Analizzate oltre 229mila persone tra Regno Unito e Stati Uniti. Identificate 789 specie batteriche associate alla malattia e 587 legate anche al prediabete
Il microbioma intestinale potrebbe contenere una sorta di “firma” in grado di segnalare il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 prima che compaiano alterazioni evidenti della glicemia. A suggerirlo sono i risultati di una nuova ricerca presentata al congresso annuale dell’European Association for the Study of Diabetes (EASD), in corso a Milano dal 28 settembre al 2 ottobre. L’analisi, condotta da ricercatori italiani e britannici, ha esaminato dati metagenomici e informazioni sanitarie di oltre 229mila persone. Il lavoro ha identificato 789 specie batteriche associate al diabete di tipo 2, alcune presenti in maggiore quantità e altre in quantità inferiori nelle persone con la malattia.L’interesse studio non riguarda però soltanto chi ha già ricevuto una diagnosi. I ricercatori hanno infatti osservato che la stessa “firma” microbica era rintracciabile anche in persone con glicemia nella norma, ma caratterizzate da una risposta glicemica post-prandiale meno favorevole. Un risultato che, secondo gli autori, apre alla possibilità di utilizzare in futuro il microbioma come una fonte aggiuntiva di informazioni per individuare precocemente le persone a rischio.
Lo studio ha coinvolto 229.025 individui, il 73,8% dei quali donne, con un’età media di 50 anni. Circa 3.627 partecipanti avevano il diabete di tipo 2, 14.022 il prediabete, mentre 211.376 erano normoglicemici. I ricercatori hanno analizzato il DNA dei microrganismi presenti nell’intestino attraverso dati metagenomici e li hanno messi in relazione con le informazioni disponibili sullo stato di salute.Dall’analisi sono emerse 789 specie batteriche associate al diabete di tipo 2, dopo aver tenuto conto di età, sesso e indice di massa corporea. Di queste, 168 risultavano più abbondanti e 621 meno abbondanti nelle persone con diabete. Tra le specie individuate c’è Enterocloster bolteae, presente in quantità maggiore nelle persone con diabete di tipo 2. Si tratta di un batterio in grado di formare spore, già associato in precedenza a una peggiore salute cardiovascolare e metabolica. Al contrario, Romboutsia timonensis risultava meno abbondante nelle persone con diabete. È una specie descritta soltanto nell’ultimo decennio. Alcuni degli altri microrganismi individuati, inoltre, non sono ancora stati caratterizzati: non sono cioè mai stati isolati o coltivati in laboratorio.
Le alterazioni della composizione del microbiota risultavano particolarmente evidenti nelle persone con diabete di tipo 2 che assumevano farmaci, ma erano presenti anche in quelle non trattate farmacologicamenteIl dato più interessante è arrivato dall’analisi del prediabete: 587 delle 789 specie batteriche associate al diabete di tipo 2 risultavano associate anche al prediabete non trattato con farmaci. A questo punto i ricercatori si sono chiesti se la stessa configurazione microbica potesse essere individuata anche prima che comparissero le alterazioni glicemiche utilizzate per diagnosticare il prediabete o il diabete.
Per rispondere a questa domanda sono stati analizzati i dati metagenomici di 135.093 persone normoglicemiche, mettendoli in relazione con le misurazioni della glicemia nelle due ore successive a un pasto. Dopo aver mangiato, la glicemia aumenta fisiologicamente per poi tornare progressivamente verso i valori precedenti. Quando rimane elevata più a lungo, può essere un segnale di una risposta non ottimale all’insulina e di una condizione di insulino-resistenza, considerata una fase precoce nel percorso verso il diabete di tipo 2. I ricercatori hanno osservato che le persone la cui glicemia rimaneva elevata più a lungo del normale avevano una maggiore probabilità di presentare il profilo di batteri intestinali associato al diabete di tipo 2.
È proprio questo il passaggio che, secondo gli autori, potrebbe avere implicazioni per la prevenzione. Oggi il diabete e il prediabete vengono individuati attraverso esami come emoglobina glicata (HbA1c), glicemia a digiuno e test orale di tolleranza al glucosio. Questi strumenti consentono di identificare livelli di glucosio già alterati. Per le persone con glicemia normale ma potenzialmente a rischio futuro, invece, la valutazione si basa soprattutto su elementi come età, sesso, indice di massa corporea e storia familiare. La composizione del microbioma potrebbe quindi, in prospettiva, aggiungere un’altra informazione al quadro individuale del rischio. “Queste ultime scoperte rappresentano un importante passo avanti nella comprensione di come il nostro microbioma intestinale sia direttamente collegato alle malattie metaboliche”, spiega Tim Spector, co-fondatore scientifico di ZOE e tra gli autori dello studio. “Identificare questi chiari cambiamenti microbici prima che i livelli di zucchero nel sangue peggiorino potrebbe portare a interventi più precoci con scelte alimentari e di stile di vita, oltre a opzioni di trattamento, per prevenire il diabete di tipo 2”.
Gli stessi ricercatori invitano però a non considerare l’analisi del microbioma come un nuovo test diagnostico del diabete. La “firma batterica” potrebbe offrire informazioni aggiuntive sul rischio, ma non sostituisce gli esami attualmente utilizzati per diagnosticare diabete e prediabete. Il possibile interesse, secondo gli autori, riguarda soprattutto la prevenzione: seguire nel tempo le modificazioni del microbioma potrebbe diventare uno strumento per accompagnare le persone a rischio e valutare, insieme ad altri parametri, i cambiamenti associati allo stile di vita. “Sappiamo che i cambiamenti nello stile di vita, come l’alimentazione e l’attività fisica, possono prevenire o ritardare l’insorgenza del diabete di tipo 2”, sottolinea Gabriel Baldanzi. “Se riusciamo a individuare precocemente le alterazioni del microbiota intestinale e a dimostrare a qualcuno che è sulla strada giusta, questo potrebbe essere una potente fonte di motivazione per continuare”.
La grande dimensione della coorte ha permesso di individuare anche microrganismi sui quali le conoscenze scientifiche sono ancora limitate. “Questi risultati sono stati resi possibili dalla dimensione senza precedenti della coorte di ZOE, così come dai progressi nei metodi computazionali necessari per interpretare i dati metagenomici”, spiega Nicola Segata, responsabile del laboratorio di Metagenomica Computazionale presso il Dipartimento CIBIO dell’Università di Trento e scienziata corrispondente dello studio. Molte delle specie che compongono la “firma” del diabete, aggiunge Segata, sono infatti ancora completamente non caratterizzate e sono state identificate direttamente attraverso i dati metagenomici. Il risultato, quindi, non è ancora un nuovo strumento clinico, ma aggiunge un tassello alla comprensione del rapporto tra microbioma intestinale, metabolismo e rischio di diabete di tipo 2. La prospettiva è quella di capire se le modificazioni della comunità batterica possano essere individuate abbastanza precocemente da contribuire, insieme agli altri fattori di rischio, a strategie di prevenzione sempre più personalizzate.
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