Salute 2 Settembre 2026 14:22

Menopausa, la donna rischia di diventare “invisibile” nelle cartelle cliniche

Una nuova review pubblicata su Menopause evidenzia lacune e differenze nella registrazione dello stato menopausale, dei sintomi e della fase riproduttiva nelle cartelle cliniche elettroniche

di Isabella Faggiano
Menopausa, la donna rischia di diventare “invisibile” nelle cartelle cliniche

La menopausa può essere vissuta ogni giorno da milioni di donne, ma rischia di diventare quasi invisibile nei dati sanitari che dovrebbero raccontarne la storia clinica. Non perché manchino i sintomi, né perché la transizione menopausale non abbia conseguenze sulla salute. Il problema è un altro: troppo spesso quelle informazioni non vengono registrate in modo uniforme nelle cartelle cliniche elettroniche. A mettere in luce questa lacuna è una nuova scoping review, ovvero una revisione della letteratura pensata per mappare le evidenze disponibili su un determinato tema, pubblicata sulla rivista Menopause, della Menopause Society. Gli autori hanno analizzato 19 studi per capire come lo stato menopausale, la fase riproduttiva e i sintomi vengano identificati e rappresentati nei sistemi di cartella clinica elettronica. Il risultato è una fotografia tutt’altro che omogenea: la menopausa viene documentata con modalità diverse, spesso attraverso indicatori indiretti, mentre molte informazioni rimangono disperse nelle note cliniche o semplicemente non vengono registrate.

Quando la menopausa non è scritta da nessuna parte

Il problema può sembrare, a prima vista, una questione di compilazione della cartella. Non lo è. Sapere in quale fase della vita riproduttiva si trova una donna può avere conseguenze sulla lettura dei sintomi, sulla valutazione dei fattori di rischio, sulle scelte terapeutiche e sull’interpretazione della sua storia clinica. Eppure, secondo la revisione, nella pratica clinica lo stato menopausale viene spesso ricavato indirettamente da elementi come l’età della paziente, alcuni codici diagnostici oppure i farmaci prescritti, invece di essere registrato attraverso modalità strutturate e condivise. In altre parole, il sistema può “dedurre” che una donna sia in menopausa senza necessariamente avere una registrazione chiara e standardizzata del suo stato menopausale. È una differenza tutt’altro che teorica. Perché un’informazione dedotta può essere incompleta, non aggiornata o interpretata diversamente da professionisti e strutture differenti.

19 studi e un problema che attraversa la ricerca

La revisione ha incluso 19 studi, per lo più studi di coorte retrospettivi o analisi trasversali condotti in sistemi sanitari statunitensi tra il 2013 e il 2026. Le popolazioni analizzate erano molto diverse: le dimensioni dei campioni andavano da 45 a 307.512 donne. In 13 studi lo stato o le esperienze correlate alla menopausa venivano identificati attraverso i codici ICD-9 o ICD-10. Ma soltanto nove riportavano esattamente quali codici erano stati utilizzati. Già questo dato rende evidente una delle difficoltà: anche quando i ricercatori cercano di identificare la menopausa nei database sanitari, non sempre stanno utilizzando gli stessi criteri. Gli autori individuano tre problemi strettamente collegati: le limitazioni nella documentazione, il trattamento insufficiente dei sintomi quando questi sono presenti nella cartella e la sottoregistrazione dei sintomi menopausali. Il risultato è una rappresentazione frammentata della menopausa nei dati sanitari.

Vampate, disturbi del sonno, dolore: i sintomi ci sono, ma possono non lasciare traccia

La transizione menopausale non riguarda soltanto la cessazione del ciclo mestruale. Vampate di calore, disturbi del sonno, cambiamenti dell’umore, dolori articolari e sintomi genitourinari sono tra le manifestazioni frequentemente riferite dalle donne. La menopausa, inoltre, si colloca in una fase della vita nella quale entrano in gioco anche aspetti di salute cardiovascolare, muscoloscheletrica, neurologica e mentale. Se questi elementi non vengono registrati in maniera sistematica, una parte della storia clinica rischia di rimanere fuori dalla cartella. E ciò che non viene registrato diventa più difficile da seguire nel tempo. Una donna può raccontare un sintomo durante una visita, ricevere un’indicazione terapeutica e successivamente cambiare medico o struttura. Se quella informazione rimane confinata a una nota non strutturata, può diventare molto più difficile ricostruirne l’evoluzione. La cartella elettronica dovrebbe invece consentire proprio questo: seguire la persona nel tempo, non semplicemente accumulare informazioni relative a singole visite.

Il problema dei dati “nascosti” nelle note cliniche

Uno degli aspetti messi in evidenza dagli autori riguarda l’assenza di campi strutturati dedicati alla fase riproduttiva. Una parte delle informazioni sulla menopausa finisce così all’interno del testo libero delle note cliniche. Il dato esiste, ma non è facilmente utilizzabile. Questa distinzione è fondamentale nell’epoca dei grandi database sanitari e dell’intelligenza artificiale applicata alla medicina. Un’informazione contenuta in una nota può essere leggibile dal professionista che la incontra, ma non necessariamente può essere estratta, confrontata o analizzata con la stessa facilità di un dato strutturato. Il problema diventa quindi duplice: si rischia di perdere informazioni nella cura individuale e, contemporaneamente, di perdere informazioni nella ricerca.

Anche i sintomi documentati possono essere sottotrattati

La revisione evidenzia inoltre un elemento particolarmente delicato: non è soltanto la presenza dei sintomi a essere registrata in maniera disomogenea. In alcuni casi, anche quando i sintomi vengono documentati, emerge il problema del loro trattamento insufficiente. Questo significa che esiste una possibile distanza tra tre momenti che dovrebbero essere collegati: riconoscere il sintomo, registrarlo e intervenire. Se il primo passaggio non viene adeguatamente documentato, anche i successivi diventano più difficili da monitorare. Una cartella clinica elettronica ben strutturata potrebbe invece consentire di seguire la comparsa dei sintomi, la loro evoluzione, gli interventi effettuati e la risposta al trattamento.

Non è soltanto un problema per il medico

La qualità della documentazione ha conseguenze anche oltre la singola visita. Una registrazione più uniforme dello stato menopausale potrebbe migliorare la continuità assistenziale tra professionisti diversi e consentire una migliore valutazione dei percorsi di cura. Ma c’è un altro livello ancora più importante: la ricerca. Se gli studi utilizzano criteri differenti per definire la menopausa, se alcuni si basano sull’età, altri sui codici diagnostici e altri ancora sui farmaci, confrontare i risultati diventa più complicato. E se i sintomi non vengono registrati sistematicamente, diventa più difficile capire quanto siano frequenti, come evolvano e quali trattamenti siano associati a risultati migliori. La qualità del dato, quindi, non è un aspetto tecnico separato dalla qualità dell’assistenza. È parte della qualità dell’assistenza.

Servono dati standardizzati

Gli autori della revisione indicano una direzione precisa: sviluppare elementi di dati comuni e standardizzati sulla menopausa, comprendendo sia la fase riproduttiva sia la documentazione strutturata dei sintomi. Non si tratterebbe semplicemente di aggiungere una nuova casella alla cartella elettronica. La standardizzazione dovrebbe comprendere criteri condivisi per identificare la fase menopausale e strumenti validati per valutare e registrare i sintomi. Esistono già strumenti di valutazione dei sintomi, ma secondo la revisione non vengono integrati sistematicamente nei flussi di lavoro delle cartelle cliniche elettroniche né sempre collegati a terminologie cliniche standardizzate. La soluzione richiede quindi un lavoro coordinato tra professionisti sanitari, ricercatori, informatici, sistemi sanitari e donne stesse.

Perché questo riguarda anche la salute futura delle donne

La menopausa non è una malattia. È una fase fisiologica della vita. Ma è anche una fase nella quale cambiano diversi parametri biologici e nella quale possono emergere sintomi e fattori di rischio che meritano attenzione. Per questo ridurre la menopausa a un’unica informazione – “donna in menopausa” – sarebbe comunque insufficiente. Servono informazioni più precise: quando è iniziata la transizione, in quale fase si trova la donna, quali sintomi presenta, quanto sono intensi, quali trattamenti sta seguendo e quale risposta ha ottenuto. Solo così la cartella può diventare davvero uno strumento longitudinale. Non una fotografia scattata durante una visita, ma una storia clinica che si aggiorna nel tempo.

Dalla cartella clinica alla ricerca: chi non viene registrato rischia di non essere studiato

C’è infine una conseguenza che va oltre la singola paziente. I dati delle cartelle elettroniche vengono sempre più utilizzati per produrre conoscenza: studiare popolazioni, identificare fattori di rischio, valutare trattamenti, misurare esiti. Ma se la menopausa è rappresentata in modo diverso da un sistema all’altro, se i sintomi vengono registrati soltanto occasionalmente e se la fase riproduttiva non è strutturata, anche la ricerca che utilizza quei dati rischia di partire da una fotografia incompleta. È quello che gli autori definiscono, in sostanza, un problema di riproducibilità della ricerca: l’eterogeneità nella rappresentazione dei dati rende più difficile confrontare popolazioni, risultati e interventi. La conseguenza è paradossale. Proprio mentre cresce l’attenzione verso la salute della donna nella mezza età, i sistemi sanitari rischiano di non raccogliere in modo adeguato le informazioni necessarie per comprenderla. Per gli autori dello studio, la menopausa deve diventare un’informazione clinica visibile, strutturata e interoperabile. Non per trasformare una fase fisiologica in una diagnosi. Ma per evitare che sintomi, bisogni e percorsi di cura si perdano dentro cartelle costruite per registrare soprattutto malattie, prestazioni e prescrizioni. La standardizzazione dei dati potrebbe aiutare i professionisti a riconoscere più precocemente i sintomi, scegliere e monitorare i trattamenti, valutare la risposta alle terapie e discutere con le pazienti anche dei fattori di rischio modificabili in una fase importante della vita. La stessa standardizzazione avrebbe un valore per la ricerca, rendendo più confrontabili popolazioni e interventi.
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