Nutri e Previeni 6 Ottobre 2026 11:44

Obesità, l’infiammazione riduce la motivazione a fare fatica per procurarsi il cibo

Osservato un legame tra infiammazione, attività della corteccia prefrontale e avversione allo sforzo. Un trattamento antinfiammatorio ha attenuato questi effetti in donne con obesità.

di Arnaldo Iodice
Obesità, l’infiammazione riduce la motivazione a fare fatica per procurarsi il cibo

Una recente ricerca pubblicata sulla rivista Brain, Behavior, and Immunity ha rivelato una connessione cruciale tra l’infiammazione e le decisioni alimentari. Lo studio dimostra che l’infiammazione di basso grado, tipicamente associata all’obesità, spinge le persone a scegliere cibi facili da ottenere, riducendo la motivazione a compiere uno sforzo. La ricerca si è articolata in due fasi principali per analizzare questo fenomeno.

La prima fase ha coinvolto uno studio trasversale su 131 donne con un indice di massa corporea superiore a 27. La seconda fase è consistita in uno studio clinico randomizzato di dodici settimane su 49 donne con obesità e livelli di proteina C-reattiva elevati. A questo secondo gruppo è stato somministrato un farmaco antinfiammatorio, la colchicina, oppure un placebo. Grazie all’uso della risonanza magnetica funzionale, gli scienziati hanno potuto osservare direttamente le risposte cerebrali legate allo sforzo, confermando il ruolo causale dell’infiammazione.

Il paradosso della fatica e le abitudini alimentari

L’obesità rappresenta uno dei maggiori problemi di salute a livello globale e colpisce una persona su otto nel mondo. Questa condizione si sviluppa a causa di uno squilibrio energetico prolungato, in cui le calorie assunte superano quelle consumate. Un fattore determinante di questo squilibrio è il comportamento alimentare disadattivo, che porta a preferire cibi molto calorici e facilmente reperibili. Ogni scelta alimentare può essere vista come una decisione basata sullo sforzo: valutiamo se un determinato cibo valga la fatica necessaria per ottenerlo, che si tratti di cucinare, spendere soldi o masticare.

Fino ad oggi, gli studi comportamentali su come le persone con obesità affrontano questo sforzo hanno fornito risultati contrastanti. Alcune ricerche suggerivano che queste persone fossero più disposte a faticare pur di ottenere una ricompensa alimentare rispetto alle persone normopeso. Altri studi, al contrario, indicavano una minore propensione allo sforzo.

Questo paradosso nasceva dal fatto che nelle ricerche precedenti era difficile separare l’effetto della fatica da quello della ricompensa, poiché a sforzi maggiori corrispondevano sempre premi più grandi. Questa confusione ha reso necessario cercare nuove risposte per capire i reali meccanismi decisionali.

L’infiammazione silenziosa e il comportamento motivazionale

Per risolvere il paradosso delle scelte alimentari, i ricercatori si sono concentrati su un elemento chiave: l’infiammazione cronica di basso grado. Circa il 50-60% delle donne e il 30-40% degli uomini con obesità presenta marcatori sistemici di questa infiammazione. Questo stato infiammatorio ha origine principalmente dal tessuto adiposo in espansione e viene alimentato da diete ricche di grassi saturi e cibi ad alto carico glicemico.

Sebbene sia meno intensa di un’infiammazione acuta, questa condizione altera in modo significativo le vie metaboliche di tutto l’organismo, incluso il cervello. Nelle popolazioni senza obesità, l’infiammazione acuta è nota per indurre il classico comportamento di malattia, caratterizzato da bassa motivazione, apatia, affaticamento e un’aumentata avversione allo sforzo fisico. Negli individui sani, l’induzione di uno stato infiammatorio porta a rifiutare le attività faticose, senza però alterare la sensibilità verso le ricompense.

Gli studiosi hanno quindi ipotizzato che questa stessa infiammazione potesse spiegare la mancanza di voglia di sforzarsi per ottenere il cibo nelle persone con obesità.

La misurazione dello sforzo e l’analisi del cervello

Per misurare concretamente l’avversione alla fatica, le partecipanti sono state sottoposte a un compito decisionale legato al cibo, diviso in diverse fasi. Durante l’esperimento all’interno di uno scanner per la risonanza magnetica, alle partecipanti è stato chiesto di decidere se un certo premio alimentare valesse uno specifico livello di sforzo fisico. Il premio consisteva in snack dolci o salati, variando in quantità e contenuto calorico, in base alle preferenze personali. Lo sforzo richiesto consisteva nello stringere un dispositivo manuale con una forza progressivamente maggiore, calcolata in base alla capacità muscolare massima di ogni partecipante.

In ogni prova, le donne dovevano accettare o rifiutare l’offerta valutando il rapporto tra il cibo promesso e la fatica richiesta. Nel frattempo, la risonanza magnetica funzionale registrava l’attività cerebrale, concentrandosi in particolare sulla corteccia prefrontale dorsomediale. Questa area del cervello è strettamente collegata al comportamento motivato e alla valutazione degli sforzi. In una fase successiva all’esterno dello scanner, le partecipanti dovevano eseguire materialmente le prove che avevano accettato, stringendo il dispositivo per ottenere effettivamente gli snack guadagnati, rendendo così la scelta realistica e vincolante.

Questo metodo ha permesso di isolare con estrema precisione i costi della fatica, separando il momento della decisione dall’azione fisica vera e propria sul momento.

L’impatto dell’infiammazione sulle decisioni e i benefici della cura

I risultati dell’esperimento hanno confermato pienamente le ipotesi iniziali degli studiosi sull’avversione allo sforzo. Nello studio trasversale è emerso che un punteggio di infiammazione più alto era direttamente correlato a una maggiore avversione alla fatica. Le partecipanti con un’infiammazione più elevata mostravano un calo molto più rapido nell’accettare le offerte man mano che la fatica fisica richiesta aumentava.

Dal punto di vista neurologico, questa infiammazione è risultata associata a un segnale molto più forte nella corteccia prefrontale dorsomediale durante l’elaborazione delle scelte legate allo sforzo. È stato inoltre dimostrato che l’infiammazione faceva da vero e proprio mediatore tra l’indice di massa corporea e le risposte del cervello all’impegno richiesto. Ancora più interessanti sono stati i risultati dello studio clinico con il farmaco colchicina. Il trattamento di dodici settimane ha ridotto significativamente l’infiammazione sistemica rispetto al gruppo che ha assunto il solo placebo. Dal punto di vista comportamentale, la colchicina ha portato le partecipanti ad accettare con più probabilità le sfide che richiedevano un impegno elevato per ottenere il cibo. Inoltre, il farmaco ha marginalmente ridotto il segnale cerebrale correlato allo sforzo nella corteccia prefrontale dorsomediale.

Questi dati combinati dimostrano un ruolo causale diretto: riducendo l’infiammazione, si riduce l’avversione alla fatica e si ripristina la motivazione a compiere azioni più impegnative, modificando le relative attività del cervello.

Prospettive future per il trattamento dell’obesità

Le conclusioni di questo studio offrono una prospettiva del tutto nuova per comprendere e affrontare concretamente l’obesità. L’infiammazione di basso grado aumenta l’avversione alla fatica durante le decisioni alimentari, e questo meccanismo potrebbe essere il motivo per cui si tende a scegliere il cibo veloce e pratico. Essendo questi alimenti estremamente facili da consumare, richiedono pochissimo sforzo per essere ottenuti, assecondando perfettamente la riluttanza alla fatica generata dallo stato infiammatorio. Il fatto che un farmaco antinfiammatorio abbia incoraggiato scelte alimentari che richiedevano maggiore energia suggerisce nuove terapie. Intervenire sull’infiammazione potrebbe diventare una strategia fondamentale per aiutare le persone a cambiare le proprie abitudini, supportando con successo i tradizionali programmi basati sullo stile di vita. Lo studio presenta tuttavia alcune limitazioni pratiche, come l’aver coinvolto esclusivamente un campione di sesso femminile. Le donne sono state scelte per la loro maggiore suscettibilità all’obesità e all’infiammazione correlata, ma in futuro sarà necessario includere anche gli uomini per capire le differenze di genere. Sarà inoltre essenziale studiare le scelte alimentari in contesti di vita quotidiana.

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