Uno studio su coppie madre-bambino ha seguito per un anno la formazione del microbiota, ricostruendo l’origine dei batteri che colonizzano l’intestino nei primi mesi di vita
Il microbiota intestinale del bambino non si forma in modo casuale. Nei primi mesi di vita l’intestino viene progressivamente colonizzato da migliaia di microrganismi e questo processo può essere influenzato da diversi fattori, tra cui il parto, l’alimentazione e l’ambiente. Ma quanto conta la madre? Per rispondere a questa domanda, un gruppo internazionale di ricercatori ha analizzato 714 coppie madre-bambino, seguendole dalla gravidanza fino al primo anno di vita e raccogliendo complessivamente 4.526 campioni. La ricerca, pubblicata il 12 agosto 2026 sulla rivista Nature, ha utilizzato analisi genetiche per confrontare i batteri presenti nella madre con quelli successivamente individuati nell’intestino del bambino. Il risultato indica che il microbiota intestinale materno rappresenta una fonte importante dei batteri che colonizzano l’intestino del neonato, mentre il contributo del microbiota vaginale e del latte materno è risultato più variabile. L’analisi ha inoltre individuato un’associazione tra alcune caratteristiche del microbiota materno e il rischio di eczema nel primo anno di vita.
4.526 campioni per ricostruire la storia del microbiota infantile
Per ricostruire il percorso dei batteri nei primi mesi, i ricercatori hanno raccolto campioni in diversi momenti della gravidanza e dopo la nascita. Sono stati analizzati 1.587 campioni fecali materni e 2.939 campioni fecali dei bambini. In un sottogruppo sono stati esaminati anche campioni vaginali e di latte materno. L’obiettivo non era soltanto fotografare la composizione del microbiota, ma individuare i singoli ceppi batterici e verificare se quelli presenti nella madre comparissero successivamente nel bambino.
L’intestino materno emerge come una fonte importante
Il confronto tra i campioni ha permesso di individuare una significativa sovrapposizione tra il microbiota intestinale delle madri e quello dei loro bambini. In particolare, i ricercatori hanno osservato che una parte importante dei ceppi batterici presenti nell’intestino infantile può essere ricondotta alla madre. La trasmissione non avviene però nello stesso modo per tutti i microrganismi e cambia durante il primo anno. La probabilità che un determinato ceppo venga ritrovato nel bambino è risultata maggiore quando lo stesso batterio era presente in quantità più elevate nell’intestino materno.
Il microbiota vaginale e il latte materno hanno un ruolo più variabile
La ricerca ha permesso di confrontare anche altre possibili fonti di batteri. Il microbiota vaginale e quello associato al latte materno possono contribuire alla colonizzazione intestinale del bambino, ma il loro contributo è risultato più occasionale e meno costante rispetto a quello del microbiota intestinale materno. Questo dato non significa che parto e allattamento siano irrilevanti: entrambi possono modificare profondamente le condizioni nelle quali il microbiota del bambino si sviluppa.
Parto e alimentazione continuano a influenzare l’intestino del bambino
Tra i fattori associati alla composizione del microbiota infantile, la ricerca ha confermato l’importanza della modalità del parto. I bambini nati con parto cesareo presentavano differenze nella composizione batterica rispetto a quelli nati per via vaginale, alcune delle quali potevano essere rilevate anche mesi dopo la nascita. Anche l’alimentazione ha avuto un ruolo rilevante: l’allattamento ha influenzato la composizione e le funzioni del microbiota, mentre l’introduzione degli alimenti solidi ha progressivamente modificato questo assetto. Il microbiota del bambino deve, quindi, essere considerato come un sistema in continua trasformazione. Non esiste un singolo momento in cui viene “deciso” quali batteri avrà l’intestino, ma un processo dinamico nel quale interagiscono fattori materni, modalità del parto, alimentazione e ambiente.
Il microbiota materno è associato anche al rischio di eczema
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda la possibile relazione con la salute del bambino. Alcune caratteristiche del microbiota intestinale materno sono risultate associate alla probabilità che il bambino sviluppasse eczema durante il primo anno di vita. I ricercatori hanno osservato questa associazione anche considerando alcuni fattori già collegati al rischio di malattie allergiche, tra cui il fumo materno e la storia familiare. Il risultato deve però essere interpretato con cautela. Un’associazione non dimostra un rapporto di causa-effetto: lo studio non permette di affermare che determinati batteri materni provochino o prevengano l’eczema e non consente oggi di utilizzare il microbiota della madre come test per prevedere la malattia.
Cosa significa per le future mamme
I risultati non modificano, da soli, le raccomandazioni cliniche rivolte alle donne in gravidanza o alle neomamme. Non ci sono elementi sufficienti per consigliare probiotici, integratori o particolari diete con l’obiettivo di modificare il microbiota materno e prevenire l’eczema nel bambino. Per arrivare a una strategia di questo tipo sarebbero necessari studi di intervento capaci di dimostrare che modificare il microbiota produce effettivamente un beneficio sulla salute del bambino. La ricerca offre, però, una prospettiva importante: comprendere meglio il microbiota materno potrebbe, in futuro, aiutare a individuare fattori di rischio modificabili e a sviluppare strategie preventive più personalizzate.
Dalla ricerca alla prevenzione: il prossimo passo è capire se si può intervenire
Il punto ancora da chiarire è se i batteri trasmessi dalla madre abbiano soltanto un ruolo nella costruzione del microbiota infantile o possano influenzare direttamente il rischio di alcune malattie. Per rispondere serviranno ulteriori studi, anche su popolazioni più ampie e diverse, e soprattutto ricerche capaci di chiarire i meccanismi biologici alla base delle associazioni osservate. Se questi risultati saranno confermati, la conoscenza del microbiota materno e infantile potrebbe diventare in futuro uno strumento per identificare precocemente alcuni profili di rischio e orientare interventi preventivi più mirati. Oggi siamo ancora nella fase della ricerca, ma capire come i primi batteri arrivano nell’intestino del bambino può contribuire a spiegare perché alcuni sviluppano determinate condizioni e altri no.
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