La relazione emerge in uno studio condotto su 185 anziani di Perth, ma solo tra i portatori dell’allele APOE ε4. Gli autori sottolineano la necessità di ulteriori ricerche.
Una dieta occidentale caratterizzata da un elevato consumo di alimenti poco salutari è stata associata a un più rapido declino dell’attenzione negli anziani portatori dell’allele APOE e4, una delle principali varianti genetiche associate al rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer. È quanto emerge da uno studio condotto dalla Murdoch University e da Alzheimer’s Research Australia, pubblicato sulla rivista Nutrients con il titolo “Modelli alimentari e declino cognitivo negli anziani: risultati del Western Australia Memory Study”.
La ricerca ha utilizzato i dati del Western Australia Memory Study (WAMS), seguendo per oltre sette anni 185 anziani di Perth, nessuno dei quali aveva ricevuto una diagnosi di demenza all’inizio dell’indagine. I ricercatori hanno esaminato le abitudini alimentari, la suscettibilità genetica e l’andamento nel tempo di diverse funzioni cognitive. In particolare, sono stati considerati fattori genetici come la variante APOE, insieme a attenzione, memoria, funzioni esecutive, linguaggio, memoria di riconoscimento e capacità cognitive generali. L’associazione con il declino dell’attenzione è emersa specificamente tra i portatori di APOE e4.
Per analizzare il rapporto tra alimentazione e cambiamenti cognitivi, i ricercatori hanno classificato le abitudini alimentari dei partecipanti in due principali modelli. Il primo è stato definito modello alimentare occidentale, considerato non salutare, e comprendeva alimenti come carne rossa e lavorata, patatine fritte, pizza, dolci, cereali raffinati e birra.
Il secondo, definito modello prudente, era invece caratterizzato da un maggiore consumo di frutta, verdura, verdure a foglia verde, aglio e cereali integrali. L’obiettivo non era soltanto verificare se un determinato tipo di alimentazione fosse associato alla salute cognitiva, ma anche capire se questa relazione variasse in funzione della predisposizione genetica individuale. Per questo motivo, i partecipanti sono stati sottoposti a valutazioni relative alla presenza di fattori di suscettibilità alla malattia di Alzheimer, tra cui l’allele APOE e4.
Nel corso dei più di sette anni di osservazione, sono stati inoltre effettuati diversi test per monitorare l’evoluzione delle capacità cognitive. Le prove hanno preso in considerazione più domini, tra cui attenzione, memoria, funzioni esecutive, linguaggio, memoria di riconoscimento e capacità cognitive complessive. Secondo gli autori, questo approccio ha permesso di valutare non soltanto l’associazione generale tra dieta e cognizione, ma anche eventuali differenze legate al profilo genetico dei partecipanti.
Il risultato principale riguarda proprio le persone portatrici dell’allele APOE e4. In questo gruppo, una maggiore aderenza al modello alimentare occidentale è risultata associata a un più rapido declino dell’attenzione nel corso del tempo. L’associazione, secondo gli autori, non è stata invece osservata considerando l’intero campione indipendentemente dal profilo genetico. “Il nostro principale risultato è stato che, tra le persone portatrici dell’allele APOE e4, una maggiore aderenza a un modello alimentare occidentale era associata a un più rapido declino dell’attenzione nel tempo”, ha affermato l’autrice principale Carolina Blagojevic Castro, del Center for Healthy Aging della Murdoch University. La ricercatrice ha sottolineato inoltre che “l’associazione con il declino cognitivo non è stata osservata nell’intero gruppo, ma è emersa specificamente tra i portatori dell’allele APOE e4.” I ricercatori non hanno rilevato associazioni significative tra il modello prudente e il declino cognitivo. Analogamente, tra le persone non portatrici di APOE e4 non è stata osservata un’associazione significativa tra il modello occidentale e il declino cognitivo. I risultati suggeriscono quindi una relazione che potrebbe variare in funzione delle caratteristiche biologiche individuali.
Secondo Blagojevic Castro, i risultati contribuiscono alle evidenze secondo cui il rapporto tra alimentazione e salute cerebrale può essere complesso e non necessariamente uguale per tutte le persone. “Ciò che mangiamo potrebbe essere solo una parte di un quadro molto più ampio di un sano invecchiamento cerebrale”, ha affermato la ricercatrice. La dieta rappresenta un possibile fattore modificabile, ma gli autori invitano a non interpretare i risultati come una base sufficiente per formulare indicazioni dietetiche personalizzate sulla base del rischio genetico. “I nostri risultati evidenziano l’importanza della ricerca sulle differenze individuali: gli approcci per proteggere la salute del cervello potrebbero dover considerare sia i fattori legati allo stile di vita che quelli biologici, anziché presumere che un unico approccio funzioni ugualmente bene per tutti”.
Lo studio presenta infatti un limite centrale: l’associazione rilevata non dimostra che la dieta occidentale provochi direttamente un più rapido declino dell’attenzione nei portatori di APOE e4. Saranno necessari ulteriori studi per verificare il rapporto osservato e stabilire se eventuali modifiche dell’alimentazione possano effettivamente produrre effetti sulla traiettoria cognitiva delle persone con una specifica predisposizione genetica. Come sottolineano gli autori, sono quindi necessarie ulteriori ricerche prima che questi risultati possano essere tradotti in raccomandazioni dietetiche specifiche basate sul rischio genetico.
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