Una revisione, pubblicata su Current Atherosclerosis Reports, che analizza 21 studi clinici randomizzati e numerosi studi osservazionali, suggerisce che i dolcificanti non nutritivi potrebbero alterare il controllo della glicemia e la sensibilità all'insulina
Per anni sono stati considerati una delle principali alternative allo zucchero, soprattutto per chi desidera ridurre l’apporto calorico o controllare il peso corporeo. Oggi, però, una nuova revisione della letteratura scientifica suggerisce che i dolcificanti artificiali e gli altri sostituti dello zucchero privi di calorie potrebbero non essere metabolicamente neutri. A sollevare nuovi interrogativi è una revisione narrativa accompagnata da una meta-analisi, pubblicata sulla rivista Current Atherosclerosis Reports e realizzata dai ricercatori del Food is Medicine Institute della Gerald J. and Dorothy R. Friedman School of Nutrition Science and Policy della Tufts University. Lo studio ha passato in rassegna le migliori evidenze disponibili per comprendere se i dolcificanti non nutritivi possano influenzare direttamente la salute cardiometabolica e quale ruolo possa avere il microbiota intestinale.
Uno studio che punta sugli effetti diretti dei dolcificanti
L’aspetto innovativo del lavoro è l’approccio metodologico. A differenza di molte precedenti revisioni, i ricercatori hanno confrontato i dolcificanti non nutritivi esclusivamente con controlli privi di calorie, come acqua o placebo, evitando il confronto con lo zucchero o altri alimenti calorici. L’obiettivo era valutare gli effetti fisiologici propri dei dolcificanti, senza che la semplice riduzione dell’apporto calorico rappresentasse un fattore di confondimento. “Ciò che rende significativa la nostra analisi è che, concentrandoci su comparatori privi di calorie, siamo riusciti a isolare meglio gli effetti fisiologici diretti dei dolcificanti stessi, e non quelli legati alle calorie che sostituiscono – spiega il primo autore dello studio, Meng Wang -. Mettendo insieme i risultati dei singoli studi clinici emergono segnali secondo cui questi composti potrebbero avere effetti dannosi sul metabolismo”.
Più insulina a digiuno e peggior controllo della glicemia
La meta-analisi ha preso in esame 21 studi clinici randomizzati condotti su adulti. I risultati mostrano che il consumo di dolcificanti non nutritivi è associato a un aumento dell’insulina a digiuno e dell’emoglobina glicata (HbA1c), uno dei principali indicatori del controllo della glicemia nel lungo periodo. È inoltre emersa una tendenza al peggioramento della sensibilità all’insulina. Gli autori segnalano anche un’alterazione della risposta glicemica durante il test orale di tolleranza al glucosio (OGTT), un esame utilizzato per valutare la capacità dell’organismo di metabolizzare il glucosio. Nel complesso, questi risultati suggeriscono possibili effetti sfavorevoli sull’omeostasi glucosio-insulina, cioè sul delicato equilibrio che regola i livelli di zucchero nel sangue.
Il possibile ruolo del microbiota intestinale
Tra le spiegazioni biologiche più convincenti emerge il ruolo del microbiota intestinale. I dolcificanti non nutritivi attraversano infatti il tratto gastrointestinale entrando direttamente in contatto con i batteri che popolano l’intestino. Uno degli studi inclusi nella revisione, che ha combinato un’analisi approfondita del microbioma con il trapianto del microbiota dall’uomo al topo, ha mostrato che alcuni dolcificanti a basso contenuto calorico modificano sia la composizione sia le funzioni metaboliche della flora intestinale. Secondo gli autori, queste alterazioni potrebbero contribuire agli effetti osservati sul metabolismo del glucosio e sulla regolazione dell’insulina.
Il rischio cardiometabolico: cosa dicono gli studi di popolazione
Oltre ai trial clinici, la revisione ha analizzato anche numerosi studi osservazionali di coorte, che hanno valutato sia il consumo complessivo dei dolcificanti non nutritivi sia quello dei principali edulcoranti utilizzati nell’alimentazione. Nel loro insieme, questi studi mostrano un’associazione tra il consumo abituale di dolcificanti e un maggiore rischio di sviluppare diabete di tipo 2. Per alcuni dolcificanti specifici sono emerse anche associazioni con determinati eventi cardiovascolari. Gli stessi ricercatori invitano però a interpretare questi risultati con cautela. Le associazioni osservate potrebbero essere influenzate dal fenomeno della causalità inversa: le persone già in sovrappeso o con un rischio cardiometabolico elevato potrebbero infatti scegliere più frequentemente prodotti “senza zucchero”. Inoltre, non tutti i dolcificanti sembrano comportarsi allo stesso modo. Raggrupparli in un’unica categoria potrebbe quindi nascondere differenze importanti tra le diverse molecole.
Prudenza, ma senza demonizzarli
Per Dariush Mozaffarian, cardiologo e direttore del Food is Medicine Institute, la diffusione dei dolcificanti è cresciuta più rapidamente delle conoscenze sui loro effetti a lungo termine: “L’impiego sempre più diffuso di questi dolcificanti è cresciuto più rapidamente della nostra conoscenza sui loro effetti a lungo termine sulla salute -osserva -. Finché non disporremo di dati più solidi, è opportuno adottare un atteggiamento prudente. Se si sostituiscono grandi quantità di zuccheri aggiunti nella dieta, ad esempio consumando diverse bibite zuccherate al giorno, questi dolcificanti ipocalorici possono rappresentare un’alternativa migliore. Tuttavia non possiamo semplicemente presumere che siano sicuri e privi di effetti sull’organismo e, quando possibile, limitarne il consumo appare una scelta prudente”.
Servono studi più approfonditi
Gli autori evidenziano anche una criticità della normativa statunitense sull’etichettatura. Sebbene sia obbligatorio indicare la presenza dei dolcificanti tra gli ingredienti, non è necessario riportarne la quantità. Un limite che rende difficile stimare con precisione l’esposizione della popolazione e valutare il reale impatto sulla salute. La revisione conclude sottolineando la necessità di nuovi studi clinici randomizzati, di maggiore durata e con metodologie ancora più rigorose, per chiarire gli effetti dei diversi dolcificanti sui fattori di rischio cardiometabolico, sul microbiota intestinale e sui meccanismi biologici coinvolti. Il lavoro della Tufts University non dimostra un rapporto di causa-effetto tra consumo di dolcificanti e sviluppo di diabete o malattie cardiovascolari, ma aggiunge nuove evidenze a un dibattito scientifico sempre più acceso. Sintetizzando le conclusioni degli autori, i dolcificanti senza calorie possono rappresentare un’alternativa allo zucchero in alcune circostanze, ma non dovrebbero essere considerati automaticamente privi di effetti sull’organismo. Saranno gli studi futuri a chiarire se le alterazioni metaboliche osservate si traducano anche in un aumento concreto del rischio di malattia.
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