Nutri e Previeni 6 Novembre 2026 14:36

Disturbi alimentari, tra gli studenti delle professioni sanitarie il 14,2% è a rischio

Tra i fattori associati al rischio emergono disagio psicologico, oscillazioni di peso, vomito autoindotto e insoddisfazione corporea

di Isabella Faggiano
Disturbi alimentari, tra gli studenti delle professioni sanitarie il 14,2% è a rischio

Il peso sulla bilancia non racconta tutta la storia. Anche quando l’indice di massa corporea rientra nei valori considerati normali, possono nascondersi un rapporto difficile con il cibo, un’insoddisfazione profonda per il proprio corpo e comportamenti alimentari potenzialmente dannosi. È uno degli elementi che emerge da uno studio condotto su 3.278 studenti universitari delle professioni sanitarie in Sicilia e pubblicato sul Journal of Eating Disorders. La ricerca, intitolata “Risk factors and psychosocial correlates of feeding and eating disorders among Sicilian healthcare students: a cross-sectional study”, ha analizzato la diffusione dei comportamenti alimentari disfunzionali, i fattori psicologici associati e le strategie di supporto che gli studenti vorrebbero trovare all’interno delle università. Il dato principale riguarda il 14,2% del campione, risultato positivo allo screening per il rischio di disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Ma la percentuale sale al 38,7% quando si considerano anche altri indicatori che possono suggerire la necessità di un approfondimento specialistico.

Oltre uno studente su tre presenta segnali da approfondire

Lo studio ha coinvolto studenti di Medicina e chirurgia (57,1%), Infermieristica (23,3%), Psicologia (9,5%) e altri corsi di laurea in ambito sanitario. L’età media era di 22,7 anni e il 69,5% dei partecipanti era di sesso femminile. Per valutare il rischio di disturbi alimentari, i ricercatori hanno utilizzato l’Eating Attitudes Test-26 (EAT-26), uno strumento di screening composto da 26 domande. Un punteggio pari o superiore a 20 indica un’elevata probabilità di un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione o di una sindrome parziale. Sulla base di questa soglia, 466 studenti, pari al 14,2% del campione, sono risultati a rischio. Analizzando le diverse dimensioni dello strumento, il 5,6% ha mostrato indicatori di condotte dietetiche patologiche, il 3,3% segnali di rischio di bulimia e il 3,1% di anoressia. Un quadro più ampio emerge considerando l’indice composito elaborato dagli autori per individuare chi potrebbe beneficiare di una valutazione clinica. In questo caso, la percentuale raggiunge il 38,7%, pari a 1.267 studenti. L’indice comprendeva, oltre a un punteggio EAT-26 elevato, anche il sottopeso (BMI inferiore a 18) e la presenza, negli ultimi sei mesi, di almeno un episodio di vomito autoindotto, uso di lassativi o ideazione suicidaria. Anche applicando criteri più restrittivi, che consideravano questi comportamenti soltanto se verificatisi almeno una volta alla settimana, la quota di studenti che avrebbe potuto beneficiare di un approfondimento restava significativa: il 30,2%.

Il peso non basta a identificare il rischio

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda la percezione del corpo. Il BMI medio degli studenti era pari a 22,6 e quasi il 70% rientrava nella fascia di peso considerata normale. Eppure, questa condizione non escludeva la presenza di comportamenti alimentari disfunzionali o di una forte insoddisfazione corporea. La variazione di peso riferita nel corso della vita era mediamente di 12 chilogrammi. Inoltre, gli studenti indicavano una differenza media di 3,2 chilogrammi tra il peso attuale e quello che consideravano ideale. Il dato suggerisce che il rischio non possa essere valutato esclusivamente attraverso i parametri antropometrici. La percezione del proprio corpo, il desiderio di perdere peso e le oscillazioni ponderali possono rappresentare elementi importanti per comprendere il rapporto con l’alimentazione. Nel campione, il 76,6% ha riferito almeno un episodio di alimentazione soggettivamente eccessiva. Il 12,3% ha dichiarato almeno un episodio di vomito autoindotto e l’8,2% ha riferito di aver utilizzato lassativi negli ultimi sei mesi. Gli autori precisano che il dato relativo all’alimentazione eccessiva deriva da una domanda generale e non è stato valutato sulla base dei criteri diagnostici del DSM. Non è quindi possibile interpretarlo automaticamente come una misura della prevalenza delle abbuffate compulsive.

Disagio psicologico e ideazione suicidaria: il legame con i comportamenti alimentari

La ricerca ha approfondito anche la relazione tra alimentazione e salute mentale attraverso la Depression Anxiety Stress Scales-21 (DASS-21), uno strumento che misura i sintomi di depressione, ansia e stress. Un dato particolarmente rilevante riguarda l’ideazione suicidaria: il 26,4% degli studenti, pari a 867 persone, ha riferito almeno un pensiero suicidario nei sei mesi precedenti. Nel modello statistico utilizzato dai ricercatori, i punteggi più elevati all’EAT-26 sono risultati associati soprattutto al vomito autoindotto, seguito dal maggiore disagio psicologico generale, dalle oscillazioni di peso nel corso della vita e dall’uso di lassativi. Sono emerse associazioni significative anche con gli episodi di alimentazione eccessiva e l’ideazione suicidaria. Tra le variabili antropometriche, il BMI non ha mostrato un’associazione statisticamente significativa con il punteggio complessivo EAT-26. È risultata invece significativa la discrepanza tra peso attuale e peso ideale. Anche il sesso femminile e l’età più giovane sono risultati associati a punteggi più elevati. Gli autori sottolineano che questi risultati descrivono associazioni e non dimostrano un rapporto di causa-effetto. Il disegno trasversale dello studio, infatti, non permette di stabilire se il disagio psicologico favorisca i comportamenti alimentari disfunzionali o se avvenga anche il contrario.

Le università come luogo di prevenzione e supporto

La ricerca ha indagato anche quali interventi gli studenti vorrebbero trovare nei propri atenei per migliorare il benessere psicologico. La soluzione più indicata, dal 61,5% dei partecipanti, è la creazione di spazi condivisi dedicati alla salute e al benessere, con attività sportive, ricreative e occasioni per condividere i pasti. Il 59,2% ha chiesto il potenziamento dei servizi di tutoraggio e supporto psicologico, mentre il 43,6% ha espresso interesse per un’applicazione mobile dedicata all’automonitoraggio psicologico e al collegamento con i servizi di salute mentale. Le preferenze cambiano anche in relazione alle difficoltà alimentari riferite. Gli studenti con punteggi più elevati nella dimensione relativa alla bulimia e alla preoccupazione per il cibo hanno mostrato una maggiore propensione a richiedere supporto psicologico, tutoraggio e strumenti digitali. Al contrario, chi presentava punteggi più elevati nella dimensione del controllo orale ha manifestato una minore propensione verso gli spazi condivisi dedicati al benessere. Per gli autori, non esiste quindi un’unica soluzione in grado di rispondere alle esigenze di tutti. Potenziare i servizi di consulenza, offrire occasioni di confronto, sviluppare strumenti digitali e creare ambienti universitari accoglienti potrebbe contribuire a intercettare anche chi è più riluttante a chiedere aiuto. Gli strumenti digitali, precisano i ricercatori, possono affiancare i percorsi di assistenza, ma non sostituire la valutazione clinica o il supporto specialistico. In particolare, eventuali percorsi di screening dovrebbero prevedere procedure chiare per riconoscere tempestivamente situazioni di rischio, compresa l’ideazione suicidaria.

I limiti: uno studio circoscritto agli atenei siciliani

I risultati devono essere letti considerando alcuni limiti metodologici. Lo studio è trasversale e si basa su questionari autocompilati: non consente quindi di stabilire relazioni causali e può essere esposto a errori di memoria o a una sottostima di comportamenti stigmatizzati. Inoltre, il campione comprende esclusivamente studenti dei corsi di laurea in ambito sanitario della Sicilia. Le percentuali rilevate non possono essere automaticamente estese a tutti gli universitari italiani o agli studenti delle professioni sanitarie di altre regioni. Gli autori ritengono necessari studi longitudinali e multicentrici, che coinvolgano anche università del Centro e del Nord Italia, per verificare l’evoluzione del rischio nel tempo e comprendere meglio il ruolo dei fattori socioeconomici e culturali. Il rapporto con il cibo, l’immagine di sé e la salute mentale richiedono attenzione, ascolto e strumenti di supporto accessibili. Anche perché chi si sta formando per prendersi cura degli altri deve poter contare su contesti capaci di tutelare, prima di tutto, il proprio benessere.

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