Salute 30 Giugno 2026 12:24

Psoriasi, proteina chiave alimenta infiammazione: la nuova scoperta apre la strada a terapie innovative

Nuovo bersaglio terapeutico nella psoriasi: bloccare la proteina p75NTR potrebbe migliorare le opzioni terapeutiche per chi non risponde ai trattamenti e migliorare l’efficacia delle cure nei casi più difficili da trattare

di Viviana Franzellitti
Psoriasi, proteina chiave alimenta infiammazione: la nuova scoperta apre la strada a terapie innovative

Un gruppo di ricercatori italiani e statunitensi ha identificato un nuovo meccanismo molecolare coinvolto nella psoriasi, mostrando che il blocco di una specifica proteina potrebbe interrompere il processo infiammatorio alla base della malattia. Una nuova scoperta, dunque, che potrebbe cambiare l’approccio terapeutico a questa malattia infiammatoria cronica della pelle che colpisce milioni di persone nel mondo.

Un team internazionale coordinato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), in collaborazione con IDI-IRCCS, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e Stanford University, ha individuato il ruolo chiave della proteina p75NTR nell’amplificare i meccanismi dell’infiammazione cutanea. Lo studio, pubblicato sul British Journal of Dermatology, è stato condotto su biopsie cutanee e modelli cellulari derivati da pazienti affetti da psoriasi e mostra che il blocco di questo bersaglio molecolare è in grado di ridurre in modo significativo la risposta infiammatoria, aprendo la strada a possibili terapie innovative, anche in pazienti che oggi non rispondono adeguatamente ai trattamenti disponibili.

Una nuova chiave per comprendere l’infiammazione della psoriasi

Al centro della ricerca c’è la proteina p75NTR, un recettore capace di legarsi al Nerve Growth Factor (NGF), il fattore di crescita nervoso scoperto dal Premio Nobel Rita Levi-Montalcini. Sebbene questo recettore sia noto soprattutto per il suo ruolo nello sviluppo e nella sopravvivenza dei neuroni, lo studio dimostra che partecipa anche ai meccanismi che regolano l’infiammazione cronica della pelle. I ricercatori hanno osservato che p75NTR agisce come un potente amplificatore della risposta infiammatoria, favorendo l’attivazione del Toll-like receptor 4 (TLR4), una delle principali vie molecolari coinvolte nei processi infiammatori. Questo porta alla produzione di allarmine e citochine pro-infiammatorie, molecole che mantengono attiva e alimentano la malattia.

Cosa succede quando la proteina viene bloccata

L’aspetto più interessante dello studio riguarda gli effetti dell’inibizione farmacologica di p75NTR. Gli esperimenti hanno mostrato che bloccare questo recettore interrompe in maniera significativa la cascata infiammatoria, riducendo il rilascio delle principali molecole responsabili del mantenimento delle lesioni cutanee. Secondo gli autori, questo risultato conferma che la psoriasi non è sostenuta esclusivamente dalle cellule del sistema immunitario, ma coinvolge anche i meccanismi di comunicazione tra sistema nervoso e cute. Comprendere questa interazione potrebbe consentire di sviluppare farmaci con un meccanismo d’azione completamente nuovo, complementari rispetto alle terapie oggi disponibili.

Una molecola già studiata potrebbe accelerare lo sviluppo di nuove cure

Uno degli elementi più promettenti riguarda il composto LM11A-31, sviluppato dai ricercatori della Stanford University. Si tratta di un inibitore di p75NTR che ha già affrontato sperimentazioni cliniche nell’ambito della malattia di Alzheimer, offrendo quindi una base di conoscenze sulla sua sicurezza. Questo non significa che il farmaco sia già disponibile per la psoriasi. Saranno necessari ulteriori studi clinici specifici per verificarne efficacia e sicurezza nei pazienti dermatologici. Tuttavia, poter partire da una molecola già studiata potrebbe contribuire a ridurre i tempi dello sviluppo clinico, rispetto alla progettazione di un principio attivo completamente nuovo.

Cosa cambia per i pazienti e quando potrebbe arrivare una nuova terapia

Per chi convive con la psoriasi, la scoperta non modifica nell’immediato le opzioni terapeutiche disponibili, ma rappresenta un importante passo avanti nella comprensione della malattia. Individuare un nuovo bersaglio molecolare significa infatti ampliare le possibilità di sviluppare terapie sempre più personalizzate, soprattutto per quei pazienti che non rispondono adeguatamente ai trattamenti attuali.

Dal punto di vista dell’assistenza sanitaria, la disponibilità di farmaci capaci di agire su meccanismi biologici differenti potrebbe in futuro migliorare la gestione della patologia, offrendo nuove alternative terapeutiche e contribuendo a una presa in carico più efficace delle forme croniche. Prima che queste prospettive diventino realtà saranno però indispensabili studi clinici di fase avanzata, necessari per confermare benefici, sicurezza e reale impatto nella pratica clinica.

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