Uno studio pubblicato su Cerebral Cortex mostra che la memoria associativa perde precisione già nella mezza età e che con l’invecchiamento cambiano i meccanismi cerebrali con cui i ricordi vengono riattivati
Il declino della memoria non riguarda soltanto la terza età. Alcuni cambiamenti nei meccanismi cerebrali che permettono di formare, mantenere e recuperare i ricordi possono comparire già nella mezza età, intorno ai 50 anni. È quanto emerge da uno studio della Binghamton University, nello Stato di New York, pubblicato sulla rivista Cerebral Cortex. La ricerca, coordinata dal docente di psicologia Ian McDonough e dal ricercatore Destaw Mekbib, ha esaminato il funzionamento dell’ippocampo, una struttura fondamentale per la memoria episodica, attraverso la risonanza magnetica funzionale. I partecipanti hanno svolto compiti nei quali dovevano associare volti a oggetti oppure a scene e, successivamente, recuperare quelle specifiche associazioni. L’obiettivo non era soltanto capire se con l’età si ricordino meno informazioni, ma soprattutto che cosa accade nel cervello quando un ricordo viene formato, mantenuto e poi recuperato.
La precisione della memoria diminuisce già nella mezza età
Il campione finale era composto da 61 adulti: 17 giovani tra 18 e 30 anni, 21 persone di mezza età tra 50 e 60 anni e 23 adulti anziani tra 61 e 74 anni. Durante il test, ai partecipanti veniva mostrato un volto associato a un oggetto oppure a una scena. Per facilitare l’apprendimento dovevano immaginare la persona raffigurata mentre interagiva con l’oggetto o si trovava nella scena. In una fase successiva, lo stesso volto veniva mostrato insieme a quattro possibili immagini e il partecipante doveva individuare quella corretta. La prestazione è peggiorata con l’aumentare dell’età: i giovani hanno identificato correttamente una quota maggiore di associazioni rispetto sia agli adulti di mezza età sia agli anziani. I due gruppi più anziani, invece, non hanno mostrato differenze significative tra loro. Il dato indica quindi che il cambiamento nella memoria associativa è già osservabile nel passaggio dalla fascia dei 20-30 anni a quella della mezza età.
Non è una semplice dimenticanza
Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda il tipo di errore. Le risposte sbagliate sono state distinte tra quelle in cui veniva scelta un’immagine della stessa categoria di quella corretta e quelle in cui veniva selezionata un’immagine appartenente a una categoria diversa. Le mancate risposte sono state invece considerate casi di dimenticanza completa. Con l’età, quindi, non sembra semplicemente aumentare la probabilità di “non ricordare”. Può diventare meno preciso anche il collegamento tra le informazioni che compongono un ricordo. Nella mezza età, secondo i risultati riportati, il cervello può continuare a riattivare le rappresentazioni associate a un’esperienza, ma in modo meno selettivo. Il risultato può essere una sorta di errore di collegamento: qualcosa viene riconosciuto come familiare, ma viene associato alla persona, all’oggetto o alla scena sbagliata. È una dinamica descritta nel lavoro come “misbinding”, cioè un’associazione errata tra elementi del ricordo. Negli adulti più anziani, una maggiore somiglianza tra i pattern dell’ippocampo nelle diverse fasi della memoria risultava associata a una maggiore frequenza di errori di categoria.
L’ippocampo perde stabilità
Per comprendere cosa accada a livello cerebrale, i ricercatori hanno confrontato i pattern di attività dell’ippocampo durante tre fasi: codifica del ricordo, riposo successivo e recupero. Con l’aumentare dell’età si riduceva la somiglianza tra le rappresentazioni neurali dell’ippocampo nelle diverse fasi. In altre parole, il modo in cui un ricordo viene rappresentato nel cervello tende a essere meno stabile nel passaggio dalla sua formazione al successivo recupero. Nei giovani adulti, una maggiore somiglianza tra il pattern presente durante la codifica e quello osservato durante il recupero era associata a una migliore accuratezza della memoria associativa. Questo vantaggio diventava più debole nella mezza età e non risultava significativo negli anziani.
Il cervello può riconoscere, ma non collegare correttamente
Il risultato porta a una distinzione importante. La familiarità di un’informazione può rimanere, mentre può diminuire la precisione nel ricostruire il contesto a cui quella stessa informazione appartiene. È il tipo di errore che può tradursi, per esempio, nella sensazione di aver già visto una persona o un’immagine senza riuscire a ricordare correttamente dove, quando o in quale circostanza. Lo studio non misura direttamente situazioni della vita quotidiana, ma analizza il meccanismo cerebrale alla base della memoria associativa e mostra che, con l’età, le rappresentazioni ippocampali diventano meno stabili e meno specifiche.
Non dipende soltanto dall’atrofia dell’ippocampo
I ricercatori hanno verificato anche se il peggioramento fosse spiegato semplicemente dalla riduzione del volume dell’ippocampo associata all’età. Il volume ippocampale diminuiva con l’età, ma tenere conto di questo parametro non eliminava le principali associazioni osservate tra rappresentazioni neurali e prestazioni della memoria. Secondo gli autori, questo suggerisce che le differenze legate all’età non siano spiegate principalmente dall’atrofia, ma anche da come le rappresentazioni vengono mantenute e riattivate nelle diverse fasi della memoria.
Anche l’attenzione non sembra spiegare il fenomeno
Lo studio ha preso in considerazione anche il possibile ruolo del controllo attentivo. Le misure utilizzate dai ricercatori non risultavano correlate all’età e non spiegavano le variazioni osservate nella somiglianza dei pattern ippocampali. Gli effetti legati all’età sono rimasti anche dopo aver tenuto conto di queste variabili. Questo suggerisce che il fenomeno osservato sia legato soprattutto alla stabilità e alla precisione delle rappresentazioni della memoria.
La mezza età, una fase da studiare meglio
Il lavoro porta così l’attenzione su una fase della vita spesso meno considerata rispetto al confronto tra giovani e anziani. I risultati indicano che la mezza età presenta già differenze nella precisione della memoria associativa e nei processi di riattivazione delle rappresentazioni ippocampali. L’ipotesi che questa fase possa essere particolarmente importante per comprendere l’evoluzione dei cambiamenti cognitivi viene rilanciata anche nella lettura dei risultati della ricerca. Gli stessi autori, però, invitano a non interpretare i dati come prova di un declino lineare e continuo lungo tutta la vita: la distribuzione delle età nel campione presenta infatti una discontinuità tra circa 30 e 50 anni.
Le conclusioni dello studio
La ricerca suggerisce quindi che con l’invecchiamento non cambia soltanto quanto ricordiamo, ma anche il modo in cui il cervello ricostruisce i collegamenti tra le informazioni. Il possibile passaggio da una riattivazione selettiva a un’associazione meno precisa può aiutare a spiegare perché alcuni ricordi diventino più vulnerabili agli errori: l’elemento può sembrare familiare, ma il collegamento corretto può sfuggire. Gli autori indicano infine l’instabilità delle rappresentazioni ippocampali come un possibile meccanismo alla base del declino della memoria associativa nell’arco dell’età adulta. Il risultato più interessante, dunque, è che alcuni cambiamenti della memoria possono essere individuati già nella mezza età, molto prima della terza età.
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