Salute 1 Settembre 2026 10:40

Bambini e schermi: più tempo davanti ai dispositivi, migliori capacità cognitive

Una ricerca finlandese ha seguito 260 bambini per otto anni. Il maggiore tempo trascorso davanti agli schermi è risultato associato a migliori processi cognitivi in adolescenza.

di Arnaldo Iodice
Bambini e schermi: più tempo davanti ai dispositivi, migliori capacità cognitive

Uno studio finlandese durato otto anni ha evidenziato un’associazione inattesa tra il tempo trascorso davanti agli schermi durante l’infanzia e le capacità cognitive raggiunte in adolescenza. I bambini che utilizzavano maggiormente dispositivi elettronici tendevano infatti a mostrare migliori processi cognitivi negli anni successivi.

La ricerca, basata sul follow-up dello studio PANIC sull’attività fisica e l’alimentazione dei bambini, ha coinvolto 260 adolescenti, 124 ragazze e 136 ragazzi, con un’età media di 15,8 anni. I ricercatori hanno preso in esame attività fisica, sedentarietà e utilizzo degli schermi nel corso della crescita, valutandone la relazione con diverse funzioni cognitive. Le capacità di apprendimento, attenzione, memoria di lavoro e abilità motorie sono state analizzate attraverso la batteria di test CogState. I risultati, pubblicati sulla rivista Pediatric Exercise Science, non dimostrano però che gli schermi migliorino direttamente le capacità cognitive, ma mostrano un’associazione che apre nuove domande sul rapporto tra tecnologia e sviluppo cerebrale.

Non conta solo quanto tempo, ma soprattutto cosa si fa davanti allo schermo

L’interpretazione dei risultati porta i ricercatori a mettere in discussione una visione semplicistica del tempo trascorso davanti agli schermi. Non tutto il tempo sedentario davanti a un dispositivo ha infatti lo stesso significato: attività diverse possono richiedere livelli molto differenti di attenzione e coinvolgimento mentale.

Videogiochi, applicazioni educative, attività creative, ricerca di informazioni e strumenti digitali utilizzati per imparare possono stimolare processi cognitivi differenti rispetto a un consumo passivo di contenuti. Secondo Petri Jalanko, dottorando presso l’Università di Jyväskylä e tra i ricercatori dello studio, genitori e insegnanti dovrebbero quindi concentrarsi maggiormente sulla qualità dell’attività svolta, incoraggiando utilizzi capaci di promuovere pensiero attivo, creatività, apprendimento e capacità di risolvere problemi.

L’obiettivo, secondo questa prospettiva, non dovrebbe essere eliminare gli schermi, ma inserirli all’interno di un equilibrio più ampio. L’attività fisica rimane infatti importante per la salute e lo sviluppo, mentre il problema potrebbe riguardare soprattutto un utilizzo passivo e poco stimolante della tecnologia. Lo studio suggerisce dunque di superare l’idea che il semplice numero di ore trascorse davanti a uno schermo sia sufficiente per stabilirne gli effetti.

Attività fisica e cognizione: emergono differenze tra ragazze e ragazzi

Il rapporto tra movimento e capacità cognitive è risultato più complesso di quello osservato per il tempo davanti agli schermi. Nelle ragazze, una maggiore quantità di attività fisica a bassa intensità praticata fin dall’infanzia è risultata associata a una migliore memoria di lavoro durante l’adolescenza. Nei ragazzi, invece, la relazione riguardava soprattutto una maggiore partecipazione ad attività fisica guidata nel corso della crescita.

È emerso inoltre un risultato inatteso sull’attività fisica non supervisionata: livelli inferiori di questa attività auto-riferita sono risultati associati a una migliore elaborazione cognitiva. Al contrario, le misurazioni effettuate attraverso dispositivi capaci di registrare movimento e frequenza cardiaca non hanno evidenziato associazioni con l’elaborazione cognitiva. I ricercatori sottolineano quindi che sesso, tipologia di attività e modalità di misurazione possono influenzare i risultati.

Risultati da interpretare con cautela: servono nuovi studi

Gli autori invitano a non trasformare l’associazione osservata in un rapporto di causa-effetto. Lo studio non dimostra infatti che trascorrere più tempo davanti agli schermi produca direttamente un miglioramento delle capacità cognitive, né permette di stabilire quali specifiche attività digitali siano maggiormente responsabili del risultato. Sono necessari ulteriori studi di intervento per comprendere meglio i meccanismi coinvolti e verificare eventuali differenze tra ragazze e ragazzi, oltre al ruolo dell’intensità dell’attività fisica. La ricerca offre comunque un’indicazione interessante: il rapporto tra sedentarietà, movimento, tecnologia e sviluppo cognitivo durante gli anni della crescita potrebbe essere molto più articolato di quanto suggeriscano le raccomandazioni basate esclusivamente sul conteggio delle ore davanti allo schermo. In particolare, il tipo di esperienza vissuta durante quel tempo potrebbe rappresentare un elemento decisivo.

La ricerca finlandese aggiunge dunque un tassello molto importante a una materia che interessa particolarmente i ricercatori di tutto il mondo. Lo scorso 3 agosto, su JAMA Network Open, è stato infatti pubblicato uno studio dell’University of Edinburgh che ha seguito migliaia di bambini scozzesi dai 5 ai 15 anni per valutare il rapporto tra uso degli schermi e sviluppo emotivo, comportamentale e sociale. I risultati mostrano che il semplice numero di ore trascorse davanti a televisione, smartphone, videogiochi o altri dispositivi non è sufficiente per prevedere difficoltà psicologiche. Un’associazione è emersa tra oltre cinque ore quotidiane di videogiochi a 15 anni e maggiori problemi psicosociali. Anche un’esposizione superiore a cinque ore a 5 anni è stata associata a difficoltà a 10 anni, ma non a 15. Conta quindi anche come e perché vengono utilizzati gli schermi.

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