Salute 29 Aprile 2026 16:45

HIV in Italia: 2.379 nuove diagnosi, Lazio al top con 361 casi

L’INMI Spallanzani punta su terapie long acting e interventi sul territorio per recuperare oltre 1.000 pazienti che hanno interrotto la terapia, riducendo le nuove infezioni in un Paese dove vivono circa 150mila persone con HIV

di Viviana Franzellitti
HIV in Italia: 2.379 nuove diagnosi, Lazio al top con 361 casi

Un nuovo modello di presa in carico dell’HIV prende forma a Roma presso l’INMI Spallanzani, con un obiettivo preciso: rintracciare e riportare in cura le persone che hanno sospeso la terapia, una delle principali criticità ancora aperte nella gestione dell’infezione.
Il progetto nasce in un contesto epidemiologico tutt’altro che stabile: in Italia le nuove diagnosi hanno raggiunto quota 2.379 nel 2024, mentre le persone che vivono con HIV sono circa 150mila.
Il Lazio si conferma la regione più colpita, con 5,8 casi ogni 100mila abitanti e 361 nuove infezioni in un anno, concentrate soprattutto nell’area di Roma. Qui, si stima che tra 1.000 e 1.500 pazienti abbiano fermato i percorsi di cura, aumentando il rischio di complicanze e trasmissione. La risposta punta a un cambio di paradigma: integrare innovazione farmacologica e intervento territoriale, con terapie a lunga durata e azioni di prossimità per migliorare l’aderenza e ridurre la diffusione del virus.

Un’Italia con l’HIV in crescita tra diagnosi e discontinuità nelle cure

Il quadro epidemiologico mostra una crescita lenta ma costante delle nuove infezioni dopo il 2020. Nonostante i progressi della terapia antiretrovirale, che oggi consente di trasformare l’HIV in una condizione cronica controllabile e non trasmissibile, resta aperto il nodo delle persone che escono dai percorsi di cura. Una quota significativa riguarda soggetti fragili: persone senza dimora, migranti, pazienti con dipendenze o disturbi psichiatrici, per i quali la continuità terapeutica diventa difficile da mantenere. È proprio questa popolazione a determinare una parte rilevante del rischio residuo di trasmissione.

Il progetto Spallanzani: uscire dagli ospedali per ritrovare i pazienti

La strategia messa in campo punta su un’azione attiva di recupero delle persone perse al follow-up. Il modello prevede identificazione dei pazienti che hanno interrotto la terapia, contatto diretto e presa in carico rapida con percorsi personalizzati. Centrale il ruolo degli interventi di prossimità, realizzati anche con associazioni e operatori sociali, per raggiungere chi non accede più ai servizi sanitari. Il progetto introduce inoltre figure dedicate come case manager e peer educator, con l’obiettivo di costruire una relazione stabile con i pazienti e ridurre le barriere all’accesso. L’idea è superare il modello ospedaliero tradizionale per avvicinarsi ai contesti di vita reale delle persone.

Terapie long acting: meno pillole, più aderenza

Uno dei pilastri del nuovo approccio è rappresentato dalle terapie long acting, farmaci iniettabili somministrati ogni due mesi che eliminano la necessità della terapia orale quotidiana. La combinazione di cabotegravir e rilpivirina ha mostrato risultati rilevanti nello studio internazionale LATITUDE, pubblicato sul New England Journal of Medicine, evidenziando una riduzione del rischio di fallimento terapeutico nei pazienti con scarsa aderenza. Questo approccio si rivolge proprio alla fascia più difficile da raggiungere, dove la continuità terapeutica rappresenta il principale ostacolo al controllo dell’infezione. L’obiettivo è rendere la cura più semplice e sostenibile nel tempo.

Prevenzione doppia: terapia e PrEP contro nuove infezioni

La strategia di controllo dell’HIV si basa su due assi complementari: da un lato la terapia delle persone con infezione, che azzera la carica virale e interrompe la trasmissione (TasP, treatment as prevention), dall’altro la PrEP, la profilassi pre-esposizione per le persone a rischio. In entrambi i casi l’aderenza è il fattore decisivo. Le formulazioni long acting potrebbero rappresentare una svolta anche nella prevenzione, semplificando i percorsi e ampliando la copertura delle persone difficili da raggiungere. È in fase di sviluppo anche la rimborsabilità della PrEP a lunga durata.

Il nodo dell’engagement e la sfida della diagnosi precoc

Uno degli aspetti più critici resta il coinvolgimento costante delle persone nei percorsi di cura. L’approccio “same-day initiation”, che prevede l’avvio immediato della terapia nello stesso giorno della diagnosi, mira a ridurre le perdite iniziali nel sistema sanitario. La fase iniziale della presa in carico è considerata determinante non solo dal punto di vista clinico ma anche psicologico e sociale, perché influisce direttamente sulla capacità del paziente di restare in cura nel tempo.

Verso l’obiettivo zero nuove infezioni

L’Italia è vicina agli obiettivi internazionali fissati per il 2030 in termini di diagnosi, trattamento e soppressione virale. Tuttavia, la fase finale del percorso resta la più complessa. L’efficacia delle terapie, da sola, non è sufficiente: serve un sistema integrato che includa prevenzione, accesso ai servizi e interventi sui determinanti sociali. Il controllo dell’HIV, oggi, passa quindi da un equilibrio tra innovazione farmacologica e capacità di intercettare le fragilità sociali.

Un modello internazionale: il caso San Francisco

Esperienze come quella di San Francisco mostrano come l’integrazione tra terapia long acting e interventi sociali possa produrre risultati molto elevati anche nei pazienti più difficili da trattare. In contesti con forte instabilità sociale, l’introduzione delle terapie iniettabili ha portato a tassi di soppressione virale fino al 98% a 48 settimane, dimostrando l’efficacia del modello.

Lo Spallanzani e la nuova frontiera della sanità pubblica

Il progetto si inserisce in una trasformazione più ampia del ruolo degli istituti di cura, sempre più orientati alla prevenzione e alla prossimità. L’obiettivo è portare la sanità fuori dagli ospedali, intercettando precocemente i bisogni e riducendo le disuguaglianze nell’accesso alle cure. La sfida, oggi, non è solo clinica ma organizzativa e sociale: costruire un sistema capace di non perdere nessuno lungo il percorso terapeutico.

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