Salute 8 Febbraio 2018 14:17

Terapia genica, il caso di successo del Bambino Gesù. Quintarelli (OPBG): «Potrebbe essere il futuro anche per le malattie autoimmuni»

«Il gene suicida è quell’elemento che differenzia la nostra terapia dalle altre tentate in precedenza. Vi spiego cos’è…» l’intervista a Concetta Quintarelli responsabile del Laboratorio di Terapia Genica dei tumori del Bambino Gesù
Terapia genica, il caso di successo del Bambino Gesù. Quintarelli (OPBG): «Potrebbe essere il futuro anche per le malattie autoimmuni»

«Cellule riprogrammate per combattere il tumore» in poche parole Concetta Quintarelli, Responsabile del Laboratorio di Terapia Genica dei tumori del Bambino Gesù, racconta, in esclusiva ai nostri microfoni, il grande passo raggiunto con la terapia genica adottata all’Ospedale pediatrico per salvare un bambino di quattro anni gravemente malato di leucemia linfoblastica acuta. Un traguardo, raggiunto dallo staff del dipartimento di Onco-Ematologia, che ha restituito la vita a chi aveva perso ogni speranza.

LEGGI ANCHE: USA: NUOVA TERAPIA GENICA TRASFORMA LINFOCITI IN KILLER CANCRO

Il ‘paziente 1’, così è stato rinominato il primo italiano sottoposto alla cura, prima di tentare questo approccio rivoluzionario, era stato sottoposto a tutte le terapie convenzionali dimostratesi inefficaci. «Siamo giunti a questa conclusione perché il paziente risultava recidivo a tutte le cure» spiega la dottoressa. «Si tratta di un protocollo che mettiamo in atto nei casi in cui il soggetto sviluppa delle tossicità che non possono essere controllate dai farmaci e tutti i tentativi di terapie, compreso il trapianto di cellule staminali ematopoietiche, risultano vani».

Prima del caso del Bambino Gesù, già nel 2012 al Children Hospital di Philadelphia negli Stati Uniti, una terapia genica simile era stata applicata con successo su una paziente di 12 anni e da allora varie sperimentazioni erano partite in tutto il mondo. «Il nostro approccio terapeutico differisce dagli altri per vari punti – spiega la Quintarelli -. Prima di tutto il nostro è uno studio accademico, questo significa che tutto il processo, incluso quello della produzione del farmaco, quindi delle cellule geneticamente modificate, viene istituito solo all’interno del nostro istituto. Inoltre è differente la piattaforma utilizzata per la modifica genetica e in particolar modo, nel nostro caso, utilizziamo dei ‘retrovirus’ che ci consentono di aumentare il numero di cellule geneticamente modificate che riusciamo ad avere alla fine della produzione, fino al punto dell’inclusione del paziente stesso».

«Inoltre – prosegue – all’interno della nostra terapia, a differenza di tutti gli altri approcci, abbiamo aggiunto quello che viene definito il gene suicida. Si tratta di un gene che, nel momento in cui lo riteniamo indispensabile, può essere acceso con la somministrazione di un farmaco e le cellule geneticamente modificate vengono eliminate. Questo processo quando diventa necessario? Per i pazienti che ‘hanno recidivato’, ossia che hanno visto la ricomparsa della malattia dopo tutti i tentativi di cura possibili».

La terapia genica è applicabile anche per altro tipo di patologie oltre quelle tumorali? «La cura si applica in particolare ai pazienti affetti da leucemia linfoblastica – spiega la Dottoressa – tuttavia al Bambino Gesù è stato aperto anche un altro studio rivolto ai tumori solidi, nello specifico il neuroblastoma. Inoltre approcci simili potrebbero essere applicati anche in alcune patologie autoimmuni: non ci sono però ad oggi terapie disponibili di questo tipo, è solo una prospettiva».

GLI ARTICOLI PIU’ LETTI
Advocacy 2030

Dati clinici e “dati di esperienza”: così Novartis porta la voce dei pazienti dentro le decisioni

Dalle barriere organizzative al burden su caregiver: l’advocacy come leva per una valutazione più completa del valore e per percorsi di cura più equi. Chiara Gnocchi per Advocacy 2...
di Corrado De Rossi Re
Advocacy e Associazioni

Giornata Mondiale del Malato: “Il prendersi cura sia responsabilità condivisa”

Il messaggio di Papa Leone XIV per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato richiama la parabola del Buon Samaritano come chiave per leggere la cura oggi. Un invito alla compassione che diventa responsab...
di Isabella Faggiano
Advocacy e Associazioni

Fibromialgia nei LEA, FIRA: “Un passo avanti, ma resta cruciale migliorare la diagnosi”

L’inserimento della fibromialgia nei LEA rappresenta un primo riconoscimento istituzionale per i pazienti, ma resta cruciale migliorare diagnosi, percorsi di cura e personalizzazione terapeutica
di I.F.
Pandemie

Long Covid e cervello: il ruolo dell’infezione nelle complicanze neurologiche e psicologiche

Una collaborazione tra il Centro di ricerca coordinata Aldo Ravelli dell’Università Statale di Milano e università internazionali come Yale, University of California e University o...
di Viviana Franzellitti