere tra due trattamenti. La decisione riguarda l’accesso a una risorsa scarsa e salvavita e coinvolge valutazioni cliniche, sociali ed etiche.

Dalla “black box” alla partecipazione progettata

Lo studio non dimostra che far entrare le persone assistite nelle riunioni dei comitati migliori gli esiti dei trapianti. È uno studio qualitativo e il suo obiettivo è esplorare prospettive, benefici, rischi e possibili modalità di implementazione. Ma proprio per questo offre una fotografia interessante di una trasformazione in corso: la richiesta di essere informati non sembra più sufficiente. Le persone vogliono comprendere come vengono prese le decisioni che le riguardano e, almeno in parte, poter contribuire al processo. Gli autori sottolineano che, senza indicazioni chiare, i singoli programmi potrebbero adottare soluzioni differenti e non necessariamente eque. Per questo servono modelli strutturati, ruoli definiti, supporti alla comunicazione e adeguate garanzie di tutela. La vera sfida, dunque, non sembra essere semplicemente aprire la porta della “stanza dei trapianti”. È decidere come farlo, garantendo che la partecipazione non sia soltanto presenza, ma diventi comprensione, possibilità di esprimersi e trasparenza, senza compromettere la qualità e la libertà della decisione clinica.

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