Salute 2 Luglio 2026 09:20

Madri e neonati, il dialogo precoce può segnalare rischi futuri

Secondo uno studio su PLOS One, risposte verbali più lente durante le interazioni a un anno sono associate a maggiori probabilità di diagnosi psichiatriche entro i 7 anni.

di Arnaldo Iodice
Madri e neonati, il dialogo precoce può segnalare rischi futuri

La rapidità con cui una madre risponde verbalmente alle vocalizzazioni del proprio bambino a un anno di vita potrebbe essere associata al rischio di successive diagnosi psichiatriche nell’infanzia. È quanto suggerisce uno studio pubblicato su PLOS One da Bethany Stanley, dell’Università di Glasgow, nel Regno Unito, e colleghi. I ricercatori hanno analizzato i dati dell’Avon Longitudinal Study of Parents and Children, concentrandosi su 1.240 famiglie che avevano partecipato alle cliniche “Children in Focus” quando i bambini avevano 12 mesi. In particolare, sono stati esaminati i video di 158 coppie madre-bambino durante un’interazione con un libro illustrato.

L’audio dei filmati è stato utilizzato per misurare quanto rapidamente le madri rispondessero alle vocalizzazioni dei figli. Tra i bambini coinvolti, 55 hanno ricevuto almeno una diagnosi psichiatrica entro i 7 anni, mentre 103 bambini del gruppo di controllo, abbinati per sesso, non hanno ricevuto diagnosi di questo tipo.

Il ruolo del tempo di risposta nelle prime interazioni

Secondo i risultati, le risposte vocali materne entro un secondo dalla vocalizzazione del bambino erano associate a un rischio più basso di diagnosi psichiatrica complessiva e, in particolare, di disturbi del comportamento dirompente e ADHD negli anni successivi. Per ogni aumento del 10% nella probabilità che la madre rispondesse entro un secondo, la probabilità stimata che il bambino ricevesse una diagnosi psichiatrica entro i 7 anni diminuiva del 17%, con un odds ratio pari a 0,83 e intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,71 e 0,95. L’associazione è stata osservata anche per l’ADHD, con OR 0,79, e per il disturbo del comportamento dirompente, con OR 0,80. Non è stata invece rilevata alcuna associazione significativa con autismo o disturbi emotivi. Il dato si inserisce in un filone di ricerca che considera le prime interazioni sociali tra genitori e figli come possibili indicatori dello sviluppo successivo.

Tuttavia, il risultato non va interpretato in modo deterministico: una risposta più lenta non significa che il bambino svilupperà necessariamente un disturbo, né dimostra da sola un rapporto di causa-effetto. Può però indicare una vulnerabilità da osservare con attenzione, soprattutto perché molti disturbi dell’infanzia possono beneficiare di interventi precoci.

Limiti dello studio e possibili sviluppi per lo screening

Gli stessi autori sottolineano diversi limiti dello studio. I sottogruppi diagnostici erano numericamente ridotti, un elemento che rende necessaria cautela nell’interpretazione dei risultati. Inoltre, l’analisi si è concentrata esclusivamente sulle madri e solo sulla tempistica della risposta vocale, senza valutare la qualità della risposta, il tono emotivo, il contenuto dell’interazione o il ruolo di altri caregiver. Resta aperta anche la questione della causalità: non è ancora chiaro se la lentezza della risposta contribuisca allo sviluppo dei problemi o se rifletta altri fattori, inclusi elementi genetici o ambientali.

Il professor Phil Wilson ha spiegato che lo studio suggerisce una correlazione solida tra risposte genitoriali più lente ai segnali dei neonati e problemi successivi, ma che le cause devono ancora essere chiarite. Per gli autori, l’osservazione delle prime interazioni genitore-figlio potrebbe comunque aiutare a sviluppare strumenti di screening per identificare precocemente bambini più vulnerabili, soprattutto rispetto a disturbi potenzialmente modificabili con interventi tempestivi.

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