One Health 8 Ottobre 2026 18:26

Acqua, Legambiente: “Contaminanti invisibili minacciano la salute”

All’VIII Forum Acqua di Legambiente il punto sui contaminanti emergenti presenti in fiumi, laghi e falde. Oltre 7.500 tonnellate di sostanze rilasciate nelle acque italiane tra il 2007 e il 2023

di I.F.
Acqua, Legambiente: “Contaminanti invisibili minacciano la salute”

Non sempre l’inquinamento dell’acqua è visibile. Alcune delle sostanze che oggi preoccupano maggiormente per la qualità delle risorse idriche sono contaminanti difficili da percepire, ma capaci di raggiungere fiumi, laghi e falde attraverso scarichi industriali e civili, attività agricole e allevamenti. Farmaci, PFAS, pesticidi e microplastiche si aggiungono così alle pressioni già esistenti sugli ecosistemi e sulla sicurezza dell’acqua, mentre i sistemi di depurazione convenzionali non riescono a rimuoverli completamente. Il quadro è stato presentato da Legambiente durante l’VIII Forum Acqua, organizzato a Roma in collaborazione con Utilitalia. Un’occasione per mettere a confronto dati, evidenze scientifiche e proposte operative, con l’obiettivo di ripensare la gestione della risorsa idrica in chiave preventiva e di rafforzare la tutela della salute pubblica.

Oltre 7.500 tonnellate di sostanze rilasciate nelle acque

Secondo l’elaborazione di Legambiente sui dati E-PRTR, tra il 2007 e il 2023 gli impianti soggetti agli obblighi di comunicazione hanno dichiarato oltre 7.500 tonnellate di rilasci diretti nelle acque italiane, tra pesticidi, metalli e solventi clorurati. A preoccupare sono anche le microplastiche. Nei laghi di Bracciano, Trasimeno e Piediluco, il progetto LIFE Blue Lakes ha rilevato particelle plastiche nel 98% dei campioni analizzati, per un totale di circa 9mila campioni. Nel Po, invece, le microplastiche sono state individuate in tutte le sei stazioni monitorate nell’ambito del Manta River Project 2 tra il 2022 e il 2023. La contaminazione riguarda anche le falde. Uno studio scientifico del 2026 condotto su 25 acquiferi del Nord-Ovest ha rilevato microplastiche in 13 siti. A questo si aggiunge un nuovo studio CNR-IRSA realizzato con Legambiente, secondo cui le microplastiche potrebbero contribuire alla persistenza di geni associati all’antibiotico-resistenza, un fenomeno che rappresenta una rilevante minaccia per la salute pubblica.

PFAS, farmaci e pesticidi: cosa emerge dai monitoraggi

Tra i contaminanti emergenti, i PFAS rappresentano uno dei gruppi di sostanze maggiormente attenzionati. Secondo i dati richiamati da Legambiente, in Europa, in assenza di misure di contrasto, la contaminazione da PFAS potrebbe generare costi per circa 440 miliardi di euro entro il 2050, mentre il solo trattamento delle acque potrebbe superare i 1.000 miliardi. Ridurre i rilasci alla fonte entro il 2040 consentirebbe invece, secondo uno studio della Commissione europea del 2026, un risparmio stimato in circa 110 miliardi di euro. Anche i farmaci presenti nelle acque rappresentano un segnale da non trascurare. Tra il 2015 e il 2024 l’Italia ha monitorato 46 composti emergenti nelle acque superficiali. Per nove di questi, oltre un quinto delle misurazioni ha raggiunto o superato la PNEC, la concentrazione al di sotto della quale non sono attesi effetti negativi sugli ecosistemi acquatici. Nel 2023-2024, i valori più elevati hanno riguardato un antidepressivo e il suo principale metabolita, che hanno raggiunto o superato la soglia rispettivamente nel 47% e nel 69% delle misurazioni. Seguono un interferente endocrino, con il 57%, e un insetticida, con il 37%. Il quadro della qualità delle acque è completato dai dati sui pesticidi. Secondo il Rapporto nazionale SNPA pubblicato nel 2024 con dati relativi al 2021, sono stati registrati superamenti degli standard nel 28,3% dei punti di monitoraggio delle acque superficiali.

Acqua e salute: la sfida è prevenire alla fonte

La crisi climatica rende il problema ancora più complesso. Le precipitazioni intense possono trascinare i contaminanti verso i corpi idrici, mentre siccità e basse portate riducono la capacità di diluizione degli scarichi. A questo si aggiunge la frammentazione dei monitoraggi, che rende ancora incompleta la conoscenza della diffusione delle diverse sostanze. Per Legambiente, dunque, non basta intervenire a valle migliorando i sistemi di depurazione. Occorre ripensare l’intero ciclo dell’acqua in chiave preventiva, riducendo le sostanze pericolose direttamente alla fonte e adottando un approccio One Health, capace di considerare in modo integrato salute umana, salute animale e salute degli ecosistemi. “Al Governo Meloni chiediamo innanzitutto un monitoraggio nazionale uniforme, con dati pubblici e accessibili a tutti. Poi bisogna prevenire, perché inseguire l’inquinamento a valle costa molto di più che fermarlo alla fonte”, afferma Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente. “Servono regole più efficaci, che il Governo deve sostenere anche in Europa, a partire dal principio ‘chi inquina paga’, da recepire senza indebolirlo”.

La nuova direttiva europea

Sul piano normativo qualcosa si sta muovendo. La Direttiva (UE) 2026/805, entrata in vigore a maggio, amplia l’elenco degli inquinanti da controllare e rafforza monitoraggio e limiti di qualità per PFAS, bisfenoli, pesticidi e farmaci. Le nuove disposizioni per queste sostanze si applicheranno dal 22 dicembre 2027, attraverso programmi di monitoraggio aggiuntivi. Per Legambiente, l’Italia dovrà recepire la direttiva rapidamente e senza indebolirne le disposizioni. Resta invece aperto il tema della revisione del REACH, il regolamento europeo sulle sostanze chimiche. “I contaminanti emergenti richiedono un’attenzione crescente lungo tutto il ciclo idrico, rafforzando la prevenzione alla fonte e un approccio sempre più integrato nella gestione dei rischi”, osserva Barbara Marinali, vicepresidente vicario di Utilitalia. La sicurezza dell’acqua, aggiunge, è una responsabilità condivisa che coinvolge produttori, utilizzatori, regolatori e organismi di controllo.

Le sette proposte di Legambiente

Dalla prevenzione alla trasparenza, Legambiente ha messo sul tavolo sette proposte per rafforzare la sicurezza della risorsa idrica:

  1. Eliminare le sostanze più problematiche e armonizzare il quadro normativo europeo, privilegiando alternative più sicure.
  2. Valutare gli effetti delle miscele, considerando non soltanto le singole sostanze ma anche gli effetti combinati e cumulativi.
  3. Colmare il deficit depurativo e adeguare il sistema alla crisi climatica, accelerando il completamento di reti fognarie e impianti.
  4. Regolamentare le acque irrigue e avviare il riuso delle acque reflue affinate, con criteri nazionali per il controllo dei contaminanti emergenti e dell’antibiotico-resistenza.
  5. Rafforzare il principio “chi inquina paga” attraverso la Responsabilità estesa del produttore, estendendola alle filiere responsabili del rilascio di PFAS e microplastiche.
  6. Completare le aree di salvaguardia e rafforzare la protezione delle captazioni, soprattutto nelle zone di ricarica delle falde.
  7. Rafforzare il monitoraggio e rendere i dati pubblici, accessibili e comprensibili, integrando, nelle aree più critiche, biomonitoraggio e studi epidemiologici.

Dal monitoraggio alla prevenzione

Non mancano, intanto, esperienze già avviate. Il Ministero dell’Ambiente ha attivato un programma nazionale di monitoraggio, studio e ricerca sui PFAS per il triennio 2025-2027, coinvolgendo ISPRA, CNR-IRSA, ISS ed ENEA. Il Piemonte ha istituito un Centro di ricerca e Osservatorio tecnico-scientifico sui PFAS, mentre in Puglia e Campania sono stati avviati progetti dedicati a PFAS, microplastiche, farmaci ed esposizione della popolazione nei siti contaminati. Esperienze che, secondo Legambiente, devono ora essere ricondotte a un sistema nazionale stabile, omogeneo e confrontabile. Perché la sicurezza dell’acqua non può essere affidata soltanto alla capacità di intervenire quando la contaminazione è già presente. La sfida è anticipare il rischio, conoscere meglio le sostanze che circolano nell’ambiente e ridurne il rilascio alla fonte.

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