La regolarità del riposo potrebbe essere importante quanto la sua durata per la salute cardiovascolare. Uno studio statunitense, basato sui dati raccolti da dispositivi indossabili, indaga il legame tra le abitudini notturne e il rischio di sviluppare malattie cardiometaboliche
Andare a letto tardi, svegliarsi presto e recuperare il sonno nel fine settimana: abitudini apparentemente innocue che potrebbero avere conseguenze anche sulla salute del cuore. Ma quanto conta davvero mantenere orari regolari durante la notte? A cercare una risposta è uno studio condotto su 10.362 adulti statunitensi, pubblicato sulla rivista Circulation: Population Health and Outcomes. I ricercatori hanno analizzato oltre un milione di notti di sonno, utilizzando i dati registrati dai dispositivi Fitbit e incrociandoli con le cartelle sanitarie elettroniche dei partecipanti, seguiti per una mediana di 3,7 anni. L’obiettivo era capire se le variazioni negli orari di addormentamento, risveglio e durata del riposo fossero associate a un maggiore rischio cardiovascolare. I risultati suggeriscono che non è importante soltanto quante ore dormiamo, ma anche quanto sono regolari le nostre notti.
Per valutare le abitudini notturne non è sufficiente contare le ore trascorse a letto. È importante considerare anche quanto cambiano gli orari in cui ci si addormenta e ci si sveglia, oltre alle differenze nella durata del riposo. Andare a dormire sempre alla stessa ora durante la settimana e stravolgere completamente la routine nel fine settimana, per esempio, significa sottoporre l’organismo a continui cambiamenti del ritmo sonno-veglia. È proprio questa variabilità ad aver attirato l’attenzione dei ricercatori. I dati hanno mostrato che una maggiore irregolarità negli orari di addormentamento e risveglio era associata a un rischio superiore di eventi cardiovascolari. Un’associazione significativa è emersa anche per le oscillazioni nella durata del riposo: ogni 29 minuti aggiuntivi di variabilità tra una notte e l’altra corrispondevano a un rischio cardiovascolare maggiore del 24%. Si tratta di un incremento relativo del rischio, non di 24 punti percentuali in più nella probabilità individuale di ammalarsi.
Le associazioni osservate non riguardavano soltanto un generico peggioramento della salute del cuore. Le analisi hanno preso in considerazione diversi esiti, tra cui infarto, ictus, insufficienza cardiaca e cardiomiopatie, cioè patologie che interessano il muscolo cardiaco e possono comprometterne la capacità di pompare il sangue. In particolare, una maggiore variabilità nella durata del sonno è stata associata anche a un rischio superiore del 29% di cardiomiopatia e del 20% di insufficienza cardiaca per ogni incremento di 29 minuti considerato nell’analisi. Anche le oscillazioni degli orari notturni sono risultate associate a un aumento del rischio di eventi cardiovascolari, con valori compresi tra il 20% e il 23% a seconda della misura considerata.
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda la differenza tra quantità e regolarità del sonno. Per anni le raccomandazioni sulla salute del riposo si sono concentrate soprattutto sul numero di ore, invitando gli adulti a dormire indicativamente tra sette e nove ore per notte. Questo parametro rimane importante, ma potrebbe non essere sufficiente a descrivere tutte le caratteristiche di un riposo salutare. Nello studio, infatti, la durata media del sonno, considerata isolatamente, non mostrava un’associazione significativa con il principale esito cardiovascolare composito. Al contrario, le differenze nella durata da una notte all’altra e gli spostamenti degli orari abituali emergevano come elementi associati a un rischio maggiore. Non conta quindi soltanto raggiungere un determinato numero di ore, ma anche mantenere una certa continuità nelle proprie abitudini notturne.
La regolarità del sonno è strettamente collegata ai ritmi circadiani, i meccanismi biologici che organizzano le funzioni dell’organismo nell’arco delle 24 ore. Questi ritmi contribuiscono a regolare l’alternanza tra sonno e veglia, la produzione di ormoni, la temperatura corporea e numerosi processi metabolici e cardiovascolari. Quando gli orari cambiano frequentemente, come può accadere a chi lavora su turni, trascorre le notti sveglio o recupera nel fine settimana le ore di sonno perse durante la settimana, l’organismo deve adattarsi a continue variazioni. Gli autori richiamano proprio queste situazioni tra i possibili fattori alla base dell’irregolarità osservata.
C’è da dire che I risultati devono essere interpretati con cautela. Si tratta di uno studio osservazionale, che permette di individuare associazioni tra comportamenti e condizioni di salute, ma non di dimostrare che dormire a orari irregolari provochi direttamente malattie cardiovascolari. Anche l’utilizzo dei dispositivi indossabili presenta alcuni limiti: le informazioni sulle fasi del sonno sono stime ottenute attraverso sensori e algoritmi, non misurazioni effettuate in un laboratorio specializzato con strumenti di monitoraggio cerebrale. Un ulteriore elemento da considerare riguarda le caratteristiche dei partecipanti: avevano un’età media di 53 anni e circa il 69% erano donne. Inoltre, all’inizio dell’osservazione non presentavano malattie cardiache o metaboliche. Saranno quindi necessarie ulteriori ricerche per verificare se le associazioni riscontrate si confermino anche in popolazioni differenti e per comprendere meglio i meccanismi biologici coinvolti. Il messaggio che emerge, comunque,amplia la prospettiva sulla salute del sonno: dormire abbastanza è importante, ma anche cercare di mantenere orari relativamente costanti potrebbe rappresentare un aspetto da considerare nella prevenzione cardiovascolare. Non una nuova regola rigida, ma un’abitudine quotidiana alla quale prestare maggiore attenzione.
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