One Health 26 Giugno 2026 00:15

Ebola, Lancet: “Il Sud Sudan è il Paese più a rischio”

Le Nazioni Unite finanziano con 8 milioni di dollari i piani di preparazione di Burundi e Sud Sudan. Intanto nella Repubblica Democratica del Congo i casi confermati superano quota 1.150 e i decessi sono oltre 300

 

di Isabella Faggiano
Ebola, Lancet: “Il Sud Sudan è il Paese più a rischio”

L’epidemia di Ebola causata dall’ebolavirus Bundibugyo continua ad avanzare nell’Africa centrale e orientale. Mentre nella Repubblica Democratica del Congo il numero dei contagi e dei decessi continua ad aumentare, uno studio pubblicato su The Lancet Infectious Diseases individua nel Sud Sudan il Paese con il rischio più elevato di essere raggiunto dal virus dopo la diffusione già documentata in Uganda. A confermare la gravità dello scenario è anche la decisione delle Nazioni Unite di destinare 8 milioni di dollari per rafforzare la capacità di risposta di Sud Sudan e Burundi, i due Paesi considerati più vulnerabili all’espansione dell’epidemia.

Il modello: quasi il 70% di probabilità che il virus raggiunga il Sud Sudan

Lo studio, realizzato da ricercatori dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ha utilizzato un modello matematico per stimare l’evoluzione del focolaio e il rischio di diffusione oltre i confini della Repubblica Democratica del Congo. Secondo le simulazioni, esiste una probabilità del 69,3% che almeno un caso venga importato in Sud Sudan entro le prossime dodici settimane. Per l’Uganda il rischio è ormai una realtà: la probabilità stimata era del 94,2% e il virus ha già oltrepassato il confine, con casi confermati sia importati sia dovuti a trasmissione locale. Più contenuto, almeno secondo il modello, il rischio per Ruanda (8,6%) e Burundi (2%). Gli autori sottolineano che il Sud Sudan rappresenta oggi la priorità assoluta per la preparazione sanitaria perché dispone di infrastrutture fragili, limitata capacità di gestione dei casi, sistemi di sorveglianza ancora deboli e difficoltà nel tracciamento dei contatti e nell’applicazione delle misure di prevenzione delle infezioni.

L’Onu finanzia la preparazione di Burundi e Sud Sudan

Le conclusioni dello studio hanno già trovato una traduzione operativa. Il Coordinatore degli aiuti d’emergenza delle Nazioni Unite, Tom Fletcher, ha autorizzato lo stanziamento di 8 milioni di dollari dal Fondo centrale di risposta alle emergenze (CERF) per rafforzare la preparazione di Burundi e Sud Sudan. Come ha spiegato il portavoce dell’Onu Stéphane Dujarric, nei due Paesi non sono ancora stati confermati casi di Ebola, ma il rischio resta elevato per i frequenti attraversamenti delle frontiere con la Repubblica Democratica del Congo. Entrambi hanno già attivato i rispettivi piani nazionali di preparazione e risposta all’epidemia.

Sei settimane di diffusione silenziosa

Il focolaio, causato dall’ebolavirus Bundibugyo, è stato dichiarato ufficialmente dall’Oms il 15 maggio 2026, ma le ricostruzioni epidemiologiche indicano che il virus aveva iniziato a circolare già all’inizio di aprile. Per circa sei settimane la trasmissione è proseguita senza essere identificata, favorendo la diffusione del contagio in una regione già segnata da conflitti armati, spostamenti di popolazione e difficoltà di accesso alle cure. Gli autori dello studio ritengono che proprio questo ritardo nell’individuazione dei primi casi abbia contribuito in modo determinante all’espansione dell’epidemia.

Oltre 1.150 casi confermati e più di 300 vittime

I dati riportati nello studio si fermavano al 22 giugno, quando nella Repubblica Democratica del Congo erano stati confermati 1.048 casi e 267 decessi. L’epidemia, tuttavia, continua ad avanzare. Secondo l’ultimo aggiornamento diffuso dal Ministero della Comunicazione e dei Media congolese, i casi confermati sono saliti a 1.155, mentre i decessi hanno raggiunto quota 304. L’epidemia resta attiva nelle province di Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu e il tasso di letalità è aumentato al 26,3%. L’Organizzazione mondiale della sanità continua a classificare alto il rischio regionale di ulteriore diffusione del virus verso i Paesi confinanti.

Un ceppo raro e senza vaccino

L’attuale epidemia è provocata dall’ebolavirus Bundibugyo, identificato per la prima volta nel 2007 in Uganda e responsabile di un secondo focolaio nella Repubblica Democratica del Congo nel 2012. Rispetto al più noto ceppo Zaire, responsabile della grande epidemia dell’Africa occidentale del 2014-2016, presenta una trasmissibilità leggermente inferiore e una mortalità mediamente più bassa. Rimane però una forma di febbre emorragica grave che si trasmette attraverso il contatto diretto con sangue e altri fluidi biologici di persone infette o decedute. Ad oggi non esiste un vaccino autorizzato specificamente contro questo ceppo, circostanza che rende ancora più importante interrompere rapidamente le catene di trasmissione.

Le misure che possono fermare l’epidemia

Secondo gli autori del lavoro pubblicato su The Lancet Infectious Diseases, la strategia più efficace resta quella basata sulle misure di sanità pubblica: individuazione precoce dei casi, isolamento dei pazienti, tracciamento dei contatti, protezione degli operatori sanitari, pratiche di sepoltura sicura e sorveglianza ai valichi di frontiera. Il modello mostra anche un elemento incoraggiante. Sebbene nello scenario peggiore l’epidemia potrebbe superare i 66 mila casi entro settembre, i dati più recenti suggeriscono che la trasmissione stia seguendo uno scenario a bassa o media intensità, segno che il rafforzamento della risposta nella Repubblica Democratica del Congo potrebbe iniziare a produrre i primi effetti. Gli stessi ricercatori invitano tuttavia alla prudenza: le proiezioni non rappresentano una previsione definitiva, ma uno strumento per orientare la preparazione dei sistemi sanitari. In un contesto caratterizzato da intensi movimenti transfrontalieri e dall’assenza di un vaccino specifico, la rapidità della risposta continuerà a fare la differenza nel contenere l’espansione dell’epidemia.

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