Advocacy e Associazioni 18 Settembre 2026 12:59

Rette Rsa e Alzheimer, chi deve pagare? Tra sentenze e vuoti normativi

Le recenti ordinanze della Cassazione riaccendono il dibattito sulle rette delle Rsa. AIMA e Uneba chiedono chiarezza, ma con prospettive diverse

di Isabella Faggiano
Rette Rsa e Alzheimer, chi deve pagare? Tra sentenze e vuoti normativi

Il punto di partenza è una domanda apparentemente semplice: chi deve pagare la retta di una persona con Alzheimer ricoverata in una RSA quando le prestazioni assistenziali e quelle sanitarie diventano strettamente intrecciate? La risposta, oggi, non è sempre altrettanto lineare. Il tema è tornato al centro del dibattito alla vigilia della Giornata mondiale dell’Alzheimer, mentre le recenti pronunce della Corte di Cassazione hanno riportato l’attenzione sulla distinzione tra prestazioni sanitarie, socioassistenziali e quota cosiddetta “alberghiera” delle rette. Da una parte, AIMA invita a non ridurre la questione al solo problema economico. “Il problema delle RSA esiste ed è serio, ma non credo possa essere ricondotto semplicemente alla necessità di una nuova legge sulle “cure””, sottolinea Patrizia Spadin, presidente dell’Associazione italiana malattia di Alzheimer, indicando come priorità la costruzione di strutture intermedie tra RSA e ospedale per le persone con bisogni sanitari complessi. Dall’altra, Uneba chiede un intervento legislativo nazionale: “È necessaria una ‘Legge sulla Cura’ che faccia chiarezza su un tema oggi regolato da modelli normativi diversi e spesso oggetto di interpretazioni differenti anche nelle sedi giudiziarie”, afferma Amedeo Prevete, vicepresidente nazionale dell’associazione. Due posizioni diverse, dunque, che partono dalla stessa realtà: famiglie, strutture e Servizio sanitario si confrontano oggi con un quadro nel quale non è sempre chiaro dove finisca l’assistenza socioassistenziale e dove inizi quella sanitaria, e soprattutto chi debba sostenerne i costi.

Fatti e antefatti

Per comprendere le ragioni di questo confronto è però necessario fare un passo indietro e tornare alle pronunce della Cassazione che hanno riacceso il dibattito. Tra il 27 e il 28 maggio 2026 la Cassazione ha depositato una serie di ordinanze che hanno rafforzato un orientamento già presente nella giurisprudenza: quando le prestazioni sanitarie e socioassistenziali sono inscindibili e presentano le caratteristiche dell’elevata integrazione sanitaria, il loro costo può ricadere integralmente sul Servizio sanitario nazionale, senza compartecipazione dell’utente o della famiglia. Ma attenzione: non significa che ogni persona con Alzheimer ricoverata in RSA abbia automaticamente diritto alla gratuità integrale della retta. La questione viene valutata in relazione alle condizioni concrete della persona e alla natura delle prestazioni erogate. È proprio questa distinzione a rendere particolarmente complesso un tema che coinvolge contemporaneamente famiglie, Servizio sanitario nazionale, Regioni e strutture residenziali.

Le ordinanze della Cassazione: cosa è cambiato

La pronuncia più ampia sul piano del principio generale è l’ordinanza n. 16601 del 27 maggio 2026. Il caso riguardava una persona con una gravissima compromissione neurologica, in stato vegetativo permanente, ricoverata per quasi nove anni in una RSA del Veronese. La Cassazione ha confermato che, quando le prestazioni sanitarie e socioassistenziali non possono essere eseguite separatamente perché strettamente integrate, devono essere considerate prestazioni ad elevata integrazione sanitaria e quindi integralmente a carico del Servizio sanitario nazionale, compresa la quota normalmente definita alberghiera. La Corte ha inoltre ritenuto nullo il contratto nella parte in cui poneva tale quota a carico dell’utente o dei familiari, con conseguente possibilità di restituzione delle somme indebitamente versate. Ancora più direttamente collegata all’Alzheimer è l’ordinanza n. 16603 del 27 maggio 2026, relativa a una persona con Alzheimer in fase avanzata, invalida al 100 per cento e ricoverata in Emilia-Romagna. Secondo la ricostruzione della pronuncia, l’assenza formale di un piano terapeutico individualizzato non è stata considerata, da sola, sufficiente a escludere l’elevata integrazione sanitaria. Un’altra ordinanza, la n. 16777 del 28 maggio 2026, riguarda ancora una persona con Alzheimer in fase avanzata e si colloca nello stesso filone interpretativo. Il punto centrale, dunque, non è che “Alzheimer significa automaticamente retta a carico del SSN”, ma che nei casi in cui le condizioni cliniche e le prestazioni necessarie configurino un’assistenza ad elevata integrazione sanitaria, la componente assistenziale non può essere automaticamente separata da quella sanitaria e posta a carico della persona. La stessa Cassazione, nella pronuncia n. 16601, richiama inoltre il contrasto sviluppatosi negli anni tra orientamenti diversi, compreso quello che riconduceva alla compartecipazione alcune prestazioni di lungoassistenza, e l’orientamento che invece valorizza l’inscindibilità tra assistenza sanitaria e socioassistenziale. Ed è proprio questa stratificazione normativa e giurisprudenziale ad alimentare l’incertezza.

AIMA: “Il problema delle RSA esiste ed è serio”

Per Patrizia Spadin, presidente di AIMA, il tema non può però essere ridotto esclusivamente alla questione delle rette. “Il problema delle RSA esiste ed è serio, ma non credo possa essere ricondotto semplicemente alla necessità di una nuova legge sulle ‘cure’. Partiamo da un dato di realtà: le RSA hanno rette che molte famiglie non sono in grado di sostenere e devono garantire un’assistenza adeguata e di qualità. La questione dei rimborsi riguarda situazioni particolari, nelle quali il paziente presenta bisogni sanitari più elevati rispetto all’assistenza che una RSA è normalmente chiamata a fornire. È su questi casi che si è sviluppato il contenzioso e non credo sia corretto trasformarli in un problema indistinto che riguarda tutte le persone con Alzheimer ricoverate in RSA. Nonostante le sentenze della Cassazione, le legislazioni non si sono modificate e, come si sa, le sentenze valgono soltanto come materia giurisprudenziale. Il punto vero è un altro: quando le condizioni della persona richiedono una maggiore intensità sanitaria, oggi manca il luogo appropriato nel quale assisterla. Abbiamo bisogno di strutture intermedie tra la RSA e l’ospedale, capaci di accogliere persone lungodegenti con bisogni sanitari complessi e di garantire loro una presa in carico adeguata da parte del Servizio sanitario. Occorre quindi chiarire le responsabilità, ma soprattutto ripensare l’organizzazione complessiva dei servizi e della rete di cura. Per questo concentrare oggi il dibattito sull’Alzheimer esclusivamente sulle rette e sui contenziosi delle RSA rischia di affrontare soltanto una piccola parte del problema. La priorità deve essere garantire alle persone con Alzheimer il diritto alla cura in modo uniforme su tutto il territorio nazionale e superare il blocco dell’accesso all’innovazione terapeutica, che ci dà speranza per il futuro. È su questi nodi che chiediamo alla politica di intervenire”, spiega Spadin a Sanità Informazione. La posizione di AIMA sposta dunque il fuoco del dibattito: non soltanto chi paga, ma anche dove e come devono essere assistite le persone con bisogni sanitari complessi.

Uneba: “Serve una legge che dica chi paga cosa”

Di segno diverso è l’accento posto da Uneba, che da tempo chiede una disciplina nazionale sulla cura e sulla non autosufficienza. Amedeo Prevete, vicepresidente nazionale Uneba, parte da un dato: “Oggi non esiste un unico quadro normativo nazionale sulle rette, ma diversi sistemi regionali, perché con la riforma del 2001 sono le Regioni a disciplinare questa materia. In Italia, quindi, abbiamo approcci non sempre omogenei, e questo sta creando un forte disallineamento informativo e una grande confusione per le persone accolte, per i loro familiari e per le strutture che le assistono” Da qui la richiesta di una “Legge sulla Cura”, che stabilisca un quadro nazionale chiaro. “Sarebbe necessario un quadro normativo nazionale chiaro, al quale le Regioni dovrebbero attenersi. È un tema che si confronta naturalmente con le spinte verso una maggiore autonomia regionale che stiamo vivendo. Non spetta a noi esprimere una posizione politica a favore o contro questo processo, ma certamente, quando si parla di diritti fondamentali e di bisogni di salute, la differenza territoriale pone una questione che non può essere ignorata”.  Secondo Prevete, l’incertezza potrebbe avere conseguenze anche sulla possibilità stessa delle RSA di accogliere persone con Alzheimer.

Il rischio di una sanità a “20 velocità”

Il problema della compartecipazione alla spesa si inserisce in una più ampia frammentazione dell’assistenza alla non autosufficienza. La questione non riguarda infatti soltanto la cifra riportata sulla fattura della RSA, ma la possibilità che una persona con lo stesso bisogno assistenziale riceva risposte differenti a seconda della Regione nella quale vive. Una differenza territoriale che può riflettersi tanto sui servizi disponibili quanto sulla quota economica richiesta alle famiglie. Quanto pesa il problema sui caregiver e sul sistema? Per comprendere la dimensione del fenomeno è utile partire dai dati disponibili sull’assistenza residenziale.

I numeri delle Rsa

Secondo una survey dell’Istituto Superiore di Sanità, nelle strutture residenziali italiane vivono circa 142mila persone con demenza. Applicando la stima secondo cui il 50-60% delle persone con demenza ha Alzheimer, si può ipotizzare che siano circa 71-85 mila le persone con Alzheimer accolte nelle strutture. Per la residenzialità delle persone con demenza, l’ISS stima una spesa complessiva di circa 2 miliardi di euro l’anno. Non si tratta però della cifra che il Servizio sanitario dovrebbe aggiungere per rendere gratuite le rette: comprende infatti anche le quote già sostenute dal sistema pubblico e dalle famiglie. Per capire quale potrebbe essere l’impatto di un’eventuale copertura pubblica integrale, una simulazione basata su una retta media familiare di 2.242 euro al mese stima una spesa aggiuntiva di circa 1,9-2,3 miliardi di euro l’anno per le 71-85 mila persone con Alzheimer. È una stima indicativa, non un calcolo ufficiale del fabbisogno di una riforma. In altre parole: oggi sappiamo quanto costa complessivamente la residenzialità delle persone con demenza; non sappiamo invece con precisione quanto costerebbe al SSN assumere integralmente la quota attualmente sostenuta dalle famiglie.

Il vero nodo è il futuro

C’è poi un elemento che rende la discussione sulle rette ancora più complessa: l’Italia continua a invecchiare. Al 1° gennaio 2026 gli over 65 sono 14,821 milioni, pari al 25,1% della popolazione; gli over 85 sono già 2,511 milioni, il 4,3%. Secondo le più recenti proiezioni dell’Istat, nel 2050 le persone con almeno 65 anni potrebbero rappresentare il 34,5% della popolazione, mentre la fascia 15-64 anni scenderebbe al 55,3%. Significa che la questione delle RSA non può essere affrontata soltanto come un contenzioso sulle somme già versate. La domanda di fondo diventa un’altra: come finanziare nel tempo l’assistenza alla non autosufficienza in un Paese nel quale gli anziani saranno sempre più numerosi e la popolazione in età lavorativa proporzionalmente più ridotta? Non è possibile, però, trasformare automaticamente l’aumento degli over 65 in una previsione dello stesso incremento delle persone con Alzheimer ricoverate in RSA. Il ricorso alle strutture dipende infatti da molti fattori: prevalenza della malattia, disponibilità di posti letto, organizzazione dei servizi territoriali, sostegno alle famiglie, assistenza domiciliare e modelli regionali. Ma la traiettoria demografica rende evidente che la questione della sostenibilità non può essere rinviata.

Tra diritto alla cura e sostenibilità

È qui che le posizioni di AIMA e Uneba, pur partendo da prospettive differenti, si incontrano su un punto: la necessità di superare l’incertezza. Per AIMA, la priorità è costruire una rete capace di garantire una presa in carico appropriata anche quando l’intensità sanitaria aumenta, evitando di confinare il problema alla sola questione della retta. Per Uneba, invece, occorre innanzitutto stabilire con chiarezza chi debba pagare cosa, evitando che famiglie, Regioni e strutture siano costrette a confrontarsi attraverso il contenzioso. La questione è dunque più ampia di una singola voce di spesa. Da una parte c’è il diritto della persona a ricevere cure e assistenza adeguate, dall’altra la necessità di costruire un sistema nel quale le risorse disponibili siano definite, programmate e distribuite in modo trasparente. Il tema delle rette RSA, quindi, porta inevitabilmente a una domanda più grande: quale modello di assistenza vuole garantire il Servizio sanitario nazionale alle persone non autosufficienti e alle loro famiglie, e con quali risorse? Una risposta che non può essere affidata soltanto alle sentenze dei tribunali. E che, soprattutto, in un Paese che invecchia, riguarda non soltanto le famiglie che oggi affrontano una diagnosi di Alzheimer, ma la programmazione del welfare dei prossimi decenni.

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