Salute 25 Settembre 2026 10:00

Diagnosi di ADHD e autismo in aumento, ma cambia anche chi viene identificato

Uno studio danese evidenzia una progressiva riduzione delle differenze tra i giovani con diagnosi di ADHD o autismo e la popolazione generale. Un dato che può aiutare a interpretare l'aumento delle diagnosi.

di Arnaldo Iodice
Diagnosi di ADHD e autismo in aumento, ma cambia anche chi viene identificato

Le diagnosi di disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) e disturbo dello spettro autistico (ASD) sono aumentate sensibilmente negli ultimi anni, ma a cambiare potrebbe essere anche il profilo dei bambini e degli adolescenti che ricevono queste diagnosi. È quanto emerge da un ampio studio condotto in Danimarca da ricercatori del Barcelona Institute for Global Health (ISGlobal) e dell’Università di Aarhus, pubblicato su JAMA Psychiatry. L’analisi ha coinvolto oltre 2,1 milioni di bambini e adolescenti, confrontando più di 71.000 giovani con una diagnosi di ADHD o ASD effettuata tra il 2012 e il 2022 con oltre 713.000 coetanei senza nessuna delle due diagnosi. I ricercatori hanno osservato che, nel corso del decennio, le caratteristiche dei giovani diagnosticati sono diventate progressivamente più simili a quelle della popolazione generale. Il dato suggerisce che l’aumento delle diagnosi possa riflettere non soltanto eventuali cambiamenti nella probabilità di sviluppare queste condizioni, ma anche una diversa identificazione dei casi.

I fattori associati alle diagnosi si sono ridotti nel tempo

Prima dello studio, diverse caratteristiche risultavano più frequenti tra le persone con diagnosi di ADHD o ASD rispetto alla popolazione generale. Tra queste figuravano la nascita prematura, il basso peso alla nascita, condizioni socioeconomiche meno favorevoli, un livello di istruzione o un reddito familiare inferiori, la presenza di disturbi psichiatrici nei genitori e un maggiore ricorso ai servizi sanitari prima della diagnosi.

Il team di ricerca ha quindi analizzato se la relazione tra questi fattori e le diagnosi fosse rimasta stabile nel periodo caratterizzato dall’aumento dei casi identificati. I risultati mostrano che le associazioni non sono scomparse, ma si sono progressivamente attenuate. I giovani con ADHD o ASD continuavano ad avere una maggiore probabilità di presentare molte delle caratteristiche considerate, ma la differenza rispetto ai coetanei senza diagnosi risultava meno marcata nel 2022 rispetto al 2012. Secondo Magnus Elias Tarp, primo autore dello studio, il dato centrale è proprio questo cambiamento nel profilo della popolazione diagnosticata: chi riceve oggi una diagnosi presenta caratteristiche complessivamente più vicine a quelle dei coetanei rispetto a dieci anni prima.

Dal basso peso alla nascita allo svantaggio socioeconomico

Uno degli esempi più evidenti riguarda il peso alla nascita. All’inizio del periodo analizzato, i bambini nati con basso peso presentavano una probabilità del 54% superiore di ricevere successivamente una diagnosi di ADHD o ASD rispetto ai bambini nati con peso normale. Alla fine dello studio, il divario si era ridotto al 17%.

Un andamento analogo è stato osservato per la nascita prematura e per diverse misure di svantaggio socioeconomico. Anche in questi casi, le caratteristiche continuavano a essere associate alle diagnosi, ma con differenze progressivamente meno ampie rispetto alla popolazione generale. Il risultato non indica quindi che questi fattori abbiano perso il loro significato. Piuttosto, suggerisce che nel tempo una quota crescente di bambini appartenenti a gruppi che in precedenza risultavano meno rappresentati tra le persone diagnosticate sia entrata nei percorsi di valutazione. L’osservazione è particolarmente rilevante perché l’aumento delle diagnosi di ADHD e ASD viene spesso analizzato esclusivamente cercando spiegazioni nell’ambiente, nei fattori di rischio o nella maggiore frequenza delle condizioni neuroevolutive.

Il nuovo studio introduce invece una prospettiva diversa: per interpretare correttamente l’aumento dei casi bisogna considerare anche chi viene effettivamente raggiunto dai sistemi diagnostici. L’ampliamento della popolazione identificata potrebbe dunque modificare la composizione complessiva del gruppo di persone con una diagnosi.

Maggiore identificazione e cambiamenti nei percorsi diagnostici

Secondo i ricercatori, diversi cambiamenti intervenuti nell’ultimo decennio potrebbero contribuire a spiegare questa evoluzione. La consapevolezza dell’ADHD e dell’autismo è aumentata e i sistemi sanitari e scolastici potrebbero essere diventati più efficaci nell’individuare caratteristiche neuroevolutive che in precedenza rimanevano non riconosciute. Anche l’accesso alle valutazioni diagnostiche potrebbe essersi ampliato, mentre potrebbero essere cambiati i criteri pratici con cui determinate caratteristiche vengono considerate sufficientemente rilevanti da giustificare una diagnosi. Lo studio, tuttavia, non consente di stabilire quanto abbia inciso ciascuno di questi fattori. Non dimostra quindi che l’aumento delle diagnosi sia dovuto esclusivamente a una maggiore capacità di riconoscere i casi. Allo stesso modo, i risultati non permettono di concludere che ADHD e autismo siano oggi sovradiagnosticati o meno gravi. Come sottolinea Oleguer Plana-Ripoll, autore senior della ricerca, è cambiata la popolazione che riceve la diagnosi e questo elemento deve essere considerato nell’interpretazione delle tendenze osservate.

Implicazioni per ricerca, assistenza e interpretazione dei dati

I risultati possono avere conseguenze anche sul modo in cui vengono interpretati i cambiamenti nella prevalenza di ADHD e ASD. Se la popolazione diagnosticata si modifica nel tempo, infatti, l’aumento dei casi osservati non può essere considerato automaticamente equivalente a un aumento proporzionale dell’incidenza delle condizioni nella popolazione.

La distinzione è rilevante anche per la programmazione dei servizi sanitari, scolastici e sociali, perché l’ampliamento della popolazione diagnosticata può modificare le caratteristiche e i bisogni delle persone che accedono all’assistenza. Lo stesso problema riguarda gli studi che valutano l’evoluzione degli esiti nel tempo. Un eventuale miglioramento osservato nelle persone con ADHD o ASD potrebbe dipendere, almeno in parte, dal fatto che il gruppo diagnosticato negli anni più recenti comprende persone con caratteristiche differenti rispetto a quelle diagnosticate in precedenza. Non sarebbe quindi necessariamente il risultato di un cambiamento nella prognosi delle condizioni.

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