Politica 25 Novembre 2022 13:16

Legge di Bilancio, i 2 miliardi del 2023 in gran parte drenati dal caro bollette. Sindacati pronti alla piazza

La manovra 2023 varata dal governo Meloni destina 1,4 miliardi al caro energia e 200 milioni per aumentare gli stipendi degli operatori dei pronto soccorso. Le regioni sul piede di guerra. Duro commento dell’intersindacale medica che lamenta la scarsa attenzione al rinnovo del contratto 2019-2021. Il Terzo Polo lancia una manovra alternativa

Legge di Bilancio, i 2 miliardi del 2023 in gran parte drenati dal caro bollette. Sindacati pronti alla piazza

Le legge di Bilancio 2023 non piace al mondo della sanità. Le misure adottate e i fondi stanziati non vengono ritenuti sufficienti dai principali attori del settore che, dopo il Covid, temono un ritorno della sanità in fondo all’agenda dell’esecutivo. Non è escluso che qualcosa possa cambiare nel passaggio parlamentare, ma visti i tempi particolarmente stretti è probabile che l’impianto resterà quello presentato in conferenza stampa dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Le principali misure

Il Fondo sanitario nazionale crescerà di ulteriori 2 miliardi nel 2023 che si aggiungono ai 2 in più già stanziati dalla manovra del governo Draghi, facendo così salire il Fondo a 128,061 miliardi, pari a 4 miliardi in più rispetto al 2022.

Gran parte di questo ulteriore aumento, 1,4 miliardi, sarà drenato dal caro energia e al riparto di queste risorse potranno partecipare anche le Regioni e Province autonome. Da questo punto di vista, sono state in gran parte accolte le richieste delle regioni che avevano chiesto 1,6 miliardi per il rincaro delle bollette.

Appena 200 milioni di euro, a partire dal 2024, sono destinati agli operatori dei Pronto soccorso che pochi giorni fa hanno protestato sotto il ministero della Salute con un flash mob. Risorse ritenute largamente insufficienti, considerando che si tratterebbe di un aumento in busta paga di 100-200 euro. Per altro sarà la contrattazione collettiva a definirle.

Sono invece 40 i milioni destinati per sostenere il piano contro la resistenza agli antibiotici, un tema che vede l’Italia maglia nera in Europa per vittime. Le farmacie riceveranno 150 milioni per promuovere i medicinali generici mutuabili, mentre 650 milioni sono destinati all’acquisto di vaccini e terapie anti Covid.

Sale dal 80 al 90% la quota che il Mef potrà anticipare all’università per la retribuzione degli specializzandi.

La reazione delle regioni

Non c’è quasi differenza di colore politico tra le regioni che esprimono grandi perplessità sulle risorse stanziate nella manovra 2023 dal governo Meloni.

Per l’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato, «le risorse che sembrerebbero essere destinate alla sanità sono assolutamente insufficienti ed inadeguate, ad oggi le Regioni hanno un buco di 3,8 miliardi di euro per i costi Covid e di circa 2 miliardi per l’aumento dei costi energetici».

Secondo alcune stime, infatti, i governatori hanno circa 5,8 miliardi di spese extra, derivanti per la gran parte dagli investimenti per il Covid e dall’aumento dell’energia elettrica. Si calcola, infatti, che in un anno le bollette per gli ospedali italiani siano aumentate di 1,7 miliardi rispetto al 2021.

Sulla stessa lunghezza d’onda di D’Amato il governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, che definisce la manovra «insufficiente, sbagliata ed iniqua» con un «taglio orizzontale per sanità, istruzione ed assistenza».

Critico anche il governatore del Molise Donato Toma (Forza Italia): «Lo dico senza mezzi termini: il Fondo Sanitario Nazionale nell’attuale ammontare è insufficiente per tutte le esigenze che si sono appalesate negli ultimi tempi, il caro energia e i mancati introiti dovuti alla pandemia».

All’attacco anche il governatore della Campania Vincenzo Di Luca: «In queste condizioni credo che non potremo fare né la medicina territoriale e le case di comunità, né avremo la possibilità di offrire servizi di qualità ai nostri concittadini. Non avremo la possibilità di personale nuovo da impiegare nei reparti di pronto soccorso. Aa questo punto di vista la situazione è estremamente delicata».

Risorse insufficienti anche per il presidente della Puglia Michele Emiliano: «Due miliardi in più servono a tenere la sanità allo stesso livello dell’anno precedente, ma visto che quest’anno c’è un’inflazione molto alta e sono aumentati molto i costi dell’energia, sostanzialmente c’è una diminuzione del finanziamento effettivo del sistema sanitario italiano e questa cosa è bene che il governo la dica con chiarezza».

Medici insoddisfatti

È molto preoccupato per la scarsa attenzione che è stata data al mondo della sanità il presidente della FNOMCeO Filippo Anelli. Chiede che, tolte le risorse destinate al caro bollette e quelle per i medici dell’emergenza urgenza, «i restanti 2 mld siano utilizzati interamente per aumentare gli stipendi dei medici e sanitari: chiediamo quindi un impegno da parte del governo a vincolare interamente tali risorse per il personale sanitario». La situazione, avverte Anelli, è infatti d’emergenza: «La professione medica, soprattutto per i medici dei Pronto soccorso e per i medici di medicina generale, sta diventando sempre meno attrattiva. Questo sta spingendo tantissimi medici ad abbandonare il Sistema sanitario nazionale. Quindi, o si interviene con misure straordinarie o vedremo un esodo irrefrenabile».

Pronti a scendere in piazza i medici dell’intersindacale medica, che raccoglie Anaao Assomed – Cimo-Fesmed (Anpo-Ascoti – Cimo – Cimop – Fesmed) – Aaroi-Emac – Fassid (Aipac-Aupi-Simet-Sinafo-Snr) – Fp Cgil Medici e Dirigenti Ssn – Fvm Federazione Veterinari e Medici – Uil Fpl Coordinamento nazionale delle aree contrattuali medica, veterinaria sanitaria – Cisl Medici. Le sigle esprimono preoccupazione per i contenuti della manovra economica presentata dal Governo, lamentando una mancanza di ascolto. E si dicono pronti a scendere in piazza: «I dirigenti medici, veterinari e sanitari del Ssn, in mancanza di segnali immediati e concreti, porteranno nelle piazze la loro insoddisfazione e la loro rabbia. Se per guadagnare attenzione e rispetto occorre fare come altre categorie hanno fatto, noi siamo pronti. Pronti dallo stato di agitazione a tutte le iniziative necessarie per difendere e tutelare la sanità pubblica e il lavoro del suo capitale umano. Da troppo tempo si sta seminando vento. Nessuno si meravigli se si raccoglie tempesta. La sanità pubblica si fermerà ore, giorni, settimane per non fermarsi per sempre».

Nella nota dell’intersindacale medica anche l’insoddisfazione per la mancata attenzione sul rinnovo di un contratto di lavoro 2019 2021 «che impolvera nelle stanze del Mef candidato ormai a gestire anche la salute. Se questa è la considerazione in cui vengono tenuti migliaia di professionisti che hanno evitato al Paese una caporetto sanitaria, essi reagiranno con un corale “basta”».

Commento negativo anche da parte di Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE: «La sanità pubblica continua a rimanere fuori dalle priorità del Paese nonostante le enormi criticità esplose con la pandemia. Infatti, se nei momenti più bui tutte le forze politiche convergevano sulla necessità di rilanciare il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), con la fine dell’emergenza la sanità è ‘rientrata nei ranghi’, come dimostrato prima dalla scarsa attenzione nei programmi elettorali, poi dall’assenza di un piano di Governo per la sanità pubblica».

Lo scontro politico

Le opposizioni, dal MoVimento 5 Stelle al Partito democratico, vanno all’attacco della manovra del governo, specie per gli stanziamenti alla sanità. «Risorse irrisorie» per l’ex ministro della Salute Beatrice Lorenzin. «Io vorrei mandare chi ha fatto questa legge di Bilancio a lavorare per una settimana al pronto soccorso», provoca il microbiologo e senatore Pd Andrea Crisanti. Per Sandra Zampa, responsabile sanità del Partito democratico, «tra caro energia, costi Covid ancora non coperti, e inflazione, il servizio sanitario con le risorse messe in finanziaria non riuscirà a recuperare liste d’attesa, assumere i sanitari indispensabili se si vuole rispondere ai bisogni di salute dei cittadini, a far funzionare le case di comunità e a rispondere alle richieste di medici e infermieri».

Difende invece la manovra Chiara Colosimo, deputata di Fratelli d’Italia, che ribatte: «I problemi del servizio sanitario nazionale hanno origini lontane: dal 2013 al 2019 il Fondo sanitario nazionale è stato costantemente definanziato dai governi Letta, Renzi, Gentiloni e Conte. Al contrario, in una situazione di grave difficoltà determinata dalla crisi energetica e dal caro bollette, con la necessità di sostenere famiglie e imprese per evitare il tracollo della nostra economia, il Governo Meloni ha assicurato alla sanità 2 miliardi di euro in più nel 2023 ai quali si aggiungeranno altri 2 miliardi di euro nel 2024. Questa maggioranza è assolutamente consapevole dell’importanza della tutela della salute e non ha bisogno di lezioni da nessuno».

Il Terzo Polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi ha invece presentato una contro manovra che per la sanità prevede il potenziamento del fondo sanitario nazionale di 6 miliardi al fine di coprire i maggiori costi energetici (2 miliardi), coprire i costi legati all’inflazione (2 miliardi), adeguare gli stipendi degli infermieri (1 miliardo) e aumentare le borse di studio per gli specializzandi (1 miliardo).

 

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