Salute 31 Agosto 2026 11:12

Alzheimer, i microrisvegli nel sonno potrebbero segnalare un rischio precoce

Uno studio dell’Università di Liegi ha trovato un’associazione tra frequenti microrisvegli notturni e un maggiore rischio genetico di Alzheimer negli adulti di mezza età.

di Arnaldo Iodice
Alzheimer, i microrisvegli nel sonno potrebbero segnalare un rischio precoce

Il sonno potrebbe contenere informazioni preziose sulla vulnerabilità alla malattia di Alzheimer, anche molti anni prima della comparsa dei problemi di memoria. A suggerirlo è uno studio condotto dai ricercatori di GIGA Neurosciences dell’Università di Liegi, con il supporto della Fondazione Stop Alzheimer’s, che ha analizzato i modelli di sonno di oltre 500 persone sane. I risultati, pubblicati sulla rivista Sleep, mostrano che, negli adulti di mezza età, una maggiore frequenza di microrisvegli notturni è associata a un più elevato rischio genetico di Alzheimer. La stessa relazione non è stata osservata nei partecipanti più giovani. I microrisvegli sono brevissimi episodi di attività cerebrale che interrompono il normale andamento del sonno senza necessariamente provocare un risveglio completo e consapevole.

Secondo i ricercatori, questi cambiamenti potrebbero rappresentare un segnale molto precoce di una maggiore vulnerabilità cerebrale. Il dato, tuttavia, non permette di stabilire se una persona svilupperà la malattia.

Cercare l’Alzheimer prima dei sintomi

L’obiettivo dello studio dell’Università di Liegi è inserirsi in una linea di ricerca sempre più interessata a individuare i cambiamenti associati all’Alzheimer prima che la malattia diventi clinicamente evidente. Disturbi e alterazioni del sonno sono già da tempo al centro degli studi sulle malattie neurodegenerative, ma la nuova ricerca suggerisce che alcuni segnali estremamente sottili potrebbero essere collegati alla predisposizione alla malattia già nella mezza età. Per esplorare questa possibilità, gli scienziati hanno preso in considerazione oltre 500 partecipanti sani e hanno calcolato per ciascuno un punteggio di rischio poligenico per l’Alzheimer. Si tratta di un valore che riassume l’effetto combinato di numerose varianti genetiche associate alla probabilità di sviluppare una determinata malattia. Non è, però, un test diagnostico: il punteggio non consente di prevedere con certezza il futuro sviluppo dell’Alzheimer e non significa che una persona considerata geneticamente più vulnerabile si ammalerà necessariamente.

Il campione comprendeva soprattutto giovani adulti, tra i 18 e i 31 anni, ma anche un gruppo di partecipanti tra i 50 e i 69 anni. I ricercatori hanno quindi confrontato il rischio genetico con diverse caratteristiche del sonno, alla ricerca di eventuali relazioni. È proprio nel gruppo più anziano che è emerso il dato più interessante: chi presentava un rischio genetico maggiore tendeva anche a mostrare una frequenza più elevata di microrisvegli durante la notte, pur essendo sano e privo di sintomi riconducibili all’Alzheimer.

Il risultato non dimostra che i microrisvegli siano una causa della malattia, né che possano essere già utilizzati come strumento per prevederla. Indica piuttosto un’associazione che merita di essere approfondita.

Quei brevi risvegli e il ruolo del locus coeruleus

I microrisvegli osservati nello studio non corrispondono necessariamente ai momenti in cui una persona si sveglia completamente e si rende conto di essere stata destata. Si tratta di episodi molto brevi di attivazione cerebrale che possono frammentare il sonno senza raggiungere la piena coscienza. Proprio perché spesso non vengono percepiti dall’individuo, possono essere difficili da riconoscere senza strumenti in grado di registrare l’attività cerebrale durante la notte.

Secondo Puneet Talwar, ricercatore del laboratorio GIGA dell’Università di Liegi, questi microrisvegli potrebbero non essere fenomeni trascurabili. Alcuni specifici profili di frammentazione del sonno, ipotizzano gli scienziati, potrebbero essere collegati a processi che favoriscono l’accumulo di proteine coinvolte nella malattia di Alzheimer e quindi a una maggiore vulnerabilità del cervello. Si tratta però di un’ipotesi ancora da verificare.

Un elemento particolarmente interessante della ricerca riguarda il locus coeruleus, una minuscola struttura situata nel tronco encefalico, grande all’incirca quanto un chicco di riso. La regione svolge funzioni importanti nella regolazione della veglia, dell’attenzione e del sonno ed è diventata oggetto di particolare interesse nella ricerca sull’Alzheimer.

Nel 2025, attraverso uno studio preliminare condotto utilizzando lo scanner MRI a 7 Tesla della piattaforma dell’Università di Liegi, il gruppo di ricerca ha potuto osservare con maggiore dettaglio questa piccola area cerebrale. Gli scienziati hanno rilevato associazioni tra alcune caratteristiche della qualità del sonno, tra cui la velocità con cui ci si addormenta e la profondità del sonno, e le condizioni del tronco encefalico già nelle persone più giovani.

È emersa inoltre una relazione tra il buon funzionamento del locus coeruleus e la qualità del sonno REM, la fase caratterizzata da intensa attività cerebrale durante la quale si verificano frequentemente i sogni e che svolge un ruolo importante nei processi legati alla memoria. Il locus coeruleus è considerato particolarmente rilevante perché rientra tra le prime regioni cerebrali nelle quali possono comparire alterazioni e depositi di proteine anomale associati ai processi neurodegenerativi. Alcuni di questi cambiamenti possono iniziare molto presto, persino durante l’adolescenza, anche se il loro significato preciso e il loro rapporto con il successivo sviluppo dell’Alzheimer non sono ancora completamente chiariti.

L’insieme di questi dati porta quindi i ricercatori a considerare il sonno non soltanto come una conseguenza dello stato di salute del cervello, ma anche come una possibile finestra attraverso cui osservare cambiamenti molto precoci.

Un futuro test del sonno? Per ora è presto

La prospettiva più interessante aperta dalla ricerca è che, in futuro, alcuni parametri del sonno possano contribuire a individuare le persone maggiormente vulnerabili all’Alzheimer prima della comparsa dei sintomi. Il vantaggio sarebbe evidente: il sonno è un fenomeno facilmente osservabile e, rispetto ad alcune tecniche diagnostiche più complesse e costose, potrebbe offrire un indicatore relativamente accessibile da integrare con altri strumenti di valutazione.

Gilles Vandewalle, co-direttore della piattaforma tecnologica GIGA CRC In Vivo Imaging e direttore di ricerca del Fondo per la Ricerca Scientifica (FNRS) dell’Università di Liegi, considera proprio questa una delle prospettive della ricerca: il sonno potrebbe diventare un possibile marcatore accessibile per l’identificazione precoce dell’Alzheimer nelle persone vulnerabili.

Ma la strada verso un simile utilizzo clinico è ancora lunga. I risultati dello studio mostrano infatti associazioni statistiche tra rischio genetico e caratteristiche del sonno, non un rapporto di causa-effetto. Non dimostrano che i microrisvegli provochino l’Alzheimer e, soprattutto, non consentono oggi di stabilire se una singola persona svilupperà la malattia sulla base del proprio sonno.

La ricerca apre anche una seconda domanda: se alcune alterazioni del sonno fossero effettivamente coinvolte nei processi che precedono l’Alzheimer, migliorare la qualità del sonno potrebbe contribuire a ridurre il rischio o rallentare la progressione della malattia nelle persone predisposte? Anche questa ipotesi dovrà essere verificata attraverso ulteriori studi.

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