Salute 15 Ottobre 2026 13:10

Sovrappeso e obesità per il 43% degli adulti italiani. Al Sud i numeri più alti

Presentati al Congresso SIO di Palermo i nuovi dati della sorveglianza PASSI dell'Istituto Superiore di Sanità. In Campania oltre un adulto su due è in eccesso di peso, mentre meno della metà degli intervistati ha ricevuto indicazioni sanitarie sul controllo del peso. 

di Gloria Frezza
Sovrappeso e obesità per il 43% degli adulti italiani. Al Sud i numeri più alti

Il 43% degli adulti italiani è in eccesso ponderale: il 32% è in sovrappeso e oltre il 10% convive con una forma di obesità. Una condizione che aumenta con l’età e risulta più diffusa tra le persone con un livello di istruzione inferiore e maggiori difficoltà economiche. A livello territoriale, le prevalenze più elevate si registrano nelle Regioni meridionali, con la Campania dove oltre la metà della popolazione adulta è in sovrappeso o convive con obesità.

È quanto emerge dai dati della sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità, relativi al biennio 2024-2025, presentati al Congresso nazionale della Società Italiana dell’Obesità (SIO) WiP 2026, in corso a Palermo.

Nonostante il riconoscimento dell’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante introdotto dalla Legge 149/2025, la quota di italiani in eccesso ponderale rimane sostanzialmente stabile nel tempo. Un ulteriore elemento di criticità riguarda il ruolo della prevenzione: meno della metà degli intervistati dichiara di aver ricevuto indicazioni sul controllo del peso da parte di professionisti sanitari.

Un dato particolarmente significativo considerando che, come sottolineato da Valentina Minardi, ricercatrice del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute (Cnapps) dell’ISS, il consiglio di un professionista sanitario favorisce l’adozione di comportamenti salutari.

“Abbiamo finalmente riconosciuto l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante, ma dobbiamo ancora imparare a intercettarla e prenderla in carico come tale”, sottolinea Silvio Buscemi, presidente della Società Italiana dell’Obesità e professore di Nutrizione Clinica all’Università di Palermo. “Le disuguaglianze sociali e territoriali ci dicono che non possiamo lasciare al singolo cittadino la responsabilità di trovare da solo una risposta. Il riconoscimento della malattia deve tradursi in prevenzione, diagnosi precoce e percorsi di cura concretamente accessibili”.

Obesità pediatrica: quasi tre bambini su dieci in sovrappeso o con obesità

La situazione resta critica anche nella popolazione pediatrica. Secondo i dati della sorveglianza OKkio alla SALUTE dell’ISS, il 19% dei bambini italiani è in sovrappeso e il 9,8% convive con obesità, con una quota del 2,6% che presenta una forma grave della malattia.

Proprio sul fronte dell’obesità infantile, al Congresso SIO sono stati presentati i risultati di uno studio coordinato da Emanuele Miraglia del Giudice, ordinario di Pediatria all’Università della Campania Luigi Vanvitelli, che approfondisce il ruolo della predisposizione genetica nello sviluppo della malattia.

Analizzando 79 geni coinvolti nel controllo del peso corporeo, i ricercatori hanno individuato varianti genetiche rare in oltre la metà dei giovani pazienti esaminati. Circa il 20% presentava più di un’alterazione genetica, mentre in circa un terzo dei casi sono emerse combinazioni di varianti potenzialmente capaci di influenzare il rischio individuale.

I risultati suggeriscono che, in alcuni pazienti, l’obesità possa essere associata non a una singola mutazione, ma all’azione combinata di più geni, secondo un modello di ereditarietà oligogenica. Un’ipotesi che dovrà essere confermata da ulteriori studi, ma che potrebbe contribuire a comprendere perché bambini con caratteristiche fisiche e abitudini simili presentino quadri clinici differenti.

“Fino a oggi, quando si parlava di obesità di origine genetica, si pensava quasi sempre a un ‘unico colpevole’, ovvero una singola mutazione capace da sola di scatenare la malattia”, spiega Buscemi. “La nuova ricerca ribalta questa visione tradizionale, mostrando un quadro molto più sfaccettato”.

“In altre parole, in alcuni pazienti la predisposizione all’obesità potrebbe derivare non da un singolo difetto genetico, ma dall’azione combinata di un piccolo gruppo di geni”, aggiunge Miraglia del Giudice. “Alterazioni che, prese singolarmente, possono avere un effetto modesto, ma che insieme potrebbero contribuire in modo significativo allo sviluppo della malattia”.

Dalla legge sul riconoscimento dell’obesità all’accesso alle cure

Al centro del Congresso anche l’attuazione della Legge 149/2025, con cui l’Italia ha riconosciuto ufficialmente l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante. Per gli specialisti, il passo successivo è tradurre il riconoscimento normativo in percorsi assistenziali strutturati, omogenei e accessibili su tutto il territorio nazionale.

“Con la Legge 149 del 2025 l’Italia ha compiuto una scelta che ha aperto una strada anche a livello internazionale”, sottolinea Roberto Pella, promotore della legge, intervenuto al Congresso. “Ora dobbiamo trasformare quel riconoscimento in risposte concrete per le persone: percorsi assistenziali omogenei sul territorio, contrasto allo stigma e accesso alle opportunità terapeutiche che la ricerca mette oggi a disposizione”.

L’obiettivo, secondo la Società Italiana dell’Obesità, è superare le disuguaglianze territoriali ed economiche che ancora condizionano la possibilità di ricevere una diagnosi e accedere ai trattamenti, in un contesto nel quale le opzioni terapeutiche sono in rapida evoluzione.

“La legge ha cambiato il quadro – conclude Buscemi – e le possibilità terapeutiche stanno cambiando rapidamente. Adesso viene la parte più difficile: fare in modo che una persona con obesità venga riconosciuta come paziente, intercettata dal sistema sanitario e accompagnata in un percorso appropriato, indipendentemente dal luogo in cui vive e dalle sue condizioni economiche. Il diritto alla cura comincia dal riconoscimento della malattia, ma diventa reale soltanto quando quella cura è concretamente accessibile”.