Al Congresso ESHRE 2026 emergono nuove evidenze a favore di un approccio sempre più personalizzato alla Procreazione Medicalmente Assistita: dall'ottimizzazione dei trasferimenti embrionali al ruolo dell'età materna e paterna nei percorsi di fertilità
La Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) sta vivendo un profondo cambiamento: dalla logica del “tentativo” a una medicina della riproduzione orientata alla realizzazione di un progetto di genitorialità di lungo periodo. Questo nuovo approccio è al centro del dibattito dell’Annual Meeting della European Society of Human Reproduction and Embryology (ESHRE 2026), in programma a Londra dal 5 all’8 luglio.
Personalizzare il percorso di PMA
Prevenzione, personalizzazione delle cure e continuità del percorso sono i concetti-chiave per accompagnare le persone che cercano un figlio, superando la logica del “dentro o fuori” al primo ciclo di trattamento.
“La personalizzazione del percorso non è più un’aspirazione: è una necessità supportata dai dati – afferma Antonio Pellicer, professore ordinario di Ostetricia e Ginecologia all’Università di Valencia e fondatore di IVI, prima istituzione medica in Spagna totalmente specializzata in Procreazione Medicalmente Assistita – Gli studi presentati a ESHRE indicano come sia sempre più possibile disegnare percorsi costruiti sulla biologia reale di ogni aspirante genitore. Sapere quanti ovociti possono essere necessari per realizzare un progetto di famiglia, conoscere il peso dell’età uterina anche nell’eterologa, ridurre l’abbandono con strategie multiciclo: questa è la direzione verso cui la PMA sta andando e solo così può diventare una risposta concreta alle aspirazioni delle persone e alla situazione di denatalità nel nostro Paese”.
Le nuove evidenze cliniche
Uno degli esempi più significativi di questo cambio di paradigma arriva dallo studio multicentrico “Association between endometrial pattern and reproductive outcomes in donor oocyte cycles: a multicentric retrospective analysis on 14,039 single embryo transfers“, coordinato dal ricercatore Pietro Molinaro di IVIRMA Global Research.
Lo studio mostra come, nei cicli con ovociti donati e spessore endometriale adeguato, l’assenza di un pattern endometriale trilaminare non comprometta il tasso di natalità e non dovrebbe, da sola, giustificare la cancellazione del trasferimento embrionale.
Il pattern endometriale trilaminare, valutato ecograficamente, è stato a lungo considerato un importante indicatore della recettività endometriale, tanto da indurre spesso alla cancellazione del trasferimento quando tale caratteristica non risultava presente.
L’analisi, condotta su 14.039 trasferimenti di singolo embrione ottenuto da ovociti donati tra il 2020 e il 2025, suggerisce invece un approccio più flessibile nella gestione clinica del trasferimento embrionale, evitando cancellazioni non supportate dalle evidenze disponibili.
L’importanza del fattore tempo
Sul piano biologico, la ricerca “Advanced maternal age independently affects live birth and increases miscarriage risk in donor oocyte cycles“, che ha come prima firma la ricercatrice Beatrice Crestani di IVIRMA Global Research Alliance e IVI Roma, evidenzia un limite chiaro: anche ricorrendo all’eterologa con ovociti donati da donne giovani, i tassi di successo si riducono in modo significativo oltre i 49 anni, per i cambiamenti legati all’età dell’utero e dell’endometrio.
Lo studio conferma quindi come il fattore tempo continui ad avere un peso anche nei percorsi di ovodonazione. L’analisi, condotta su 760 trasferimenti embrionali, chiarisce come l’invecchiamento dell’utero e dell’endometrio eserciti un impatto indipendente sui tassi di successo.
Nelle donne riceventi di età uguale o superiore a 49 anni, infatti, il tasso di natalità per singolo trasferimento risulta pari al 31,7%, rispetto al 46,2% registrato nelle donne tra i 35 e i 40 anni.
Considerando però l’intero percorso di trasferimenti disponibili, il tasso cumulativo di nascite rimane del 60% anche nelle pazienti di età più avanzata, a fronte dell’80% nelle donne tra i 35 e i 40 anni. Parallelamente, il rischio di aborto spontaneo risulta più che raddoppiato, probabilmente in relazione ad alterazioni della recettività endometriale.
“L’età della donna rimane un fattore di cui tenere conto per una corretta valutazione e un adeguato counseling anche nei percorsi di donazione”, spiega Mauro Cozzolino, Direttore Clinico IVI Bologna, “Si stima che ogni anno centinaia di coppie richiedano una donazione di spermatozoi, mentre sono migliaia quelle che ricorrono alla donazione di ovociti. Questa differenza è riconducibile alla diversa biologia della gametogenesi femminile e maschile. Tuttavia, proprio perché la fertilità femminile è maggiormente condizionata dal fattore tempo, la medicina riproduttiva deve guardare oggi alla coppia in modo integrato e creare percorsi personalizzati grazie ai progressi e all’innovazione ottenuti”.
Fertilità maschile: dopo i 45 anni aumentano le varianti genetiche nel DNA spermatico
Anche l’età paterna può lasciare una traccia misurabile nel DNA degli spermatozoi, in particolare dopo i 45 anni. È quanto emerge dallo studio pilota prospettico “Increased sperm-specific somatic mutations in advanced paternal age: implications for preconception genetic screening“, che ha osservato negli uomini over 45 un aumento del 31% delle varianti somatiche spermatozoo-specifiche rispetto agli under 30.
La ricerca ha confrontato il DNA del sangue e quello degli spermatozoi degli stessi partecipanti, mostrando che alcune alterazioni genetiche possono essere presenti esclusivamente nei gameti maschili.
I risultati non indicano un aumento diretto del rischio per la salute dei figli, ma suggeriscono che alcuni test genetici preconcezionali, eseguiti sul sangue periferico, potrebbero non rilevare varianti presenti esclusivamente negli spermatozoi. Secondo gli autori saranno necessari ulteriori studi per chiarirne il significato clinico e la possibile rilevanza per la salute della prole.
Lo studio è stato coordinato da Laura Mossetti, embriologa di IVI Roma e ricercatrice della Fondazione IVI, e nasce da una collaborazione tra IVI Roma, IVI Bilbao, IVI Valencia, la Fondazione IVI e partner di ricerca spagnoli.
“Il nostro studio mostra che il DNA degli spermatozoi può contenere varianti non rilevabili nel sangue e che il numero di queste varianti somatiche aumenta con l’età paterna”, spiega Laura Mossetti, “È un risultato preliminare, ma importante, perché suggerisce che la valutazione genetica preconcezionale potrebbe in futuro dover considerare con maggiore attenzione anche il contributo maschile”.
“Dobbiamo superare l’idea che la fertilità sia una “responsabilità” quasi esclusivamente femminile”, aggiunge Rossella Mazzilli, specialista in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Andrologia e Diabetologia dei centri IVI e Genera, “Nell’uomo, la produzione degli spermatozoi continua per tutta la vita: questo significa che le cellule coinvolte nella spermatogenesi vanno incontro a continue divisioni cellulari e, con l’avanzare dell’età, può aumentare la probabilità di errori nella replicazione del DNA”.
“Il messaggio non è creare allarmismo”, conclude Rossella Mazzilli, “Dopo i 45 anni non si smette di essere potenzialmente fertili. Ma la medicina della riproduzione deve guardare alla coppia in modo integrato, considerando la salute metabolica, ormonale e seminale, ma anche l’età paterna, specialmente tenendo conto di ciò a cui si è esposti negli anni, cercando di sensibilizzare a un corretto stile di vita e riducendo l’esposizione a potenziali fattori di rischio ambientali”.