Schillaci annuncia il Programma nazionale di prevenzione e cura dell'obesità e rilancia l'aggiornamento dei Lea. La SIO chiede cure uniformi e accesso equo ai farmaci in tutta Italia
A quasi un anno dall’approvazione della legge 149/2025, nota anche come Legge Pella, il primo provvedimento al mondo a riconoscere l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante, è iniziata la fase della sua concreta attuazione. È questo il messaggio emerso dal convegno “Obesità: la legge c’è. Ora costruiamo il sistema”, che si è svolto ieri nella Sala Atti Parlamentari del Senato, riunendo Governo, Parlamento, Regioni, Aifa, società scientifiche, professionisti sanitari e associazioni dei pazienti. L’obiettivo dell’incontro è stato fare il punto sui risultati raggiunti nei primi mesi dall’approvazione della legge e definire le prossime tappe per trasformare un importante riconoscimento normativo in un sistema di presa in carico realmente uniforme su tutto il territorio nazionale. Al centro del confronto, l’avvio dell’Osservatorio nazionale sull’obesità, la costruzione della Rete italiana dell’obesità, l’utilizzo delle risorse del Fondo dedicato, l’aggiornamento dei Percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (Pdta), l’accesso ai farmaci innovativi e il superamento delle disuguaglianze territoriali.
Schillaci: “Al lavoro sul Programma nazionale di prevenzione e cura dell’obesità”
Ad aprire il confronto è stato il ministro della Salute, Orazio Schillaci, che ha rivendicato i primi passi compiuti verso l’attuazione della legge. “È passato quasi un anno dall’approvazione della legge sull’obesità e siamo qui oggi non solo per celebrare un anniversario, ma per misurare i primi risultati raggiunti e riflettere sulle ulteriori misure da attuare perché questa legge si traduca veramente in diritti esigibili”. Secondo il ministro, dopo la fase legislativa stanno arrivando i primi strumenti operativi. Tra questi, Schillaci ha ricordato la firma, lo scorso 19 giugno, del decreto istitutivo dell’Osservatorio nazionale sull’obesità, organismo chiamato a monitorare l’attuazione della legge, valutare l’efficacia dei trattamenti, seguire le attività delle Regioni e raccordarsi con la Cabina di regia del Piano nazionale della cronicità. “Lo scorso 19 giugno ho firmato il decreto istitutivo dell’Osservatorio nazionale sull’obesità, un passaggio fondamentale perché l’organismo possa pienamente svolgere i compiti strategici previsti dalla legge”. Il passo successivo sarà la definizione del Programma nazionale di prevenzione e cura dell’obesità, sul quale gli uffici ministeriali stanno già lavorando. “In attesa delle designazioni gli uffici della Direzione competente sono già al lavoro per definire il Programma nazionale di prevenzione e cura dell’obesità. Si tratta di una roadmap chiara e puntuale con obiettivi concreti e mirati che le Regioni sono chiamate a raggiungere negli ambiti previsti dalla legge”. Il Programma definirà gli indirizzi per la prevenzione fin dalla nascita, il coinvolgimento delle famiglie e della scuola, il potenziamento delle campagne di informazione e sensibilizzazione e iniziative volte a favorire l’inclusione delle persone con obesità.
Una sfida sanitaria, sociale ed economica
Nel suo intervento Schillaci ha ricordato che “l’obesità è una patologia complessa, che può essere influenzata da fattori ambientali, biologici, culturali, sociali ed economici. Ed è soprattutto un fattore che anticipa e moltiplica le probabilità di sviluppare tante altre patologie: diabete, malattie cardiovascolari, alcune forme di neoplasie”. Il ministro ha ricordato che molte malattie croniche sono riconducibili a fattori di rischio modificabili e che, attraverso una corretta alimentazione e l’attività fisica, una parte significativa potrebbe essere prevenuta. Anche l’impatto economico è rilevante. “Il costo economico dell’obesità supera i 13 miliardi di euro annui, di cui più della metà sono a carico del Servizio sanitario nazionale”. Numeri che, secondo Schillaci, confermano la necessità di passare “da una sanità che gestisce la malattia a una sanità che costruisce la salute”, investendo maggiormente sulla prevenzione.
Risorse, LEA e Piano della prevenzione
Per il ministro, accanto alle risorse economiche è fondamentale costruire un’organizzazione capace di garantire la stessa qualità delle cure in tutta Italia. Sul fronte dei finanziamenti, ha ricordato che è atteso il decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze per la ripartizione delle ulteriori risorse previste dalla legge di Bilancio. Tra i dossier aperti figura anche l’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza. “In questo contesto, l’obesità rappresenta una condizione che richiede il pieno sviluppo dei percorsi assistenziali già previsti e il superamento delle disomogeneità che riguardano l’applicazione sul territorio”. L’obiettivo, ha spiegato, è garantire a tutti i cittadini “le stesse opportunità di cura”, conciliando appropriatezza clinica, evidenze scientifiche e sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Schillaci ha inoltre richiamato il ruolo del nuovo Piano nazionale della prevenzione 2026-2031, che punta a rafforzare il coordinamento tra livello nazionale, regionale e locale e ad integrare le politiche sanitarie con quelle sociali, sportive, scolastiche, culturali ed economiche per favorire stili di vita più salutari.
Gemmato: “Più risorse per la prevenzione”
Nel corso del convegno è intervenuto anche il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, che ha ricordato l’impegno del Governo sul fronte delle risorse. “L’Italia è stato il primo Paese al mondo ad aver legiferato in tema di obesità e abbiamo finanziato la norma: con l’ultima legge di Bilancio abbiamo impostato ulteriori 3 milioni e 300mila euro sul fondo per l’obesità proprio per cambiare, segnare il passo rispetto all’aumento delle risorse destinate alla prevenzione”. Secondo Gemmato è necessario riequilibrare gli investimenti, rafforzando la prevenzione per ridurre il peso delle malattie croniche. “Stiamo cercando di perequare il gap tra spesa sanitaria in trattamenti e spesa destinata alla prevenzione in modo da non far ammalare gli italiani, far intraprendere i corretti percorsi di cura ed evitare il conclamarsi delle patologie”.
La SIO: “Serve un piano nazionale, basta disuguaglianze”
Dal mondo scientifico è arrivato un forte richiamo a superare la frammentazione dell’assistenza. Per il presidente della Società Italiana dell’Obesità (SIO), Silvio Buscemi, è indispensabile evitare che l’accesso alle cure dipenda dalla Regione di residenza. “È necessario sbloccare il sistema sanitario sull’obesità con un piano nazionale: non possiamo più accettare un patchwork assistenziale che dipenda dalla Regione o dall’ASL in cui si risiede. Abbiamo il dovere di tutelare l’Italia intera, perché la salute è un diritto costituzionale e queste disparità territoriali rischiano di creare inaccettabili disuguaglianze tra i cittadini”. La SIO guarda con preoccupazione alle iniziative regionali che stanno introducendo modalità differenti di accesso ai farmaci anti-obesità. “Non possiamo accettare che il diritto alla cura dipenda dalla regione o dall’azienda sanitaria in cui si risiede. Ci fa piacere che una terapia possa raggiungere una persona bisognosa, ma questo non è il modello che vogliamo”. Secondo Buscemi, l’accesso alle nuove terapie dovrebbe basarsi su criteri nazionali condivisi, privilegiando i pazienti con maggiore gravità clinica e quelli che non hanno la possibilità economica di sostenere il costo delle cure. “Se un paziente può permettersi una Ferrari, il farmaco lo compra da sé. Se viaggia in monopattino, lo Stato deve garantirglielo, perché quella persona è la spina dorsale e la forza lavoro del Paese”. Per il presidente della SIO i dati scientifici indicano con chiarezza quali siano le situazioni prioritarie. “I dati scientifici dimostrano che quando l’Indice di Massa Corporea (BMI) supera il valore di 35, la qualità della vita è seriamente compromessa. Se a questo si associano comorbidità, o se il BMI supera quota 40 (obesità grave), la cura è urgente. La chirurgia bariatrica resta il riferimento per molti, ma per chi non può o non vuole operarsi, l’alternativa farmacologica deve essere garantita dallo Stato”. Istituzioni e comunità scientifica, dunque, concordano sul fatto che dopo aver riconosciuto l’obesità come malattia, la sfida è ora costruire un sistema nazionale che garantisca prevenzione, presa in carico multidisciplinare e accesso uniforme alle cure, superando definitivamente le disuguaglianze territoriali.
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