Uno studio dell’Università del Michigan, condotto su oltre 2mila adulti seguiti per più di vent’anni, rileva un’associazione tra difficoltà di accesso al cibo e demenza probabile
Non sapere se si riuscirà a mettere in tavola un pasto adeguato può trasformarsi anche in un problema di salute cognitiva. È quanto suggerisce un nuovo studio dell’Università del Michigan, pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition, che ha analizzato il rapporto tra insicurezza alimentare e demenza probabile seguendo nel tempo 2.051 adulti statunitensi. La ricerca ha utilizzato i dati del Panel Study of Income Dynamics, una delle più longeve indagini longitudinali sulle famiglie negli Stati Uniti. Un vantaggio importante del lavoro è proprio la possibilità di osservare le stesse persone in diversi momenti della vita e verificare se le difficoltà nell’accesso al cibo siano associate alla salute cognitiva degli anni successivi.
Non conta solo se c’è stata insicurezza alimentare, ma anche quando
I ricercatori hanno distinto due fasi: la mezza età, osservata tra il 1999 e il 2003, e la tarda età, tra il 2015 e il 2019. La possibile presenza di demenza è stata valutata nel 2019 e nel 2021 attraverso l’AD8, uno strumento di screening per individuare cambiamenti compatibili con una demenza probabile. Nel campione, il 3% delle persone aveva sperimentato insicurezza alimentare solo nella mezza età, il 5,2% solo nella tarda età e il 5% in entrambi i periodi. Dopo aver tenuto conto di numerosi fattori socio-demografici e di salute, l’associazione più evidente è emersa tra coloro che avevano vissuto insicurezza alimentare nella tarda età. La sola esposizione durante la mezza età, invece, non è risultata significativamente associata alla demenza probabile. Anche la frequenza sembra avere un peso: tra gli anziani, due o più episodi di insicurezza alimentare nella tarda età sono risultati associati a una maggiore probabilità di demenza, mentre lo stesso andamento non è emerso per gli episodi avvenuti nella mezza età.
Il dato più forte: 40% di probabilità stimata
A rendere ancora più evidente la differenza tra i gruppi sono le probabilità stimate elaborate dai ricercatori. Tra le persone che avevano sperimentato insicurezza alimentare sia nella mezza età sia nella tarda età, la probabilità stimata di demenza probabile era del 40%, rispetto all’11% tra coloro che avevano avuto sicurezza alimentare in entrambe le fasi. Un’associazione significativa emergeva anche tra chi aveva sperimentato insicurezza alimentare soltanto nella tarda età, con una probabilità stimata del 34%. È importante, però, interpretare correttamente questi numeri: non significano che una persona che non può permettersi cibo a sufficienza abbia automaticamente un rischio del 40% di sviluppare demenza. Sono probabilità stimate all’interno del modello dello studio e descrivono un’associazione osservata nella popolazione analizzata.
Non solo dieta: entra in gioco anche lo stress
L’insicurezza alimentare non significa semplicemente mangiare meno. Può anche voler dire rinunciare alla qualità degli alimenti, modificare le proprie abitudini alimentari o vivere costantemente nell’incertezza economica. Secondo gli autori, tra i possibili meccanismi che potrebbero spiegare il legame con la salute cognitiva ci sono proprio la peggiore qualità della dieta e lo stress psicologico. Si tratta, tuttavia, di ipotesi che necessitano di ulteriori verifiche, perché il presente studio non ha testato direttamente questi percorsi. È un aspetto sottolineato anche da Noura Insolera, ricercatrice dell’Institute for Social Research dell’Università del Michigan, secondo cui la difficoltà di accesso al cibo può tradursi non solo in conseguenze fisiche legate a una nutrizione insufficiente, ma anche in un peso psicologico importante. “Con l’avanzare dell’età entrano in gioco molti fattori”, osserva la ricercatrice, indicando tra questi la sicurezza economica, la famiglia, la comunità e i programmi di sostegno.
Il paziente può essere identificato, ma poi cosa succede?
La ricerca apre anche una riflessione sul ruolo dei servizi sanitari. Durante una visita medica, spiega Insolera, può capitare che vengano poste domande di screening sulla sicurezza alimentare. Ma individuare il problema è soltanto il primo passo. Il passaggio successivo, cioè aiutare concretamente la persona, può essere molto più difficile. Un medico può riconoscere che un paziente non dispone di risorse sufficienti per acquistare cibo adeguato, ma non sempre ha a disposizione strumenti, percorsi o servizi per affrontare quella condizione. Ed è qui che il tema dell’alimentazione entra pienamente nella medicina sociale e nella prevenzione: una condizione economica può determinare ciò che una persona mangia, la qualità della sua dieta, il livello di stress e, potenzialmente, anche alcuni esiti di salute nel lungo periodo.
Quando il budget non basta per cibo e bollette
L’esempio richiamato dalla ricercatrice è concreto: con l’avanzare dell’età può accadere che una persona debba scegliere se destinare le proprie risorse a una bolletta, a una spesa sanitaria o all’acquisto di alimenti. In queste situazioni il cibo può diventare la voce di spesa più facilmente comprimibile. Il problema non riguarda quindi soltanto la disponibilità calorica, ma la possibilità di mantenere nel tempo un’alimentazione adeguata. Lo studio mostra inoltre che le persone che avevano sperimentato insicurezza alimentare presentavano mediamente condizioni socioeconomiche meno favorevoli, tra cui redditi familiari più bassi e livelli di istruzione inferiori, oltre a una minore probabilità di essere sposate o proprietarie della propria abitazione.
L’insicurezza alimentare è un determinante sociale della salute
Per gli autori, questi risultati contribuiscono a rafforzare l’idea che l’insicurezza alimentare sia un importante determinante sociale della salute. Intervenire sulla possibilità di accedere a cibo sufficiente e di qualità potrebbe quindi avere effetti che vanno oltre il contrasto alla fame. Tra gli interventi citati nella ricerca ci sono i programmi “Food is Medicine”, che prevedono, a seconda dei modelli adottati, prescrizioni di prodotti alimentari, pasti o spese alimentari adattati alle esigenze di salute, affiancati da programmi di sostegno economico e nutrizionale. L’obiettivo non è soltanto aiutare una persona a mangiare oggi, ma ridurre una condizione di vulnerabilità che può accompagnarla per anni.
Lo studio non dimostra un rapporto di causa-effetto
Gli stessi ricercatori invitano però alla cautela. Il lavoro non dimostra che l’insicurezza alimentare provochi la demenza. Esistono infatti numerosi fattori che possono contribuire sia alle difficoltà economiche sia alla salute cognitiva. Inoltre, i dati sulla sicurezza alimentare non sono stati raccolti in modo continuativo per tutto il periodo considerato e l’AD8 è uno strumento di screening, non un test diagnostico. Gli autori segnalano anche possibili fattori confondenti non misurati, come le caratteristiche dell’ambiente di vita, la coesione sociale e altre condizioni di salute. Il dato più solido che emerge, dunque, è quello di una associazione particolarmente marcata tra insicurezza alimentare nella tarda età e demenza probabile, che merita di essere approfondita attraverso ulteriori studi.
La prevenzione passa anche dalla possibilità di mangiare bene
La ricerca aggiunge un altro tassello alla crescente attenzione verso i determinanti sociali della salute cognitiva. Non si tratta di affermare che una singola condizione economica determini il destino cognitivo di una persona, ma di riconoscere che povertà, qualità dell’alimentazione, stress e accesso ai servizi possono intrecciarsi e incidere sulla salute nel corso della vita. Per questo, concludono i ricercatori, sarà importante continuare a studiare il ruolo delle politiche di sostegno al reddito e all’alimentazione nella prevenzione del deterioramento cognitivo e delle demenze.
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