Studio su oltre un milione di persone pubblicato su Nature. Oltre 800 varianti non erano mai state associate prima ai tratti della personalità
Essere socievoli o riservati, organizzati o impulsivi, curiosi verso le novità o più vulnerabili allo stress non dipende soltanto dalle esperienze e dall’ambiente in cui cresciamo. Anche il Dna contribuisce alla costruzione della personalità. Ma non esiste un “gene della timidezza” o della creatività: sono migliaia le varianti genetiche coinvolte, ciascuna con un effetto molto piccolo. A mostrarlo è un’ampia analisi pubblicata su Nature, condotta dal Revived Genomics of Personality Consortium (ReGPC) su 46 coorti, con un numero di partecipanti compreso, a seconda del tratto analizzato, tra 611.037 e 1,14 milioni. I ricercatori hanno identificato 1.260 varianti genetiche associate ai cinque principali tratti della personalità, 824 delle quali non erano state precedentemente associate a questi tratti. Allo studio hanno partecipato anche ricercatori italiani dell’Istituto di ricerca genetica e biomedica e dell’Istituto di genetica e biofisica “Adriano Buzzati Traverso” del Cnr, rispettivamente di Cagliari e Napoli, e dell’Università di Sassari.
I cinque “Big Five”
L’analisi prende in esame i cosiddetti “Big Five”: estroversione, legata a socievolezza, assertività ed energia; amicalità, associata a compassione, rispetto e fiducia; coscienziosità, che comprende organizzazione e senso di responsabilità; nevroticismo, legato ad ansia, depressione e volatilità emotiva; e apertura all’esperienza, che comprende curiosità, immaginazione e sensibilità estetica. Il dato più importante è che non c’è una singola variante capace di stabilire il carattere di una persona. Al contrario, ogni tratto è associato a un numero molto elevato di varianti, con effetti individuali minimi. I ricercatori stimano in circa 16.180 il numero effettivo di varianti comuni indipendentemente associate, in media, a ciascun tratto.
Quanto conta davvero il Dna?
Le varianti genetiche comuni analizzate spiegano tra il 4,8% e il 9,3% della variabilità osservata nei cinque tratti. La quota sale al 9,3-13,3% quando si tiene conto dell’affidabilità degli strumenti utilizzati per misurare la personalità. Non significa che una persona sia, per esempio, “per il 10%” estroversa a causa dei suoi geni. Queste percentuali indicano quanta parte delle differenze osservate nella popolazione è associata alle varianti genetiche comuni analizzate. E soprattutto, il risultato non ridimensiona il ruolo dell’ambiente. Al contrario: gli autori sottolineano che la personalità resta sostanzialmente influenzata dall’ambiente.
Dalla personalità alla salute
È sul rapporto tra personalità e salute che lo studio assume particolare interesse per la medicina. I ricercatori hanno analizzato 67 comportamenti e outcome in nove aree, dalla salute fisica e mentale all’uso di sostanze, dall’alimentazione all’attività fisica, fino a istruzione, lavoro e riproduzione. La coscienziosità, in particolare, è risultata geneticamente associata a un minore consumo di sostanze, a una maggiore frequenza dell’attività sportiva e a una maggiore preferenza per alimenti a basso contenuto calorico. Le stesse associazioni genetiche sono collegate a meno periodi trascorsi in ospedale, a un invecchiamento più sano e a un BMI più basso. Anche il ritmo dell’attività quotidiana mostra associazioni con la personalità: una maggiore apertura all’esperienza è collegata a una maggiore attività nelle ore notturne, mentre la coscienziosità è associata a una maggiore attività durante il giorno.
Il legame con la salute mentale
Il nevroticismo presenta il legame genetico più ampio con la psicopatologia. I profili genetici associati a questo tratto risultano collegati a un aumento del rischio per diverse forme di disturbo, con un’associazione particolarmente forte con i disturbi internalizzanti. L’amicalità mostra invece associazioni geneticamente protettive. Il risultato non significa che un determinato tratto della personalità provochi automaticamente un disturbo psichiatrico. Si tratta di associazioni genetiche osservate a livello di popolazione, che aiutano però a comprendere meglio i possibili percorsi biologici e comportamentali che collegano personalità e salute. Personalità e malattia: un possibile rapporto causale? Per provare a capire anche la direzione di queste associazioni, i ricercatori hanno utilizzato la randomizzazione mendeliana, una tecnica di analisi genetica applicata a 13 outcome selezionati. Sono emerse 33 associazioni plausibilmente causali: in 24 casi i risultati suggerivano un possibile effetto della personalità sull’outcome, mentre in nove sembrava verificarsi il contrario. Tra gli esempi, l’analisi è risultata compatibile con un possibile effetto dell’estroversione sull’aumento del rischio di infezione da Covid. La coscienziosità è invece risultata associata a un BMI più basso, a una minore probabilità di iniziare a fumare e a un minor numero di ricoveri ospedalieri. Il nevroticismo è risultato associato a una minore probabilità di raggiungere livelli indicativi di invecchiamento sano e longevità. Gli stessi autori, tuttavia, invitano alla cautela: queste possibili relazioni causali dovranno essere verificate attraverso ulteriori metodi e nuovi dati.
Il test dei gemelli: il risultato non sembra dipendere dall’ambiente familiare
Una delle verifiche più interessanti riguarda i gemelli dizigoti. I ricercatori hanno confrontato le differenze genetiche tra gemelli cresciuti nella stessa famiglia con le differenze nei loro tratti di personalità. La previsione ottenuta all’interno delle famiglie è risultata praticamente sovrapponibile a quella osservata nella popolazione generale: 0,159 contro 0,165, pari al 96%. Il dato suggerisce che le associazioni genetiche individuate siano influenzate solo in misura limitata dall’ambiente familiare condiviso.
Il Dna contribuisce, ma non decide
Il risultato più importante dello studio è forse proprio questo: la genetica della personalità è molto più complessa di quanto si riuscisse a vedere in passato, ma non determina il destino di una persona. Il Dna contribuisce attraverso migliaia di varianti, ciascuna con un effetto minimo. Queste predisposizioni possono essere associate a comportamenti, salute fisica e mentale e altri aspetti della vita, ma gli effetti individuali non consentono di prevedere come sarà o come si comporterà una singola persona. La personalità, dunque, non è una sentenza scritta nel genoma. È il risultato di un’interazione continua tra patrimonio genetico, ambiente ed esperienze.
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