Torino avvia un percorso di almeno cinque anni per diventare una “Compassionate City”. Al centro del progetto una rete tra istituzioni, fondazioni e cittadini per costruire un modello di cura condivisa che superi la sola dimensione sanitaria e valorizzi il ruolo delle reti sociali
Torino ridisegna il concetto di cura, spostandolo fuori dai confini del sistema sanitario e riportandolo dentro le relazioni quotidiane. È questa la direzione emersa dalla giornata di studio “Costruire una Compassionate City. La roadmap del progetto a Torino”, che segna l’avvio di un percorso strutturato verso un modello di città compassionevole. Un progetto che coinvolge la Città di Torino insieme alla Fondazione FARO, alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro di Candiolo e a numerosi partner del terzo settore, con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo. L’obiettivo è ambizioso: costruire una comunità capace di riconoscere e rispondere in modo condiviso alle fragilità legate alla malattia, al fine vita e al lutto.
La cura come responsabilità diffusa
Il cuore del progetto è un cambio di paradigma. Una persona fragile trascorre solo una piccola parte del proprio tempo assistita da professionisti sanitari, mentre la maggior parte della sua esperienza di vita si svolge all’interno di reti informali. In questa prospettiva si inserisce la lettura proposta dal dottor Simone Veronese, medico palliativista, responsabile della ricerca della Fondazione FARO e vicepresidente dell’EACP, che, in un’intervista a Sanità Informazione, spiega come la giornata di studio abbia contribuito a definire il ruolo della ricerca nel progetto: “Ha rappresentato un momento di confronto fondamentale per impostare il modello operativo con il quale Torino deve procedere nel percorso di attuazione che la porterà a confermarsi come città compassionevole. Il primo atto di questo percorso è stato sviluppare una rete di confronto attivo con le altre città che stanno realizzando questo stesso progetto: condividere i risultati di altre comunità con caratteristiche simili, rende possibile la replica di metodologie e procedure efficaci. Con questo spirito – sottolinea – abbiamo ascoltato e condiviso esperienze come In-Vita a Reggio Emilia raccontata da Silvia Tanzi, il percorso di costruzione di una caring community a Lodi nelle parole di Danila Zuffetti, e quelle di Simone Piazza per Novara e di Carlo Gobitti per Pordenone. Il contributo di Allan Kellehear ha poi permesso di analizzare anche le esperienze internazionali (specialmente anglosassoni) per adattarle al contesto locale di Torino. La ricerca scientifica è considerata fondamentale nello sviluppo delle città compassionevoli, agendo non come l’obiettivo principale del progetto, ma come uno strumento metodologico essenziale per orientare le azioni. Le procedure che ha illustrato Marina Sozzi identificando la roadmap della attività che Torino sta intraprendendo sono tutte sorrette dalla ricerca applicata”.
Il laboratorio urbano della cura
Nel disegno del progetto la città diventa un vero e proprio laboratorio urbano, in cui mappare risorse, intercettare bisogni e costruire nuove risposte condivise. La co-responsabile dell’Ufficio Culturale della Fondazione FARO e organizzatrice dell’evento, Marina Sozzi, delinea la struttura di questo processo attraverso una definizione che guida l’intero percorso: “Una città compassionevole è una comunità capace di riconoscere e rispondere alle fragilità dei propri abitanti – in particolare quelle relative alla malattia, al fine vita e al lutto – attraverso un’azione condivisa tra cittadini, istituzioni e reti sociali. In questo senso, costruirla significa attivare un grande laboratorio urbano basato su mappatura delle risorse, creazione di reti e progettazione collettiva, un processo diffuso in cui i cittadini non sono semplici destinatari dei servizi, ma parte integrante della rete di cura. Il coinvolgimento passa dalla consapevolezza: informare, sensibilizzare e rendere visibile il progetto è il primo passo per attivare persone, comunità e organizzazioni. In concreto, si tratta di valorizzare le reti già esistenti – scuole, luoghi di lavoro, associazioni, spazi culturali – e trasformarle in nodi attivi di supporto, capaci di riconoscere e accompagnare le fragilità. Il percorso torinese si fonda proprio su questa logica: trasformare la comunità in un soggetto attivo, capace di offrire supporto concreto e relazionale. La cura diventa così una responsabilità condivisa, radicata nella vita quotidiana della comunità”.
Strumenti, reti e partecipazione
Il progetto non si limita alla visione, ma entra nel dettaglio degli strumenti operativi: mappatura dei servizi e dei bisogni, interviste riservate, comunità di pratica, progetti pilota territoriali e definizione di indicatori di impatto. Marina Sozzi sottolinea anche il valore della partecipazione come metodo di lavoro: “La mappatura verrà condotta mediante un processo partecipativo, basato su interviste riservate e restituzione dei contenuti raccolti, senza attribuzione, a tutti gli stakeholder: contenuti e saperi che diventano patrimonio della collettività. Il metodo è supportato da competenze specifiche nella facilitazione e accompagnato dal contributo di volontari formati, che rappresentano una risorsa centrale per l’attivazione della comunità. Accanto all’ascolto, si sviluppano strumenti operativi: comunità di pratica, come quella avviata con il supporto di Torino Social Impact, e progetti pilota territoriali che permettono di testare soluzioni concrete. La comunicazione gioca un ruolo strategico, mentre la definizione di indicatori, in dialogo con il Cottino Social Impact Campus, consente di misurare l’impatto e orientare il percorso”.
Le evidenze scientifiche e il senso della comunità
Il modello delle città compassionevoli si fonda su un presupposto chiaro: la cura non è solo un atto sanitario, ma un processo sociale. Lo evidenzia ancora il dottor Simone Veronese, richiamando il legame tra cure palliative e comunità: “Il legame tra le cure palliative e le città compassionevoli è profondo e risiede principalmente nell’affinità della filosofia che sta alla base di entrambe le dimensioni e cioè l’attenzione alla sofferenza. Il modello delle cure palliative moderne nasce dalla necessità di occuparsi di persone estremamente fragili che, non potendo essere guarite, venivano ignorate o abbandonate dai sistemi sanitari tradizionali. Le città compassionevoli estendono questo principio all’intera comunità. Un dato fondamentale è che una persona vicina alla fine della vita trascorre solo il 5% del suo tempo assistita da professionisti sanitari, mentre il restante 95% lo vive immersa nelle proprie reti sociali. Le città compassionevoli servono quindi a potenziare questa rete sociale affinché sia in grado di sostenere la persona in quel 95% del tempo”.
Una roadmap di almeno cinque anni
Il progetto torinese si sviluppa su un orizzonte di lungo periodo. La sfida è culturale prima ancora che organizzativa: trasformare il modo in cui una città interpreta la fragilità. La roadmap, di almeno cinque anni, ha l’obiettivo di stabilizzare un modello di comunità capace di prendersi cura dei propri membri in modo diffuso e continuo. Le istituzioni coinvolte hanno ribadito la necessità di un’alleanza stabile tra pubblico, terzo settore e cittadinanza, in grado di integrare competenze e risorse. La giornata di studio ha confermato, inoltre, che la ricerca non è un elemento accessorio, ma uno strumento operativo centrale per guidare il cambiamento. Come spiega Veronese, “la traduzione dei risultati della ricerca in modelli organizzativi e sociali per le città compassionevoli non è un processo lineare, ma una vera e propria sfida metodologica definita scientificamente scienza dell’implementazione. La ricerca permette di tradurre le evidenze scientifiche e i dati raccolti in modelli applicabili sul territorio, aiutando a mettere a sistema servizi spesso frammentati e a verificare se il modello funziona”. Il percorso verso una “Compassionate City” a Torino è appena iniziato, ma già definisce una traiettoria ben precisa: trasformare la cura da funzione istituzionale a responsabilità collettiva, dove il tessuto sociale diventa parte integrante del sistema di sostegno alle fragilità. Un cambio di prospettiva che non riguarda solo i servizi, ma il modo stesso in cui una comunità sceglie di riconoscere la sofferenza e di rispondere ad essa.
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