Advocacy e Associazioni 30 Giugno 2026 11:37

Fenilchetonuria, le associazioni dei pazienti: “Rendere le cure sostenibili in tutte le fasi della vita”

Dalla ricerca alle nuove opzioni terapeutiche, passando per una dietoterapia sempre più attenta alla qualità della vita e alla palatabilità degli alimenti: è questo il messaggio emerso da PKU&Noi2026, l'appuntamento organizzato in occasione del PKU Day

di Isabella Faggiano
Fenilchetonuria, le associazioni dei pazienti: “Rendere le cure sostenibili in tutte le fasi della vita”

La fenilchetonuria (PKU) è una malattia metabolica rara ereditaria che, grazie allo screening neonatale esteso introdotto in Italia nel 1992, oggi viene diagnosticata precocemente, consentendo di avviare tempestivamente il trattamento ed evitare le gravi conseguenze neurologiche che la caratterizzavano in passato. Colpisce oltre 50 mila persone nel mondo e interessa circa un neonato ogni 10 mila nati nel nostro Paese. Nel corso della sesta edizione di PKU&Noi2026, appuntamento organizzato in occasione del PKU Day del 28 giugno, clinici, nutrizionisti, psicologi, associazioni dei pazienti ed esperti hanno fatto il punto sulle prospettive della cura, affrontando tre temi centrali: le nuove terapie disponibili e quelle in fase di sviluppo, il rischio di abbandono del percorso terapeutico soprattutto durante l’adolescenza e l’età adulta e le persistenti differenze regionali nell’assistenza.

Più strumenti terapeutici, ma la dieta resta il cardine

“La gestione della PKU, soprattutto nell’adulto, richiede sempre più una combinazione di strumenti terapeutici”. A sottolinearlo è stato Alberto Burlina, ricercatore universitario senior e consulente dell’Azienda Ospedale Università di Padova per le malattie metaboliche. “Per gestire al meglio la PKU, soprattutto in età adulta, serve una combinazione di terapie, dalla dietoterapia a una o più terapie farmacologiche. Il nostro obiettivo è tenere bassi i valori di fenilalanina: se elevati, possono essere tossici per il cervello causando disturbi neurocognitivi, comportamentali e diminuzione della qualità di vita”, ha aggiunto. Il professore ha ricordato come oggi il panorama terapeutico si stia ampliando, ma abbia invitato a distinguere chiaramente tra le opzioni già disponibili, quelle approvate ma non ancora accessibili in Italia e quelle ancora in fase sperimentale. “Parlare di nuove terapie è sicuramente importante, ma bisogna distinguere tra ciò che è stato approvato ma non ancora disponibile in Italia, come la sepiapterina, da ciò che è ancora in fase di studio”. Tra queste ultime rientra anche JNT-517 (repinatrabit).

Pegvaliase e sepiapterina, le nuove prospettive

Ampio spazio è stato dedicato ai risultati ottenuti con pegvaliase, terapia enzimatica indicata dai 16 anni nei pazienti con fenilchetonuria classica che non hanno risposto ai trattamenti farmacologici disponibili o che non riescono a seguire la terapia dietetica. “Continua a mostrarci buoni risultati, ma la terapia necessita di una fase di adattamento lunga”, ha spiegato Burlina, ricordando anche i dati già presentati nella scorsa edizione di PKU&Noi e pubblicati sull’European Journal of Neurology, che avevano evidenziato non solo la normalizzazione dei livelli di fenilalanina e il miglioramento delle performance neurocognitive, ma anche un possibile recupero delle alterazioni neurologiche. “In alcuni pazienti che avevano una risonanza magnetica alterata, si è vista una normalizzazione, e ciò significa che in tutti i pazienti ci può essere la reversibilità del quadro neurologico”. Tra le novità più attese c’è anche la sepiapterina, formulazione orale di nuova generazione. “A differenza del pegvaliase, questa terapia non ha limiti di età per l’assunzione. È una formulazione in polvere e viene assunta, diluita, per via orale. È un farmaco di nuova generazione che agisce come cofattore BH4 ed è più potente e selettiva rispetto alla sapropterina”. Secondo Burlina, nei trial clinici circa il 60% dei pazienti ha ottenuto una riduzione della fenilalanina superiore al 20%, con un conseguente aumento della tolleranza agli alimenti naturali contenenti proteine. “Non pensiamo, come abbiamo fatto per molti anni, che sia un’alternativa alla terapia dietetica: lo sarà per alcuni, ma per altri potrà essere associata”. Gli effetti indesiderati osservati sono risultati generalmente lievi e transitori: “Un iniziale mal di pancia, una colorazione transitoria dei denti di color arancione, che sparisce con un po’ di dentifricio e spazzolino”.

La dieta evolve: più attenzione anche al gusto

Se le terapie farmacologiche ampliano le possibilità di trattamento, gli specialisti ribadiscono che la dietoterapia continua a rappresentare il pilastro della gestione della malattia. Secondo Giacomo Biasucci, direttore della Pediatria e Neonatologia dell’Ospedale Guglielmo da Saliceto di Piacenza e Centro di riferimento regionale per le malattie metaboliche ereditarie, la cura non può limitarsi al controllo dei valori di laboratorio. “Nella PKU non dobbiamo curare solo una malattia, ma un bambino, un ragazzo, una persona nella sua complessità. Il controllo metabolico è fondamentale, ma la salute passa anche attraverso la crescita, lo sviluppo neuropsicomotorio, la qualità della vita, la socialità e il benessere psicologico. La dietoterapia deve essere efficace, ma anche sostenibile nel tempo”. Tra le innovazioni nutrizionali, Biasucci ha richiamato il ruolo del glicomacropeptide (GMP), proteina naturale a basso contenuto di fenilalanina che può rappresentare, nei pazienti selezionati, un’alternativa o un’integrazione alle tradizionali miscele aminoacidiche. “Il GMP è una delle novità più interessanti degli ultimi anni perché può migliorare la qualità nutrizionale e la palatabilità della terapia. Rendere i prodotti più gradevoli, ridurre il retrogusto amaro, favorire modalità di assorbimento più fisiologiche e offrire alimenti ipoproteici più vicini a quelli comuni significa lavorare sull’aderenza”. L’obiettivo, ha aggiunto, è mantenere uno stato di salute complessivo, prevenendo anche sovrappeso e obesità.

L’età adulta richiede percorsi dedicati

La gestione della PKU cambia profondamente con il passaggio all’età adulta. “L’adulto con PKU porta con sé bisogni differenti rispetto al bambino, quali il bisogno di autonomia, vita sociale, relazioni, progettualità familiare – ha spiegato Lucia Brodosi, metabolista del Policlinico Sant’Orsola di Bologna -. La transizione dall’età pediatrica all’età adulta è un passaggio cruciale. L’adulto non è semplicemente un bambino cresciuto: ha bisogni diversi, responsabilità diverse e spesso una fatica terapeutica accumulata negli anni. Per questo è importante che la presa in carico non si interrompa, ma venga accompagnata e adattata alla vita reale della persona”. La specialista ha illustrato anche il potenziale di repinatrabit (JNT-517), terapia orale ancora sperimentale. “È una prospettiva interessante, soprattutto perché potrebbe offrire in futuro un’opzione più semplice da gestire per alcuni pazienti, ma oggi resta una terapia in studio. Anche se i risultati dei trial fossero positivi, serviranno comunque il completamento della sperimentazione, la valutazione regolatoria e i passaggi necessari per l’accesso nei singoli Paesi. È quindi importante parlarne come di una frontiera promettente, ma non come di una soluzione imminente”.

Il rischio dell’abbandono terapeutico

Uno dei momenti più sentiti del convegno ha riguardato il progressivo allontanamento dei pazienti dal percorso di cura, fenomeno che interessa soprattutto adolescenti e giovani adulti. Secondo Maria Teresa Carbone, responsabile delle Malattie metaboliche rare dell’AORN Santobono Pausilipon di Napoli, la perdita del controllo metabolico può manifestarsi in modo subdolo. “Livelli elevati di fenilalanina possono tradursi in irritabilità, difficoltà di concentrazione, problemi di memoria, fatica nello studio o nel lavoro e una sensazione di malessere generalizzato che rischia di essere sottovalutata. Per questo mantenere il legame con il centro metabolico è parte integrante della terapia”. I dati di una survey italiana pubblicata nel 2024 su Current Medical Research and Opinion mostrano infatti come solo il 22,9% dei pazienti dichiari una piena aderenza alla dieta, contro il 47% riferito dai caregiver, evidenziando un’importante differenza di percezione e il bisogno di strumenti terapeutici che rendano la gestione quotidiana più sostenibile. Per Sara Parolisi, biologa nutrizionista dell’AORN Santobono Pausilipon, la prevenzione dell’abbandono inizia fin dall’infanzia: “Il percorso dietoterapico deve essere accompagnato dall’educazione e dal coinvolgimento del bambino, fin da piccolo, nel manipolare il cibo, partecipare alla preparazione dei pasti, conoscere gli alimenti, imparare progressivamente a leggere le etichette. Un adolescente più consapevole è un adolescente più capace di scegliere in sicurezza”. Sulla stessa linea Chiara Cazzorla, psicologa e psicoterapeuta dell’Azienda Ospedaliera di Padova: “L’aderenza non significa semplicemente seguire le prescrizioni del medico, ma costruire insieme all’équipe un percorso personalizzato, basato sull’età, sui bisogni e sulle caratteristiche del paziente e della famiglia”.

Transizione all’età adulta: ancora troppe differenze tra Regioni

L’ultima parte del confronto ha acceso i riflettori sulla carenza di centri dedicati alla presa in carico degli adulti. Attualmente i percorsi strutturati di transizione sono presenti soltanto a Bologna, Padova e Firenze. “Al momento afferiscono al nostro centro oltre 100 pazienti adulti con PKU e iperfenilalanina”, ha spiegato Edoardo Biancalana, internista dell’AOU Careggi di Firenze. “Non solo provenienti dall’Ospedale Meyer ma anche inviati da altri Centri Pediatrici o dall’Associazione pazienti, a testimonianza dell’urgenza reale di un Centro per Adulti. Qui abbiamo una grande attenzione alle nuove terapie e alle comorbidità della PKU, come il metabolismo osseo, i sintomi intestinali e la salute mentale”. A ribadire la necessità di una rete nazionale è stata Simonetta Menchetti, presidente di AMMeC: “Esistono esperienze e tentativi di costruzione di centri dedicati alla presa in carico dell’adulto con malattie metaboliche ereditarie, ma manca ancora una strutturazione omogenea a livello nazionale”. Secondo Menchetti servono criteri condivisi per definire i percorsi di transizione, dalla formazione degli specialisti alle convenzioni tra centri pediatrici e dell’adulto, fino alla presenza di équipe multidisciplinari dedicate. Il messaggio conclusivo emerso da PKU&Noi2026 è che la ricerca sta offrendo strumenti sempre più efficaci e personalizzabili, ma il successo della cura continua a dipendere dalla continuità assistenziale, dall’educazione terapeutica, dal dialogo costante con il centro metabolico e dal ruolo fondamentale delle associazioni dei pazienti, che chiedono una rete assistenziale uniforme su tutto il territorio nazionale e percorsi di transizione che non lascino soli i ragazzi nel delicato passaggio all’età adulta.

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