Nei neonati che non hanno ricevuto la vitamina K per via intramuscolare il rischio di sanguinamento nei primi sei mesi è risultato superiore del 47%, mentre quello di emorragia intracranica è più che raddoppiato
La vitamina K somministrata alla nascita rappresenta una protezione importante contro le emorragie neonatali. Eppure, negli Stati Uniti, il numero di bambini che non ricevono questa profilassi è più che raddoppiato in otto anni. A documentare il fenomeno è uno studio pubblicato su JAMA, che ha analizzato i dati di oltre 5,2 milioni di neonati nati tra il 2017 e il 2025. Il risultato è significativo: chi non ha ricevuto la vitamina K per via intramuscolare presenta un rischio di sanguinamento nei primi sei mesi di vita superiore del 47% rispetto a chi ha ricevuto la profilassi. Per le emorragie intracraniche, il rischio è oltre due volte maggiore. La ricerca, condotta da Kristan Scott, Sara C. Handley, Justin Y. Lo e colleghi, ha coinvolto neonati nati tra la 35ª e la 43ª settimana di gestazione in strutture sanitarie distribuite nei 50 Stati americani. Su 5.240.780 bambini inclusi nell’analisi, 234.825, pari al 4,5%, non avevano ricevuto la vitamina K alla nascita.
La vitamina K è indispensabile per la normale coagulazione del sangue, perché permette all’organismo di produrre alcune proteine coinvolte nel processo che arresta le emorragie. Nei neonati, però, le riserve di questa vitamina sono fisiologicamente basse. Il passaggio dalla madre al bambino attraverso la placenta è infatti limitato e anche il latte materno ne contiene quantità ridotte. Quando la disponibilità di vitamina K non è sufficiente, il sangue può avere maggiori difficoltà a coagulare. La conseguenza è un aumento del rischio di sanguinamento, che nei casi più gravi può interessare organi interni e cervello. Questa condizione prende il nome di emorragia da carenza di vitamina K, indicata con la sigla VKDB. Può manifestarsi in tre momenti diversi: nelle prime 24 ore di vita, nella forma precoce; tra il secondo giorno e la prima settimana, nella forma classica; oppure dalla seconda settimana fino ai sei mesi, nella forma tardiva. Quest’ultima è particolarmente insidiosa perché può comparire anche quando il neonato sembra stare bene. Tra il 30% e il 60% dei bambini che sviluppano la forma tardiva presenta un’emorragia intracranica, con il rischio di danni neurologici permanenti e, nei casi più gravi, di morte.
Uno dei dati che emergono dalla ricerca riguarda la crescita della mancata somministrazione della vitamina K. Nel 2017 la percentuale di neonati che non ricevevano la profilassi intramuscolare era del 3,1%; nel 2025 ha raggiunto il 6,8%. Parallelamente, è aumentata l’incidenza degli episodi emorragici. Tra i bambini che non avevano ricevuto la vitamina K, i sanguinamenti entro i primi sei mesi sono passati da 225,3 a 394 casi ogni 10mila nascite. Anche tra i neonati sottoposti a profilassi si è registrato un incremento, da 136,6 a 221,8 casi ogni 10mila nascite, ma il rischio è rimasto significativamente più basso rispetto al gruppo senza trattamento. Nel complesso, nei primi sei mesi di vita sono stati registrati 288 episodi di sanguinamento ogni 10mila neonati che non avevano ricevuto la vitamina K, contro 185,9 tra quelli che avevano ricevuto la profilassi. Il rischio relativo aggiustato è risultato pari a 1,47. Significa che, anche dopo aver considerato diverse caratteristiche dei neonati e delle madri, la mancata somministrazione è associata a un rischio di sanguinamento superiore del 47%. Non si tratta, quindi, di un aumento di 47 punti percentuali, ma di una differenza relativa tra i due gruppi.
Il dato più rilevante riguarda le emorragie intracraniche, cioè i sanguinamenti che interessano il cervello. Nei neonati che non avevano ricevuto la vitamina K sono stati registrati 33 casi ogni 10mila nascite, rispetto ai 13,2 osservati tra quelli sottoposti a profilassi. Il rischio relativo aggiustato è risultato pari a 2,43: in altri termini, nei bambini senza profilassi il rischio di emorragia intracranica è stato oltre due volte superiore. I ricercatori hanno rilevato anche una maggiore frequenza di decessi associati a una diagnosi di sanguinamento durante il ricovero alla nascita: 2,9 casi ogni 10mila neonati senza vitamina K contro 1,1 tra quelli che avevano ricevuto la profilassi. Gli autori invitano tuttavia alla cautela nell’interpretazione di questo dato, sia per il numero contenuto di eventi sia perché le cartelle cliniche elettroniche non consentono di stabilire con certezza un rapporto causale e temporale tra emorragia e morte.
Lo studio richiama anche le motivazioni che possono portare i genitori a rifiutare la somministrazione. Tra le preoccupazioni segnalate in precedenti ricerche figurano il dolore provocato dall’iniezione, i timori sulla tossicità degli ingredienti, il rischio di reazioni allergiche o di tumori e la preferenza per alternative considerate più naturali. Gli autori ricordano, però, che la profilassi intramuscolare neonatale, introdotta nel 1961, ha dimostrato una notevole efficacia nella prevenzione delle emorragie da carenza di vitamina K. La somministrazione alla nascita interviene proprio in una fase in cui le riserve del neonato sono fisiologicamente ridotte e il rischio di sanguinamento può essere particolarmente rilevante.
La dimensione della ricerca rappresenta uno dei suoi punti di forza: oltre cinque milioni di neonati osservati in un arco temporale di nove anni. I risultati, inoltre, sono coerenti con quelli di uno studio condotto in Svezia su oltre due milioni di bambini, che aveva rilevato un’associazione simile tra mancata profilassi e aumento del rischio emorragico. Gli autori segnalano tuttavia alcuni limiti. Si tratta di uno studio osservazionale basato sulle cartelle cliniche elettroniche: non è quindi possibile dimostrare in modo definitivo un rapporto di causa-effetto. Inoltre, l’analisi non comprende i bambini nati prima della 35ª settimana di gestazione e non dispone di informazioni complete sulle eventuali somministrazioni di vitamina K per via orale o successive alla dimissione. Non è stato possibile neppure ricostruire con precisione la gravità e la causa di ogni episodio emorragico. Queste limitazioni non annullano l’associazione osservata, ma indicano la necessità di interpretare i risultati nel loro contesto. La conclusione degli autori è che la crescente mancata somministrazione della vitamina K si accompagna a un rischio significativamente più elevato di sanguinamento nei primi sei mesi di vita, comprese le forme più gravi.
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