Prevenzione 4 Novembre 2024 11:42

Zucchero, ridurne il consumo in fase prenatale protegge da diabete e ipertensione in età adulta

I risultati di un nuovo studio che ha sfruttato i dati storici sul razionamento dello zucchero nel Regno Unito nel Dopoguerra: ridurre il consumo di zucchero, già a partire dalla fase prenatale, riduce il rischio di diabete e ipertensione in età adulta rispettivamente del 35% e del 20%
Zucchero, ridurne il consumo in fase prenatale protegge da diabete e ipertensione in età adulta

Mangiare poche caramelle e dolciumi in gravidanza e nei primi anni di vita del bambino non è una buona abitudine utile a preservare solo la salute orale di mamma e neonato. Ridurre il consumo di zucchero, già a partire dalla fase prenatale, infatti, può proteggere sia dal diabete che dall’ipertensione in età adulta, riducendone il rischio rispettivamente del 35% e del 20%. Lo rivela un nuovo studio che ha sfruttato i dati storici sul razionamento dello zucchero nel Regno Unito nel Dopoguerra. I risultati evidenziano benefici significativi per la salute a lungo termine, grazie ad un ridotto consumo di zuccheri durante i primi mille giorni di vita.

Nel mondo occidentale si consuma troppo zucchero

I primi mille giorni, a partire dal periodo intrauterino fino ai due anni di età, rappresentano una fase critica per la salute futura. Una dieta scorretta in questo intervallo è stata collegata a problemi di salute in età adulta. Nonostante le linee guida alimentari raccomandino di non consumare zucchero (zero zuccheri aggiunti) nella prima infanzia, nel mondo occidentale l’esposizione a elevate quantità di zucchero è comune attraverso la dieta materna in utero, l’allattamento, il latte artificiale per lattanti e i cibi per bambini. Infatti, la ricerca suggerisce che la maggior parte dei neonati e dei bambini piccoli consuma quotidianamente cibi e bevande zuccherati.

Un esperimento naturale

Per studiare gli effetti a lungo termine del consumo precoce di zuccheri, Tadeja Gracner della University of Southern California/RAND Corporation ha sfruttato un “esperimento naturale” nel Regno Unito: la fine, nel 1953, di un decennale razionamento di zuccheri e dolciumi reso necessario per la Seconda Guerra Mondiale. Durante il razionamento, la quantità di zucchero consentita era paragonabile a quella raccomandata dalle attuali linee guida dietetiche, anche per donne incinte e bambini piccoli. La fine del razionamento portò a un immediato raddoppio del consumo di zuccheri quasi da un giorno all’altro.

I risultati della ricerca

Utilizzando i dati della Biobanca del Regno Unito su persone che erano o non erano state esposte al razionamento in utero e nelle prime fasi di vita, Gracner ha scoperto che non aver mangiato zucchero comportava benefici significativi a lungo termine per la salute. Secondo i risultati, il rischio di sviluppare diabete e  ipertensione diminuiva di circa il 35% e il 20%, rispettivamente, e l’insorgenza di queste malattie era ritardata di 4 e 2 anni. L’effetto protettivo era più pronunciato per coloro che durante la guerra erano stati costretti a una riduzione dello zucchero sia in utero che nel periodo postnatale.

 

Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato

 

 

GLI ARTICOLI PIU’ LETTI
Advocacy 2030

Dati clinici e “dati di esperienza”: così Novartis porta la voce dei pazienti dentro le decisioni

Dalle barriere organizzative al burden su caregiver: l’advocacy come leva per una valutazione più completa del valore e per percorsi di cura più equi. Chiara Gnocchi per Advocacy 2...
di Corrado De Rossi Re
Advocacy e Associazioni

Giornata Mondiale del Malato: “Il prendersi cura sia responsabilità condivisa”

Il messaggio di Papa Leone XIV per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato richiama la parabola del Buon Samaritano come chiave per leggere la cura oggi. Un invito alla compassione che diventa responsab...
di Isabella Faggiano
Advocacy e Associazioni

Fibromialgia nei LEA, FIRA: “Un passo avanti, ma resta cruciale migliorare la diagnosi”

L’inserimento della fibromialgia nei LEA rappresenta un primo riconoscimento istituzionale per i pazienti, ma resta cruciale migliorare diagnosi, percorsi di cura e personalizzazione terapeutica
di I.F.
Pandemie

Long Covid e cervello: il ruolo dell’infezione nelle complicanze neurologiche e psicologiche

Una collaborazione tra il Centro di ricerca coordinata Aldo Ravelli dell’Università Statale di Milano e università internazionali come Yale, University of California e University o...
di Viviana Franzellitti