Prevenzione 20 Ottobre 2026 09:00

Screening cervicale, le disuguaglianze persistono: età, lingua e territorio fanno la differenza

Lo screening per il tumore della cervice uterina è aumentato negli Stati Uniti tra il 2019 e il 2024, ma non tutte le donne hanno le stesse opportunità di prevenzione

di I.F.
Screening cervicale, le disuguaglianze persistono: età, lingua e territorio fanno la differenza

La prevenzione oncologica non dipende soltanto dalla disponibilità di strumenti efficaci, ma anche dalla possibilità concreta di utilizzarli. E quando si parla di screening per il tumore della cervice uterina, l’accesso ai controlli può cambiare in base al territorio in cui si vive, all’età e al contesto sociale e culturale. A documentarlo è uno studio pubblicato su JAMA Network Open, che ha analizzato l’andamento dello screening cervicale negli Stati Uniti dal 2019 al 2024. Il quadro che emerge è complessivamente positivo: nel periodo considerato, i tassi di screening sono aumentati nei diversi gruppi della popolazione. Le differenze, tuttavia, non sono scomparse e alcune comunità continuano a registrare livelli di partecipazione più bassi.

Screening in crescita, ma la prevenzione non raggiunge tutte allo stesso modo

I ricercatori hanno esaminato i dati delle cartelle cliniche elettroniche raccolti attraverso Epic Cosmos, una piattaforma che integra informazioni provenienti da oltre 1.805 ospedali e 413mila ambulatori. L’analisi ha riguardato le persone di sesso femminile alla nascita, tra i 21 e i 64 anni, senza una precedente diagnosi di tumore cervicale e con almeno un contatto con il sistema sanitario in ciascun anno osservato. Il numero di persone incluse nell’analisi è passato da circa 9 milioni nel 2019 a circa 16 milioni nel 2024. Un campione ampio, che ha consentito di confrontare l’andamento dello screening in relazione a diverse caratteristiche demografiche e geografiche. Tra i gruppi analizzati, le persone ispaniche hanno registrato l’aumento più marcato: il tasso è passato dal 9,85% del 2019 al 15,51% del 2024. Nello stesso periodo, tra le persone non ispaniche bianche è salito dal 10,98% al 13,85%, mentre tra quelle non ispaniche nere è passato dal 10,43% al 13,81%. Per le persone asiatiche, l’incremento è stato dal 10,74% al 14,99%. Il quadro resta meno favorevole per alcune popolazioni. I dati evidenziano tassi di screening particolarmente bassi tra le persone appartenenti ai gruppi dei nativi americani, dei nativi dell’Alaska, dei nativi hawaiani e degli abitanti delle isole del Pacifico. La categoria aggregata “Other”, utilizzata nello studio, ha registrato valori inferiori rispetto agli altri gruppi considerati.

L’età conta, ma anche la geografia

Le differenze emergono anche osservando le fasce d’età. Tra le persone di 30-49 anni si è registrato il tasso di screening più elevato nel 2024, pari al 15,26%, rispetto al 12% della fascia 50-64 anni. Tra le più giovani, di età compresa tra 21 e 29 anni, il valore è passato dal 5,28% del 2019 al 14,05% del 2024, con una crescita costante nel periodo osservato. Anche il luogo di residenza sembra avere un peso. Nel 2024 il Midwest ha raggiunto il tasso più alto, pari al 16,20%, seguito dal Nord-Est con il 14,07%. I valori sono risultati inferiori nell’Ovest, dove si sono attestati al 13,47%, e soprattutto nel Sud, con il 12,27%. Questi dati mostrano che la crescita complessiva non si traduce automaticamente in un accesso omogeneo alla prevenzione. Le differenze territoriali possono riflettere ostacoli nell’organizzazione dei servizi, nella disponibilità delle prestazioni e nella possibilità di raggiungere le strutture sanitarie. Lo studio, tuttavia, non consente di stabilire quali fattori siano direttamente responsabili delle disparità osservate.

Il peso della pandemia e le barriere all’accesso

L’analisi comprende anche gli anni della pandemia di Covid-19, quando le attività sanitarie non urgenti hanno subito interruzioni e rinvii. Nel 2020 i tassi di screening sono diminuiti nella maggior parte dei gruppi, per poi recuperare nel 2021. La ripresa, però, non è stata uniforme. Tra le persone ispaniche, per esempio, il tasso è aumentato del 19,57% nel 2021 rispetto all’anno precedente. Nell’Ovest, tra il 2023 e il 2024, l’incremento è stato del 21,68%. Si tratta di variazioni che descrivono l’evoluzione della partecipazione allo screening, ma che non spiegano da sole le ragioni delle differenze tra le diverse popolazioni. Un altro elemento riguarda la lingua. Nel 2024 il tasso di screening osservato tra le persone che parlavano una lingua diversa dall’inglese era del 15,06%, superiore al 13,27% registrato tra quelle di lingua inglese. Il risultato invita a evitare interpretazioni semplicistiche: la lingua, da sola, non sembra tradursi necessariamente in una minore partecipazione e il dato non dimostra un rapporto di causa-effetto. Per comprendere le differenze servono valutazioni più approfondite, che considerino anche le caratteristiche delle persone e il loro rapporto con i servizi sanitari. Gli autori richiamano inoltre l’importanza di interventi di informazione e sensibilizzazione costruiti sulle esigenze delle comunità. Programmi educativi culturalmente adeguati, materiali comprensibili e percorsi di accesso più semplici possono contribuire a ridurre gli ostacoli, soprattutto nei contesti in cui la prevenzione raggiunge meno persone.

I limiti dello studio e le implicazioni per la sanità pubblica

I risultati devono essere interpretati considerando alcuni limiti. I dati provengono da strutture sanitarie che utilizzano i sistemi Epic e non rappresentano necessariamente l’intera popolazione statunitense. Inoltre, le informazioni demografiche possono essere incomplete e le differenze nei criteri di registrazione possono influenzare i confronti. Trattandosi di uno studio osservazionale, non è possibile stabilire un rapporto causale tra le caratteristiche analizzate e la partecipazione allo screening. Resta, tuttavia, un messaggio rilevante per la sanità pubblica: aumentare il numero complessivo di controlli è importante, ma non basta se alcune comunità continuano a incontrare maggiori difficoltà nell’accedere alla prevenzione. Il tumore della cervice uterina è una patologia per la quale lo screening può consentire di individuare precocemente alterazioni e intervenire prima che evolvano. Per questo, oltre a promuovere l’adesione ai programmi, è necessario capire chi resta escluso, dove si concentrano le difficoltà e quali interventi possano rispondere meglio ai bisogni delle diverse popolazioni. La sfida, dunque, non è soltanto far crescere i tassi di screening, ma fare in modo che i progressi raggiungano tutte le persone che ne hanno bisogno.

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