Contributi e Opinioni 29 Novembre 2022 15:17

Elezioni dell’Ordine: contro le elitocrazie serve il voto

di Calogero Spada, TSRM – Dottore Magistrale

di Calogero Spada, TSRM – Dottore Magistrale

Sono prossime le elezioni per il rinnovo del consiglio direttivo e del collegio dei revisori dei conti, nonché per le elezioni suppletive della Commissione d’Albo, per il quadriennio 2023-2026 per alcuni dei 61 Ordini TSRM e PSTRP d’Italia, per la precisione: Cagliari-Oristano; Caltanissetta-Agrigento; Catania; Nuoro; Palermo; Reggio Calabria; Roma e Provincia; Torino-Aosta-Alessandria-Asti; Trento; Varese.

Gli eventi elettorali avranno tutti luogo entro la fine dell’anno e sono state già inviate le mail pec a tutti gli iscritti sia per le manifestazioni di interesse a partecipare come componenti del Seggio Elettorale, sia sulle modalità di presentazione delle candidature ed il regolamento votazioni, nonché di convocazione dell’Assemblea per le elezioni stesse.

Si potrebbe quindi parafrasare che: “la pec non ammette ignoranza”.

Ravenna ha già eletto il Consiglio direttivo nel marzo di quest’anno e Rieti il Consiglio direttivo e Revisori dei conti nell’aprile di quest’anno.

Come anni fa già significato [1], ancor più che nelle elezioni politiche nazionali, in quelle per la elezione degli organi degli Ordini Professionali, l’atteggiamento (dell’affatto minoritario) c.d. “partito del non voto” – ossia la somma degli astenuti e di chi vota scheda bianca, comunque non nulla – va ad influenzare notevolmente i risultati elettorali; infatti tali “potenziali” elettori che non hanno espresso il loro parere non appoggeranno chi andrà al potere alla fine dell’elezione (ed in linea di principio non dovrebbero nemmeno opporvisi); non solo: il notevolmente più ristretto ambito di governo e relativo bacino elettorale consente, nei casi di percentuali particolarmente basse di elettori effettivi (come da sempre si rilevi in codesto peculiare ambito, con cifre che storicamente vanno dallo 0,6 all’1%), il manifestarsi e lo strutturarsi di particolari metodi di strumentalizzazione del calo dell’affluenza, sintetizzati con il neologismo “metodo staffetta”, con cui il medesimo establishment non soltanto si auto-designa, ma riesce anche a trasformarsi – pur rimanendo identico a sé stesso – tramite lo scambio dei ruoli, ovvero anche con pilotate “new entry”, all’interno del medesimo direttivo: praticamente una elitocrazia.

Non a caso, anche contrariamente al c.d. “principio della trasparenza”, riaffermato ed esteso dal d. lgs. n. 97/2016, come “accessibilità totale” ai dati ed ai documenti gestiti dalle pubbliche amministrazioni, nessun Ordine rende pubblico il dato percentuale votanti/aventi diritto.

È lapalissiano che siffatto metodo di devianza – peraltro poi trasferito anche in ambito di Elezioni Federative Nazionali – in buona barba a quanto formalmente si vada anche puntualmente (excusatio non petita) a dichiarare: «favorendo l’equilibrio di genere ed il ricambio generazionale nella rappresentanza», costituisca un elemento di forte preoccupazione rispetto al grado di legittimità del sistema rappresentativo risultante, con la collaterale formazione di particolarmente sfortunati (perché impotenti) drappelli “contro potere”; elementi che di fatto vadano poi ancor più alimentando quelle stesse diffuse ragioni d’indifferenza, alterigia o addirittura protesta (in qualche caso anche testardamente contraddittoria) alla partecipazione alla vita politica o ad un qualsiasi atto politico dell’ordine. Parallelamente alle considerazioni che si fanno in campo politico nazionale, sorge quindi il già collaudato dibattito sul trade-off tra l’auspicio ideale che l’intero corpo elettorale partecipi ad un processo che altrimenti non sarebbe propriamente definibile “democratico” (come pure invece variamente insistito in più occasioni) e la assai consumata disputa tra chi ritiene il voto alla stregua di un mero dovere e chi lo vede come un diritto liberamente esercitabile o meno.

Un parere molto interessante (ed a parer di chi scrive dirimente) in tal dibattito è quello espresso dalla Corte Costituzionale, con la sentenza 173/2005, nella quale si sostanzia che «il non partecipare alla votazione costituisce una forma di esercizio del diritto di voto significante solo sul piano socio-politico»; ergo: tale scelta non può essere interpretata come la manifestazione di una volontà propriamente politica.

Volontà politica che nel caso degli ordini non può però mancare, anche alla luce di particolari disposizioni responsabilizzanti contenute in tutti i codici deontologici, laddove in ultima analisi questa volontà politica si traduce nell’esercizio di tutela professionale a guarentigia di tutti gli assistiti dall’esercizio professionale sanitario, qualsivoglia esso sia. Pertanto, è questo motivo di dovere quasi “ontologico” nei confronti dei propri assistiti, quello che renderebbe la partecipazione alla votazione un atto obbligatorio al quale nessun professionista sanitario può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso i propri assistiti.

Preciso dovere che deve essere ovviamente alimentato dalla migliore informazione possibile su chi siano i candidati e quale sia il proprio orientamento, nonché la propria credibilità politica.

A norma di legge – d.lgs. C.P.S. n. 233/46 e successive modificazioni – la campagna elettorale è anche ospitata in un’apposita area nel sito dell’Ordine,

pertanto, valga anche che “il sito non ammette ignoranza”.

Concludendo, il messaggio a tutti i colleghi è di andare a votare, perché risulta essere un loro diritto, ma anche un loro dovere nei confronti dei loro assistiti.

 

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