Lo studio pubblicato sul Journal of Neurology apre la strada a una valutazione più precoce dell’evoluzione dell’ictus ischemico, con possibili benefici per la scelta delle cure, il monitoraggio e la presa in carico dei pazienti.
L’ictus ischemico è una delle principali cause di morte e disabilità nel mondo e, in questa patologia, intervenire rapidamente può fare la differenza. Ma altrettanto importante è riuscire a capire, già nelle prime ore, come potrebbe evolvere la malattia. È in questa direzione che si inserisce uno studio internazionale pubblicato sul Journal of Neurology e coordinato dalla dottoressa Valeria Caso, direttrice della Struttura Complessa di Neurologia dell’Ospedale di Saronno. La ricerca ha analizzato i dati di oltre 2.800 partecipanti, valutando più di 4.000 campioni di sangue per verificare se un particolare biomarcatore potesse offrire informazioni utili sull’andamento dell’ictus ischemico. I risultati suggeriscono che un semplice prelievo potrebbe, in futuro, affiancare gli strumenti già utilizzati dai medici, contribuendo a identificare più precocemente i pazienti a maggior rischio di complicanze e a orientare un percorso di cura più personalizzato.
Prevedere l’evoluzione dell’ictus nelle prime ore può cambiare le cure
Quando una persona viene colpita da un ictus ischemico, ogni decisione presa nelle prime ore può influenzare il recupero. Oggi i medici si basano sulla valutazione clinica e sugli esami di diagnostica per immagini, come TAC e risonanza magnetica. La possibilità di disporre anche di un esame del sangue capace di fornire indicazioni sull’evoluzione della malattia potrebbe rappresentare un ulteriore supporto per individuare i pazienti che necessitano di un monitoraggio più intensivo o di un percorso assistenziale dedicato.
Il test del sangue individua i pazienti con un rischio maggiore di complicanze
I ricercatori hanno concentrato l’attenzione sul neurofilamento leggero (NFL), una proteina che aumenta nel sangue quando le cellule del cervello subiscono un danno. Analizzando i campioni raccolti nelle prime ore e nei giorni successivi all’ictus, hanno osservato che livelli più elevati del biomarcatore sono associati a un maggiore rischio di complicanze, come l’emorragia intracranica, e a una maggiore probabilità di sviluppare disabilità o andare incontro a un esito sfavorevole nei mesi successivi.
Un aiuto per personalizzare monitoraggio, cure e riabilitazione
Secondo gli autori della ricerca, il test non sostituirà gli esami oggi utilizzati nella pratica clinica, ma potrebbe diventare un valido complemento per rendere la valutazione del paziente ancora più precisa. Disporre di informazioni aggiuntive fin dalle prime ore potrebbe infatti aiutare a programmare il monitoraggio, pianificare la riabilitazione e adattare il percorso di cura in base al rischio individuale.
La ricerca guarda al futuro, ma serviranno nuove conferme
Il biomarcatore è ancora oggetto di studio e saranno necessari ulteriori lavori per confermarne l’utilità nella pratica clinica quotidiana. Tuttavia, i risultati ottenuti rappresentano un passo avanti verso una medicina sempre più personalizzata, nella quale anche un semplice esame del sangue potrebbe contribuire a migliorare la prognosi, la presa in carico e la qualità dell’assistenza per le persone colpite da ictus ischemico.
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