Sanità 17 Settembre 2026 10:05

Long COVID, dall’Unione europea un policy paper su riconoscimento, cure e tutele

Tra le priorità indicate: maggiore formazione degli operatori sanitari, servizi multidisciplinari, riconoscimento nei sistemi di disabilità.

di CDRR
Long COVID, dall’Unione europea un policy paper su riconoscimento, cure e tutele

Dare maggiore riconoscimento al Long COVID, migliorare l’accesso ai percorsi di cura, rafforzare la formazione dei professionisti sanitari e sostenere la ricerca. Sono alcune delle indicazioni contenute nel nuovo policy paper sul Long COVID, pubblicato il 16 settembre 2026 dalla Direzione generale Salute e sicurezza alimentare della Commissione europea.

Il documento raccoglie gli esiti del Long COVID Policy Dialogue, sviluppato con il contributo di OECD ed EUPHA, e porta all’attenzione dei decisori europei l’esperienza delle persone che convivono con sintomi persistenti dopo l’infezione da SARS-CoV-2. Non si tratta di un atto legislativo né di un provvedimento vincolante per gli Stati membri, ma di un documento di indirizzo che individua una serie di criticità e di possibili risposte per i sistemi sanitari e sociali.

Alla base del paper vi sono focus group condotti in inglese, francese, spagnolo e rumeno e una survey online realizzata nell’aprile 2026, alla quale hanno partecipato 2.042 persone provenienti da 30 Paesi. Si tratta quindi di dati riferiti ai partecipanti all’indagine e non di stime rappresentative della popolazione europea, ma il quadro che emerge descrive difficoltà ricorrenti nell’ottenere una diagnosi, nell’accedere a servizi dedicati e nel mantenere attività lavorative, scolastiche e sociali.

Diagnosi tardive e percorsi frammentati

Uno degli elementi più evidenti riguarda il percorso che precede il riconoscimento della condizione. Tra i partecipanti alla survey, il 27% ha riferito di aver atteso più di dodici mesi per ricevere una diagnosi formale, mentre il 68% ha dichiarato di essersi rivolto a più di cinque professionisti sanitari. Solo il 14% ha riferito di avere attualmente accesso a un servizio multidisciplinare specificamente dedicato al Long COVID.

Il documento sottolinea come la natura multisistemica e fluttuante della condizione possa rendere particolarmente complesso il percorso assistenziale. Stanchezza persistente, peggioramento dei sintomi dopo uno sforzo fisico o mentale, disturbi cardiovascolari e altre manifestazioni possono richiedere il coinvolgimento di competenze differenti, mentre l’assenza di un singolo test diagnostico rappresenta ancora un elemento di difficoltà.

Per questo, tra le indicazioni rivolte ai decisori compare la necessità di costruire e preservare servizi multidisciplinari accessibili e finanziati pubblicamente, con il coinvolgimento di diverse specialità e un collegamento con l’assistenza territoriale. Il paper indica come nucleo minimo competenze di medicina interna, riabilitazione, cardiologia e psicologia clinica.

Formazione degli operatori e ricerca tra le priorità

Un altro tema centrale è la formazione del personale sanitario. L’81% delle persone che hanno risposto alla survey ha considerato estremamente urgente migliorare la preparazione dei professionisti, con particolare attenzione anche alla medicina di base e non soltanto ai centri specialistici. Il 78% ha invece indicato come estremamente urgente un aumento dei finanziamenti destinati alla ricerca sul Long COVID.

La Commissione europea lavora sul tema già da diversi anni. Nel 2023 DG SANTE ha istituito una Network of Expertise on Long COVID, nell’ambito dell’Expert Group on Public Health, con l’obiettivo di mettere in collegamento centri nazionali di competenza, favorire lo scambio di esperienze su diagnosi, trattamento e gestione e raccogliere informazioni sulla situazione nei diversi Paesi europei.

Già nel 2022 un parere dell’Expert Panel europeo aveva sottolineato la necessità di sistemi di sorveglianza coordinati e di metodologie omogenee, evidenziando anche l’importanza di considerare il Long COVID come una condizione cronica complessa che può richiedere modelli assistenziali coordinati.

L’impatto oltre l’assistenza sanitaria

Il policy paper dedica ampio spazio anche alle conseguenze sociali ed economiche. Tra i partecipanti all’indagine, il 62% ha riferito un impatto estremamente rilevante sulla capacità di lavorare o studiare, mentre il 63% ha dichiarato una perdita di reddito legata alla riduzione della capacità lavorativa. Quasi la metà ha segnalato difficoltà nell’accesso alle prestazioni legate alla disabilità o ad altri sostegni sociali.

La natura intermittente dei sintomi, secondo il documento, può adattarsi con difficoltà a sistemi costruiti intorno a condizioni più facilmente documentabili o a limitazioni stabili nel tempo. Da qui la proposta di valutare strumenti più flessibili per le assenze per malattia, il rientro graduale al lavoro e il riconoscimento del Long COVID nei sistemi di protezione sociale.

Una particolare attenzione viene dedicata anche a bambini e adolescenti, per i quali il riconoscimento della condizione può incidere sulla continuità scolastica e, successivamente, sul passaggio verso l’università o il lavoro.

Un riferimento anche per il confronto italiano

Pur non imponendo obblighi agli Stati membri, il documento europeo offre un nuovo riferimento per il confronto sulle politiche nazionali dedicate al Long COVID.

Per associazioni di pazienti, professionisti e istituzioni, i temi messi a fuoco dal policy paper – riconoscimento della condizione, disponibilità di dati, formazione degli operatori, accesso a percorsi multidisciplinari e tutele sociali e lavorative – possono rappresentare una base comune sulla quale valutare l’organizzazione dell’assistenza e individuare eventuali differenze territoriali.

Particolarmente rilevante è il richiamo alla necessità di disporre di informazioni più solide. La stessa rete europea di esperti evidenzia infatti come stimare la prevalenza del Long COVID rimanga complesso in assenza di definizioni applicate in maniera uniforme e di sistemi di rilevazione comparabili. Il nuovo paper non risolve queste criticità né definisce standard obbligatori. Porta però le esperienze raccolte tra i pazienti all’interno di un documento pubblicato dalla Commissione europea e consolida alcuni temi che da tempo accompagnano il dibattito sulla condizione post-COVID: riconoscere i bisogni ancora insoddisfatti, produrre dati più affidabili e costruire percorsi capaci di rispondere alla complessità clinica e sociale della malattia.