Salute 1 Luglio 2026 15:25

Depressione, dall’Iss un nuovo approccio per individuare precocemente chi è più vulnerabile

Due studi propongono un modello computazionale che misura la "plasticità" degli stati dell'umore. L'obiettivo è riconoscere precocemente le persone più esposte a sviluppare sintomi depressivi e favorire interventi personalizzati

di Redazione
Depressione, dall’Iss un nuovo approccio per individuare precocemente chi è più vulnerabile

Individuare le persone più vulnerabili alla depressione prima ancora che compaiano sintomi clinicamente rilevanti. È l’obiettivo di un nuovo approccio sviluppato dall’Istituto Superiore di Sanità, descritto in due studi appena pubblicati sulle riviste Neuroscience and Biobehavioral Reviews e Journal of Affective Disorders. Al centro della ricerca c’è il concetto di “plasticità”, ovvero la capacità di una persona di modificare il proprio stato mentale. Una caratteristica che, da un lato, può favorire l’adattamento e il recupero dopo eventi difficili, ma che, in determinate condizioni, potrebbe anche aumentare la vulnerabilità allo sviluppo di sintomi depressivi.

Come si misura la plasticità

Il primo studio definisce il modello teorico e computazionale alla base del nuovo approccio. Il secondo ne verifica l’applicazione pratica, analizzando il modo in cui emozioni, pensieri e stati dell’umore cambiano nel tempo e quanto tendano a influenzarsi reciprocamente. Quando questi stati emotivi si muovono in maniera fortemente coordinata, spiegano i ricercatori, la persona tende a rimanere più a lungo nello stesso stato mentale. Al contrario, quando emozioni e pensieri evolvono in modo più indipendente, aumenta la capacità di modificare il proprio stato psicologico. Per testare il modello, i ricercatori hanno seguito 146 persone sane, ricostruendo nel tempo le traiettorie del loro stato mentale. “Abbiamo osservato che le persone i cui stati dell’umore erano meno rigidamente legati tra loro tendevano a mostrare cambiamenti più marcati nei sintomi depressivi nel periodo successivo, raggiungendo più rapidamente livelli di sintomi considerati più severi – afferma Claudia Delli Colli, prima autrice dello studio -. Inoltre, è importante ricordare che questi risultati non erano spiegati semplicemente da una maggiore presenza di sintomi all’inizio dello studio”. Secondo gli autori, i risultati non consentono di prevedere con certezza chi svilupperà una depressione, ma permettono di individuare una condizione di maggiore vulnerabilità prima della comparsa del disturbo.

Un possibile strumento per la prevenzione

La prospettiva, spiegano i ricercatori, non è quella di creare un nuovo test diagnostico, ma di sviluppare uno strumento capace di identificare precocemente le persone che potrebbero beneficiare di interventi di prevenzione, monitoraggio o supporto personalizzato. “L’approccio si basa su brevi rilevazioni ripetute degli stati affettivi nella vita quotidiana – spiega Igor Branchi, del Centro Nazionale per la Ricerca e la Valutazione Preclinica e Clinica dei Farmaci dell’Istituto Superiore di Sanità, che ha coordinato gli studi -. Per esempio, tramite smartphone la persona risponde più volte al giorno a brevi domande su come si sente in quel momento, ad esempio assegnando un punteggio al proprio livello di stress, rilassamento, tristezza o serenità. Questo metodo di raccolta dati è definito EMA (Ecological Momentary Assessment). Analizzando quanto i diversi stati dell’umore tendono a cambiare insieme, è possibile stimare il livello individuale di plasticità e segnalare una possibile maggiore vulnerabilità prima della comparsa di sintomi depressivi clinicamente rilevanti”. Si tratta di una metodologia relativamente semplice, basata su rilevazioni ripetute nella vita quotidiana, che potrebbe trovare applicazione nella prevenzione se confermata da studi futuri.

Dalla ricerca alla pratica clinica

Gli autori sottolineano però che il modello è ancora in fase sperimentale e non può essere utilizzato nella pratica clinica. “Naturalmente, si tratta ancora di un approccio di ricerca e non di uno strumento diagnostico già utilizzabile nella pratica clinica, ma la sua semplicità di applicazione potrebbe rappresentare un vantaggio qualora l’efficacia venisse confermata in ulteriori studi”. Se validato in studi più ampi, questo approccio potrebbe aprire la strada a nuove strategie di prevenzione della depressione, consentendo di riconoscere precocemente le persone più vulnerabili e di intervenire prima che il disturbo si manifesti, con percorsi di supporto personalizzati e un monitoraggio più mirato.

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