Un panel internazionale di 35 esperti pubblica le prime raccomandazioni specifiche per le persone con diabete di tipo 2
Dire a una persona “devi smettere di fumare” nella maggior parte dei casi non è sufficiente. La dipendenza da nicotina richiede spesso un intervento più articolato, che può includere supporto comportamentale e, quando indicato, un trattamento farmacologico. Una necessità ancora più importante per chi ha diabete di tipo 2, perché il fumo si aggiunge ai rischi già elevati della malattia, aumentando la probabilità di complicanze cardiovascolari e cerebrovascolari e favorendo la progressione di alcune complicanze diabetiche. Per queste persone, dunque, la cessazione del fumo non può essere affidata a una semplice raccomandazione, ma va inserita nel percorso di cura e accompagnata da un adeguato monitoraggio anche dopo l’ultima sigaretta. È questo il principio alla base del nuovo consenso internazionale del DiaSm okeFree Working Group, pubblicato su Diabetes Research and Clinical Practice. Un panel multidisciplinare di 35 esperti provenienti da 13 Paesi e cinque continenti ha elaborato 34 raccomandazioni specificamente dedicate alla cessazione del fumo nelle persone con diabete di tipo 2. Il documento, ideato e coordinato dal CoEHAR dell’Università di Catania, punta a colmare una lacuna delle precedenti indicazioni sul diabete, che raccomandavano di evitare il fumo senza fornire indicazioni altrettanto strutturate su come aiutare concretamente il paziente a smettere e come seguirlo dopo la cessazione.
Per chi ha il diabete il fumo è un rischio ancora maggiore
Nel diabete di tipo 2 il tabagismo non rappresenta soltanto un’abitudine dannosa, ma si somma al rischio cardiovascolare già elevato associato alla malattia. Le evidenze raccolte dal gruppo di lavoro mostrano un’associazione tra fumo e maggiore mortalità, oltre a un aumento del rischio di malattia coronarica, infarto, ictus, arteriopatia periferica e alcune complicanze renali. Per questo, smettere di fumare può rappresentare un intervento importante per ridurre il rischio. Ma nel diabete lo stop richiede attenzione anche a ciò che accade dopo, perché nelle settimane successive possono cambiare il controllo glicemico, il peso, la pressione arteriosa e il metabolismo di alcuni farmaci.
Dalla frase “devi smettere” a un percorso clinico
La novità del consenso è proprio questa: non limitarsi a raccomandare la cessazione, ma stabilire come accompagnarla. Le raccomandazioni chiedono ai professionisti di inserire sistematicamente la valutazione e il trattamento del tabagismo nella gestione del diabete di tipo 2. Il percorso dovrebbe prevedere un intervento farmacologico quando indicato, un supporto comportamentale strutturato e un programma per prevenire e gestire le ricadute. Tra i trattamenti disponibili, la vareniclina è l’unico farmaco per cui il panel ritiene disponibili evidenze sufficienti per una raccomandazione forte specificamente nella popolazione con diabete di tipo 2. La terapia sostitutiva con nicotina e il bupropione possono rappresentare alternative appropriate in base alle caratteristiche del paziente e alla disponibilità. Ma il farmaco, da solo, non basta: il consenso sottolinea l’importanza di associare alla terapia un supporto comportamentale intensivo e personalizzato.
Le prime settimane dopo aver smesso sono decisive
E qui arriva un aspetto particolarmente importante per chi ha il diabete: il momento in cui si spegne l’ultima sigaretta non coincide con la fine del percorso. Le raccomandazioni suggeriscono un controllo precoce, idealmente entro due settimane e nuovamente a quattro settimane, per verificare come sta procedendo la cessazione e intercettare eventuali problemi. Durante questa fase occorre prestare attenzione al controllo glicemico, al peso corporeo e alla pressione arteriosa, ma anche alla terapia farmacologica. Smettere di fumare, infatti, può modificare il metabolismo di alcuni medicinali e rendere necessario un aggiustamento della terapia. È un passaggio che cambia anche il ruolo del diabetologo: la cessazione del fumo entra a tutti gli effetti nella gestione clinica della persona e non viene più lasciata alla sola raccomandazione generica.
Anche il peso va monitorato, ma non deve diventare un motivo per non smettere
Uno degli ostacoli che possono preoccupare chi decide di smettere è l’aumento di peso. Nel diabete questo aspetto merita effettivamente attenzione, ma non deve oscurare il beneficio cardiovascolare della cessazione. Il consenso suggerisce quindi di accompagnare lo stop al fumo con interventi personalizzati per la gestione del peso, quando necessari. L’obiettivo è evitare che il paziente viva l’aumento ponderale come una conseguenza inevitabile o come un motivo per tornare a fumare.
GLP-1, sigarette elettroniche e strumenti digitali: cosa sappiamo?
Il documento individua anche alcune aree sulle quali la ricerca dovrà concentrarsi nei prossimi anni. Tra queste ci sono i farmaci emergenti, compresi gli agonisti del recettore GLP-1, le sigarette elettroniche e gli strumenti digitali per sostenere la cessazione. Ma su questi fronti gli esperti sono prudenti: le evidenze disponibili non sono ancora sufficienti per formulare raccomandazioni cliniche definitive specifiche per il diabete di tipo 2. Si tratta quindi di ambiti di ricerca, non di nuove terapie da proporre oggi come standard per smettere di fumare. Il consenso internazionale rappresenta dunque un primo passo. La sfida successiva sarà trasformarlo in strumenti utilizzabili nella pratica quotidiana: percorsi nei servizi diabetologici, sistemi di invio ai programmi per la cessazione, strumenti per il follow-up e indicazioni per gestire le possibili interazioni tra fumo e farmaci.
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