Salute 8 Luglio 2026 13:33

Depressione, biomarcatori e AI guidano la scelta al farmaco giusto

Uno studio pubblicato su Nature Mental Health mostra che l'integrazione di biomarcatori biologici, test cognitivi e intelligenza artificiale potrebbe guidare fin dall'inizio la scelta dell'antidepressivo più adatto

di Isabella Faggiano
Depressione, biomarcatori e AI guidano la scelta al farmaco giusto

Per molte persone con depressione maggiore il percorso terapeutico comincia ancora oggi con un’incognita. Il primo antidepressivo prescritto potrebbe funzionare, ma potrebbe anche rivelarsi inefficace, costringendo pazienti e specialisti a cambiare terapia dopo settimane o mesi di attesa. Un approccio che prolunga la sofferenza, ritarda la remissione dei sintomi e, nei casi più gravi, può aumentare il rischio di comportamenti suicidari. Una ricerca pubblicata su Nature Mental Health apre ora la strada a una strategia diversa: utilizzare biomarcatori biologici e comportamentali per identificare fin dall’inizio il trattamento con maggiori probabilità di successo, avvicinando anche la psichiatria alla medicina di precisione già consolidata in discipline come oncologia e cardiologia.

Dal “tentativo” alla medicina di precisione

La depressione maggiore colpisce centinaia di milioni di persone nel mondo, ma solo il 30-50% dei pazienti risponde al primo antidepressivo prescritto. E anche quando la terapia si rivela efficace, possono essere necessarie diverse settimane prima che i sintomi inizino a migliorare in modo significativo. “Il trattamento della depressione continua ad affidarsi troppo spesso al metodo del tentativo ed errore – spiega Diego A. Pizzagalli, direttore fondatore del Noel Drury Institute for Translational Depression Discoveries della University of California, Irvine e coordinatore dello studio -. I pazienti possono trascorrere mesi passando da un farmaco all’altro prima di trovare quello efficace, mentre i sintomi peggiorano e aumenta il rischio di suicidio. I nostri risultati suggeriscono che la psichiatria possa avvicinarsi alla medicina di precisione, nella quale dati biologici e comportamentali oggettivi guidano fin dall’inizio le decisioni terapeutiche”.

Come è stato condotto lo studio

I ricercatori hanno sviluppato algoritmi predittivi utilizzando i dati dello studio EMBARC, per poi verificarne l’efficacia nel trial prospettico SMART-D.

Per ciascun partecipante sono state raccolte informazioni di diversa natura, tra cui:

  • immagini di risonanza magnetica funzionale per valutare la connettività cerebrale;
  • test neurocognitivi dedicati alla sensibilità alla ricompensa e al controllo cognitivo;
  • dati clinici, come la gravità della depressione e alcuni tratti di personalità;
  • variabili demografiche, tra cui la situazione lavorativa.

Sulla base di questi elementi, gli algoritmi hanno stimato la probabilità di risposta ai due antidepressivi più utilizzati nella pratica clinica: Sertralina e Bupropione.

Biomarcatori favorevoli, più alta la risposta alla terapia

L’analisi ha mostrato che il principale fattore associato al successo del trattamento non era tanto il farmaco prescritto, quanto la presenza di biomarcatori favorevoli. I pazienti che presentavano biomarcatori positivi per entrambi gli antidepressivi hanno registrato il tasso di risposta più elevato, pari al 71,4%. La percentuale è stata del 65,4% tra chi mostrava biomarcatori favorevoli per almeno uno dei due farmaci, mentre è scesa al 42,9% nei pazienti privi di biomarcatori positivi, con un incremento relativo della risposta di circa il 67%. Secondo gli autori, questi risultati indicano che specifiche “firme” biologiche potrebbero aiutare a individuare fin dall’inizio i pazienti con maggiori probabilità di beneficiare degli antidepressivi convenzionali.

La depressione non è uguale per tutti

Per Pizzagalli “questo risultato rafforza l’idea che la depressione non sia una malattia uniforme. Differenti meccanismi biologici contribuiscono ai sintomi in persone diverse. Comprendere queste differenze potrebbe consentire in futuro di personalizzare molto meglio i trattamenti“. L’eterogeneità biologica della malattia spiega infatti perché due persone con sintomi apparentemente simili possano rispondere in modo completamente diverso allo stesso antidepressivo.

Le prospettive future

Le potenziali applicazioni di questo approccio non si limitano alla scelta iniziale del farmaco. L’impiego dei biomarcatori potrebbe permettere di identificare precocemente anche i pazienti con minori probabilità di rispondere agli antidepressivi tradizionali, indirizzandoli più rapidamente verso strategie terapeutiche alternative, come la psicoterapia, la stimolazione cerebrale non invasiva o i trattamenti a base di ketamina. Gli stessi ricercatori invitano tuttavia alla prudenza. L’analisi prospettica ha coinvolto meno di 50 pazienti e alcuni dei biomarcatori impiegati richiedono ancora la risonanza magnetica funzionale, una metodica costosa e poco praticabile nella routine clinica. Saranno quindi necessari studi multicentrici di dimensioni maggiori e biomarcatori più semplici da utilizzare prima che questo modello possa essere adottato nella pratica assistenziale. I risultati rappresentano comunque una delle prime dimostrazioni concrete del potenziale della medicina di precisione anche in psichiatria, con l’obiettivo di superare definitivamente l’approccio basato sul “tentativo ed errore”.

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